Ferdinando Giannone
Auschwitz
I quindici giorni di una bambina
1Collana Prima Linea
Curata da Fabrizio Filios
I Edizione Gennaio 2015
Progetto grafico: Laura Calza
Stampa: Universal Book Gennaio 2015
In copertina:
Tutti i diritti riservati
Parallelo 45 edizioni - www.parallelo45edizioni.it
Via XX Settembre, 12 - Piacenza
2Collana Prima Linea
www.parallelo45edizioni.it
34Judith, sprofondata nella poltrona di velluto azzurro, come
ormai di consueto, si stava proiettando indietro negli anni,
quando folleggiava l’interminabile guerra iniziata dalla Ger-
mania di Hitler il primo settembre 1939.
I suoi pensieri erano chiari, vividi come pioggia battente.
Da bambina era stata prelevata in una casa di campagna
insieme ai genitori e al fratello Sam, di dodici anni, da uomini
in uniformi pulite e severe.
Austera erano i loro gesti.
I loro volti.
La loro voce.
Fino ad allora, l’intera famiglia, senza particolari patimen-
ti, era rimasta nascosta in alcuni campi isolati, lontani da oc-
chi indiscreti.
Quando lei aveva nove anni, in un attimo, nelle mani della
Gestapo, ebbe inizio la loro tragedia.
Era il 12 gennaio 1945 e si vociferava che la guerra stesse
per volgere alla fine. Dopo un breve viaggio e alcuni minuti
trascorsi nella stanza di un edificio dall’intonaco bianco che,
dall’odore, s’intuiva appena restaurato, la bimba fu spinta ver-
so una fila che stava salendo sopra un camion, su cui altra gen-
te era già seduta.
Le sue mani stringevano forte quelle della madre e del fra-
tello.
Il silenzio sovrastava ogni attesa.
L’aria era come nebbia e acciaio sulle loro figure.
Alcuni stavano col viso corrucciato, altri sorridevano in una
smorfia di esortazione, altri ancora si torcevano le mani come
a imprigionare o stritolare ogni loro pensiero e sofferenza.
Alle persone adulte si riunivano i bambini che, con le teste
5poggiate sul grembo delle loro madri, apparivano come pu-
pazzi disarticolati.
La piccola Judith, senza un motivo apparente, iniziò a la-
crimare.
Avvertiva, pur non capendone la reale portata, un’ombra
sinistra su quel mezzo a lei estraneo, mentre guardava con i
suoi occhioni neri i soldati in uniforme nazista che con la pun-
ta dei fucili pressavano i fianchi dei suoi genitori.
Il padre di Judith, Elias Cohen ricordò con nostalgia il for-
no presso cui lavorava, nella zona ebraica di Norimberga. Sen-
tì che non vi avrebbe messo piede mai più. Non potendo rea-
gire o proferire una sola parola capace di indurre le SS alla più
semplice compassione, prese la bambina in braccio e con essa
salì sul camion, poi afferrò le mani della moglie e l’aiutò a is-
sarsi, il figlio fece un balzo e fu sul mezzo, che si avviò scortato
da due soldati in moto e armati di mitra.
Alla stazione il treno, avvolto da fragori di mille fucine in-
fernali, frenò le sue cinquantotto ruote di ferro con esasperata
lentezza.
Gli ebrei messi in fila per essere deportati rumoreggiavano,
strillavano o piangevano, abbracciandosi.
Qualcuno cercò di eclissarsi, ma una serie di colpi di mi-
tra sparati in aria da più soldati fece ammutolire tutti, mentre
quelli che stavano cercando di fuggire fecero un salto indietro
per riunirsi precipitosamente agli altri, senza più opporsi.
A treno fermo, i soldati fecero scorrere le aperture a binario,
spingendo con forza uomini, donne e bambini dentro i vagoni
che si annunciavano sporchi e viziati da odori putrefacenti.
La famiglia Cohen fu fortunata a entrare nello stesso vago-
ne.
Altri non lo furono.
Già nella ressa qualche bimbo venne separato dai genitori,
il marito dalla moglie, la sorella dal fratello e così via.
Poi ci fu lo stridio del portellone che chiudeva il vagone per
essere piombato e Judith, con il respiro strozzato, si portò le
6mani sulle orecchie per non sentire le urla. Sua madre Rose-
munde la strinse a sé, il padre abbracciò il figlio Sam, ma era-
no così addossati, così stretti l’uno all’altro, che l’intera fami-
glia sembrava avvolta da un laccio impercettibile.
Si ritrovarono nel buio e si udirono pianti e imprecazioni da
più parti, non sapevano nemmeno cosa li aspettasse al termi-
ne di quel naufragio delle loro vite.
«Silenzio, silenzio, vi prego» urlò un semita dalla voce al-
terata e possente di chi è abituato a parlare in pubblico. «Non
lasciatevi prendere dal panico o dalla mestizia e non piangete.
Non faremmo che alimentare la nostra disperazione. Ricor-
datevi di Abramo. Egli, per volere di nostro Signore, vagò nei
deserti da nomade finché non trovò il suo luogo di pace. Anche
per noi, ne sono certo, sarà la stessa cosa, finirà il nostro viag-
gio, il nostro vagare, questo treno dovrà fermarsi da qualche
parte, la guerra dovrà pur finire e noi troveremo ancora il no-
stro punto di riferimento, non può essere altrimenti, Dio non
può volere la nostra disgrazia. Preghiamo tutti insieme, figli di
Israele.»
Così fecero.
Una donna intonò anche un canto che gli altri asseconda-
rono.
Il treno procedeva lento fra paesaggi e luoghi che i deporta-
ti potevano solo immaginare, in quel vagone piombato.
Non percepivano sensazioni esterne, tutto era nei loro ti-
mori e nelle loro preghiere. Ognuno provava pietà per l’altro,
cercando di consolarsi a vicenda.
Erano così assiepati che si sfioravano più e più volte, e me-
scolavano i loro odori, il dolciastro dei fiati, il sudore e il caldo
appiccicoso delle vesti.
Il pianto dei più deboli straziava i cuori e lacerava quel tetro
silenzio.
«Dio, non resisto, non resisto» urlò una donna.
Un’altra voce, priva di forza, forse un anziano, piangeva e
delirava.
7Alcuni bambini, e questo induriva la logica spietata di quel
luogo, non urlavano piangendo, parevano frinire come i grilli
nel loro canto.
«Non lasciatevi abbattere, non lasciatevi abbattere...» dice-
va un uomo.
Judith strinse suo padre più forte, poi allungò il braccio
verso il fratello Sam. E tutta la famiglia si unì in un unico ab-
braccio.
Una sola volta Judith, tenendo per mano Sam, disse: «Ho
paura...».
Il viaggio proseguì senza che nel vagone venissero meno
il dolore, la preghiera, la rabbia, la fame, il disagio di potersi
muoverea malapena.
Trascorse un tempo brutale, privo di orientamenti, indefi-
nito e infinito.
Poi il mezzo si fermò.
Di nuovo il possente stridio dell’apertura dei portelloni.
E tutti, uno dopo l’altro, abbagliati e ammutoliti scesero
provati, in silenzio.
Qualcuno aveva lacrime represse negli occhi.
Altri furono sorretti dai meno provati.
Senza più forze, stremati, piegati ed estenuati, scesero da
quei vagoni.
Tutto là intorno sembrava bianco, una distesa di neve co-
priva le cime degli alberi e i sentieri.
Poi lo sguardo di Judith cadde su una specie di ampio ca-
stello che stava dietro una palizzata con un arco sormontato
da una torretta con alcuni soldati armati dentro.
Il filo spinato era come un susseguirsi di corone intrecciate
intorno agli edifici.
Prima di entrare nel campo, Judith notò che alla loro sini-
stra c’era una montagnetta larga e alta come gli alberi da fusto
che sotto la neve lasciava intravedere qualcosa che somigliava
a scarti avanzati chissà da quanto tempo.
Qualcuno ebbe a dire: «Là ci sono dei rifiuti, s’intravedono
8anche le punte di alcune scarpe e dei vestiti smessi...».
«Mamma, perché non ritirano la spazzatura?» chiese Ju-
dith. «Papà, dove siamo?» disse il fratello Sam.
«Sembra un luogo di accoglienza. Ma non ti preoccupare,
figliolo, la guerra sta per finire e presto ritorneremo nella no-
stra casa di Norimberga.»
Una signora dietro a loro, dal viso rigato dalle lacrime, che
aveva udito domanda e risposta, intervenne a denti stretti.
«No, no, no, non è un posto di accoglienza. Ho sentito cose
atroci su questi campi di sterminio, non avete notato l’inse-
gna?»
La madre di Judith si girò di scatto e presagì le sofferen-
ze dalle quali voleva tenere distanti i propri congiunti. «Come
potete dire certe cose di fronte ai nostri bambini?»
«Mia figlia usciva con un soldato tedesco che le raccontava
molte cose riguardo a certi luoghi di devastazione, soprattutto
su questo campo, Auschwitz...»
«E dove si trova tua figlia? È qui?» chiese Elias.
Lo sguardo della donna sembrò perdersi nel cielo per un
istante. «Non lo so, fu presa prima di me, insieme a mio mari-
to, e furono portati chissà dove. Il suo ragazzo li ha cercati ma
invano, finché non si è presentato da me con tristezza, dicen-
domi che il mio sposo e mia figlia erano giudicati dispersi...»
La madre di Judith sospirò. «Ci dispiace.»
Nessuno però volle credere a quella donna.
Non era stata ritenuta attendibile nemmeno dalla famiglia
Cohen.
Ciò dipende dal fatto che l’uomo vive aggrappandosi fino
all’ultimo istante della sua vita alla ragione e alla speranza.
Nel campo i nuovi arrivati notarono poche persone pallide
e mal vestite, per contro c’erano molti soldati armati di mitra
o fucile. In qualche rara finestra degli edifici, come una tela
dipinta, s’intravedevano parecchi volti assiepati e con gli occhi
sbarrati in cerca di parole o d’aiuto.
L’ufficiale delle SS, Hans Schwarz, fermo al centro di un
9piazzale con una Luger in mano, bloccò i nuovi arrivati. «Fer-
mi! In questo punto, state composti, formate una fila compat-
ta, non createmi problemi e tutto andrà per il meglio.»
Un ragazzo dal centro della fila fece sentire la sua voce.
«Scusate, signor maggiore, quando ritorneremo alle nostre
case?»
«Chi ha parlato? Si faccia avanti, chi ha parlato, non abbia
timore.»
Un ragazzo dal centro della fila fece un paio di passi.
Il maggiore sorrise e lo fissò negli occhi scurissimi. «Sei
biondo, ma non sei ariano...»
«Sì, signor maggiore, sono ebreo.»
«Non ho inteso bene, riformula la tua richiesta, biondo ra-
gazzo ebreo...»
«Scusate, signore, quando sarà possibile ritornare nella no-
stra città, alle nostre case?»
«Presto, molto presto, te lo prometto, biondo ragazzo ebreo.
Ritorna ai tuoi ranghi, adesso.»
«Grazie.» Il ragazzo, composto, si avviò nella fila.
L’ufficiale non lasciava nemmeno per un istante il suo sor-
riso, che mostrava denti bianchi e allargava i baffetti in un’e-
spressione che lo rendeva pulito e accattivante. «Ascoltatemi
bene, vi prometto che vi manderò presto a casa, tutti quanti,
ma per il poco tempo che rimarrete in questo campo, dovrete
ubbidire ai miei comandi. Voi dovete ubbidire, capito? Se ave-
te capito dovete assentire abbassando il capo, tutti quanti.»
Dopo attimi di incertezza, tutti abbassarono il capo, mentre
dai caseggiati, dove poco prima si erano mostrate alle finestre
delle persone con gli occhi sbarrati, uscivano in fila per due
prima alcuni uomini, poi donne e infine bambini.
Il maggiore ripose la Luger nella fondina e con il frustino
additò quei passanti, poi si rivolse ai nuovi arrivati. «Vanno a
fare una doccia, ci tengo alla pulizia del corpo, all’igiene. Ri-
torniamo a noi. Non potete stare in promiscuità, nelle medesi-
me camerate, ma sarà solo per breve tempo, per formalizzare
10i vostri dati anagrafici, il vostro grado di parentela, la vostra
appartenenza. Dopo una salutare doccia ritornerete assieme
in camere meno affollate e più confortevoli. Quindi gli uomini
si raggrupperanno a destra e si porteranno in quella palazzina
alle loro spalle, Block 9, dove depositeranno ogni loro avere,
anche denaro e oro, se ne fossero in possesso. Le donne, in-
vece, andranno a sinistra e si porteranno in quel caseggiato,
Block 11, depositando anche loro i propri averi. I bambini ri-
marranno al centro e poi raggiungeranno quel caseggiato alle
loro spalle, Block 13, depositando i loro effetti personali ed
eventuali oggetti di valore. I vostri beni saranno registrati e re-
stituiti quando verrete rilasciati per tornare alle vostre case.»
Quasi tutti i nuovi arrivati si girarono poi per vedere altra
gente entrare da una porta, mentre fuori, in fondo ai casermo-
ni, dei camini con enormi fumaioli emanavano un fumo nera-
stro che contrastava con il candore invernale di quel giorno.
Tutti loro pensarono che fosse dovuto al riscaldamento a legna
per le loro docce.
Judith vide i suoi genitori entrare negli edifici loro assegna-
ti. Non sapeva che non li avrebbe rivisti mai più.
All’interno della camerata, Sam si strinse alla sorella come
a proteggerla.
Era un gelido mattino di inizio gennaio quando nella ca-
merata entrò a passo deciso una donna in uniforme. Tutti si
zittirono presto e lei prese la parola.
«Statemi tutte a sentire, vedete questo triangolo verde che
porto sulla camicia? Contraddistingue la mia fama di assassi-
na... Ad Auschwitz, i comandanti SS hanno chiesto da anni il
supporto di ex criminali, i kapò se maschi, o le blokove se sono
femmine come me. Quelle come me hanno il compito di impar-
tirvi una disciplina, di darvi delle regole. Noi kapò e blokove di
Auschwitz veniamo da Berlino, siamo state scelte con occhio
scrupoloso dalla dirigenza vicina al Führer. Fra i prigionieri
naturalmente hanno scartato i criminali minori, come i ladri
11e i prigionieri politici, che di solito sono gente troppo com-
passionevole. Loro preferiscono sempre gli assassini, come
me, come Leonie Hoffmann. Una come me ha ammazzato suo
marito. L’ho colto in flagrante mentre commetteva adulterio»
sollevò di scatto un pugno per mimare il gesto «e gli ho confic-
cato un coltellaccio da cucina nell’addome, lasciandolo morire
dissanguato fra gli spasmi più atroci, sotto gli occhi atterriti
della sua amante. E ho lasciato vivere quella donnaccia, affin-
ché la scena restasse impressa a vita nella sua memoria.»
Evidentemente, una volta che Leonie Hoffman era stata in
carcerata, le era stato proposto di collaborare con la Gesta-
po in cambio di un’amnistia che le avrebbe concesso la libertà
parziale e uno sconto della pena detentiva.
«Quindi sappiatevi regolare di conseguenza. Nessuno sgar-
ri.»
E così dicendo, con gli occhi celesti sbarrati, fuori delle or-
bite, si posizionò con le mani sui fianchi larghi.Judith non capì
poi molto di quelle parole, le sembrò che la storia dell’assassi-
nio fosse in buona parte inventata, un mezzo scherzo fatto per
incutere timore e rispetto in tutte le bambine.
Continuava a guardare Leonie Hoffmann. Qualche anno
prima si sarebbe potuta classificare come una bella donna.
Alta, formosa, con grandi occhi e labbra rosate. Ma il tempo
e le circostanze avverse dovevano averla segnata nel fisico e
nell’animo. Forse quella storia poteva essere vera.
Quel giorno di gennaio, con il vento che soffiava inesora-
bile sopra i cortili spogli e lugubri del lager di Auschwitz, la
Hoffmann aveva preso in custodia i bambini che si erano ap-
pena accomiatati dal maggiore Hans Schwarz, con una grinta
e un cipiglio degno di un caporale consumato, imponendo loro
ancora una volta di depositare qualunque oggetto si fossero
dimenticati addosso, aggiungendo che dopo avrebbero fatto
merenda con pane e formaggio. Cosa, questa, che avvenne.
Subito dopo, la stessa Frau Hoffman ordinò ai bambini di
giocare.
12Loro fecero così, ubbidendo subito.
Judith riuscì a rasserenarsi, sicura che al più presto si sa-
rebbero ricongiunti ai genitori.
Erano passate tre ore da quando avevano messo piede nel
campo di Auschwitz.
Poi nella stanza entrò un uomo. «Presto, piccoli, in fila per
due, usciamo, andiamo a fare la doccia.»
Gli innocenti ubbidirono.
Alcuni saltellando.
Altri abbassarono il capo con gli occhi gonfi di pianto.
Sam e la sorellina si tenevano per mano.
Fecero la strada che avevano visto percorrere agli altri ap-
pena arrivati, portandosi davanti alla porta di entrata dell’edi-
ficio, dove il fumo si ergeva all’esterno ancora più alto, come
se dovesse congiungersi con il cielo che sembrava impregnato
di un pulviscolo di piombo.
Entrarono da quella porta.
La stanza era arredata con delle panchette e Frau Hoffmann
ingiunse loro di spogliarsi accompagnandosi con un battito di
mani e il sorriso che somigliava al ghigno dell’avvoltoio.
I bambini dapprima si mostrarono ritrosi, la donna si mutò
in severa e pressante e quando alcuni cedettero, gli altri li se-
guirono.
La blokova, seguita dagli occhi attenti del maggiore, si in-
cattivì in viso ancora di più. «Schnell, entrate da quella porta.
Lì dentro c’è lo spogliatoio, svelti, prima i maschi e poi le fem-
mine.»
I bambini corsero ad aprire la porta stretta, entrarono ad
uno ad uno, Sam salutò la sorella con la mano, sorridendo
ignaro. Quando fu il turno delle femminucce, Judith fece ap-
pena in tempo a mettere il busto attraverso l’entrata che una
mano l’afferrò per una spalla.
«Tu, no» disse l’uomo di prima, e sul suo corpicino lei per-
cepì il ruvido di una coperta di lana, l’uomo l’avvolse e la prese
in braccio.
13La bimba iniziò a piangere. «Dove sono i miei genitori? E
perché non posso fare la doccia con mio fratello?»
«Stai calma, bambina, i tuoi mi hanno assecondato, tuo
fratello si è convinto, tu hai promesso di ubbidire o lo hai già
dimenticato? Devi attenerti a quello che ti ordino, capito? La
doccia, anzi un bagno caldo e ristoratore, lo farai in un altro
posto.»
«Dove? Perché? Perché?»
«Non c’era più posto in quelle docce, dove ti porto sarai più
comoda. E dopo ti accompagnerò a vedere tuo fratello e i tuoi
genitori.»
A quella promessa così allettante, Judith smise di piangere,
ma rimase scura in viso.
Da quell’istante, non vidi mai più mio fratello Sam né i
miei genitori.
Dovettero passare anni perché potessi capire l’atroce mo-
tivo e il movente perverso della loro scomparsa e rendermi
conto che ero sfuggita per un cavillo del destino a una morte
sconsiderata nei forni di sterminio di Auschwitz.
Solo da giovane adulta seppi che le alte sfere, spronate
dallo stesso Hitler, avevano mandato dispacci cifrati, impo-
nendo ai comandanti dei lager di trucidare all’istante ogni
ebreo arrivato nei loro campi e di farne sparire le tracce.
Questo era dovuto al fatto che le truppe di liberazione era-
no alle porte e le SS volevano eliminare quanti più ebrei pos-
sibile, cercando di nascondere le miserabili nefandezze.
Judith venne poi a sapere che quell’uomo era il maggiore
Hans Schwarz. Nella sua stanza non c’era freddo, anzi era più
calda del necessario. L’arredamento era composto da mobili
liberty, se si eccettuava la scrivania, una sedia, una lampada
che sembrava lussuosa e una vasca moderna con acqua cor-
rente calda e fredda. Il ritratto di Hitler s’imponeva sul muro
sopra la vasca da bagno, mentre una bandiera delle SS era sta-
14ta appesa nell’angolo dietro la scrivania.
Il maggiore posò Judith sul divano rosso fiorato con papa-
veri allungati, com’era in uso in epoca liberty.
«Alzati. Togliti la coperta di dosso e ficcati nell’acqua della
vasca, è la mia personale; è già calda, ci sono dentro i sali pro-
fumati e puoi usare anche il sapone, se vuoi. Ce ne sono di due
tipi, all’olio d’oliva e alla lavanda.»
Judith rimase perplessa e bloccata con i suoi occhioni neri
e i suoi capelli un po’ mossi e lunghi. Cos’era? Un gioco? O
doveva semplicemente ubbidire come avevano fatto i suoi fa-
miliari? Del resto quell’uomo, che grosso modo aveva l’età del
padre, si era comportato bene, non aveva infierito su nessuno,
anche se ne aveva il potere e, anzi, come avrebbe fatto un ge-
nitore reale, le stava permettendo di usare il proprio bagno
privato.
La bambina si alzò per dirigersi nella vasca da bagno, ma
tenne sulle spalle la coperta che stava trascinando con le punte
per terra.
L’uomo fu imperioso. «No, ferma, togliti la coperta di dos-
so, fa caldo, non senti?»
«Mi vergogno...»
«Non ne hai motivo, io farò finta di non guardare...»
Judith non capì bene la frase, ma non voleva contraddire
ancora quell’uomo che avrebbe potuto magari fare del male a
lei o a uno della sua famiglia.
Con un gesto secco buttò per terra la coperta e corse verso
la vasca entrando dentro precipitosamente, seguita dagli occhi
attenti del maggiore, che cominciò a sudare dalle sopracciglia.
Poi, con i suoi passi pesanti si avvicinò alla vasca e rimase
in piedi.
La bimba spalancò gli occhi. «No, ti prego, non voglio che
mi insaponi tu, faccio da sola.»
«Non spaventarti, non mi piace insaponarti o toccarti, ve-
drai, io me ne starò buono in un angolo per osservarti e null’al-
tro.»
15Erano trascorsi quindici giorni.
Il calendario affiggeva la data del 27 gennaio 1945 e i russi
con i loro carri entrarono ad Auschwitz, scoperchiando vizi ed
empietà di quel campo di sterminio nazista.
Dopo tanti anni, Norimberga non era più un cumulo di ma-
cerie, i palazzi erano stati ricostruiti, le fabbriche avevano ri-
preso la piena attività e la popolazione, costituita soprattutto
da giovani, aveva già ricominciato a dimenticare e a divertirsi.
C’era un principio di primavera quel giorno di fine febbraio
del 1962.
L’aria invitata a togliersi i cappotti o altri indumenti pesan-
ti, ma grossi maglioni di lana o giacche di pelle venivano in-
dossati ancora volentieri.
Qualche uccellino arrivato in anticipo dai paesi caldi guiz-
zava nell’aria.
Le brasserie davanti ai negozietti di dolci che davano sulla
piazza Hauptmarkt, famosa per le sue bancarelle a casetta, che
durante il Natale di ogni anno vendevano originali e pittore-
schi articoli natalizi, erano frequentate da giovani, che seduti
al tavolo sorseggiavano birra o tè accompagnati da caratteri-
stici dolci speziati.
Judith stava con un’amica seduta a un tavolino davanti a
una pinta di birra e parecchi biscotti dal gusto salato.
Astrid, l’amica di Judith, coccolava un cagnolino fra le
gambe. «Sai, certi scienziati folli stanno iniziando a concepi-
re alcuni esperimenti per creare e sviluppare la riproduzione
programmata, o clonazione umana che sia. L’uomo dal nulla,
insomma.»
Judith rivolse all’amica uno sguardo che si perse nel vuoto.
«Ha importanza?»
«Direi. Anche se io non sono di religione ebraica, credo
in Dio. E se un uomo dovesse nascere dal nulla per mano di
scienziati, come puoi ben immaginare, il concetto di divino
dovrebbe essere rivisto...»
16«Rivisto da chi?» Negli occhi di Judith, che mai avevano
perso il suo colore naturale, brillò l’intenso lucido nero velluto.
«Dall’uomo, dalla religione, da Dio.»
«Io sono fuori dai tuoi discorsi, Astrid, io non credo più in
Dio dall’età di nove anni, ormai.»
«Che importanza ha se uno crede o non crede in Dio? Ciò
che conta è parlarne perché così come si perde la fede, prima
o poi, è chiaro, la si ritrova.»
Astrid portò il suo boccale di birra alle labbra bevendone la
metà ancora prima di aver assaggiato un solo dolce.
Judith era assorta. Come sarebbe andata la sua vita se non
ci fosse stata la guerra, se un uomo alla testa di un popolo fa-
natico non avesse odiato gli ebrei, sterminandone una quanti-
tà inimmaginabile?
Se solo il popolo ebraico non avesse riposto fiducia nella
correttezza umana, persuaso che mai sarebbe potuto accadere
un simile evento, uno stermino di massa per colpa di un’altra
razza che si credeva pura e predominante, tutto sarebbe stato
diverso. O, forse, se solo i suoi genitori si fossero opposti alla
partenza per Auschwitz e avessero almeno tentato un moto di
ribellione che potesse far capovolgere la loro situazione, tutto
si sarebbe certamente ribaltato, ora avrebbero potuto gioire
insieme.
Ma ciò non era accaduto.
Non tutti gli uomini, non tutti i popoli erano insorti subi-
to, e suo padre, sua madre e suo fratello erano entrati sicuri
di varcare la porta dell’Eden, sicuri di entrare in una doccia
ristoratrice che invece risultò essere un orribile getto di gas
accompagnato dalle fiamme di un forno crematorio.
Eppure, la porta di entrata di Auschwitz, pesante come
bronzo fuso e legata da grosse catene, il recinto di filo spinato,
la montagna di indumenti e scarpe, scarti appartenuti ai morti
e gettati come miseri rifiuti sotto la neve, gli uomini in divisa
armati fino all’inverosimile, gli occhi sbarrati degli altri dete-
nuti che erano arrivati prima di loro, il tono gentile ma minac-
17cioso del maggiore Hans Schwarz che li aveva accolti, pistola
in pugno, attorniato dai suoi soldati in armi, il suo cambia-
mento di tono, il suo sorriso che sembrava naturale ma non lo
era, avrebbero dovuto far riflettere i suoi genitori.
Non avrebbero mai dovuto credere ciecamente come ave-
vano fatto, varcando ottimisti i cancelli di Auschwitz per esse-
re subito sacrificati.
Perché ucciderli così repentinamente?
La risposta era tangibile: la guerra stava per finire e l’odio
razziale doveva con urgenza sterminare più ebrei possibile.
E solo pochi schifosi giorni avevano separato i suoi familia-
ri dalla vita alla morte.
Judith pensava a quei quindici giorni passati ad Auschwitz
con una malinconia così introspettiva da non lasciare posto
nemmeno al conforto delle lacrime o dei rimpianti.
Da quando si erano svolti quegli eventi, non aveva più pian-
to né pregato.
Per lei la vita era ormai come in bilico su un coltello lungo
quanto la linea della terra; ed era come se da un momento
all’altro questa dovesse essere tagliata a metà, simile a un’an-
guria, e galleggiare nell’infinito spazio.
Pur non avendo assistito alla fine del fratello, si figurava il
suo stupore nel trovarsi sotto i gas mortali.
Cercava di immaginare i suoi genitori, il carnefice, il mag-
giore Hans Schwarz, che seduto in un angolo la guardava spo-
gliarsi prima di immergersi nella vasca da bagno, che l’accom-
pagnava a letto dopo averle visto indossare biancheria pulita
e il pigiamino della notte. Ogni volta che questo accadeva era
sempre la stessa storia, la medesima richiesta da parte sua,
con gli occhi spezzati dal pianto: «Dove sono i miei genitori?
Quando li vedrò?».
«Presto...»
«Perché non sono qui, con me?»
«Sono in missione per mio conto.»
«Dove?»
18«Nella tua città, a Norimberga.»
«Nella mia città? Davvero? Anche mio fratello così piccolo
è in missione?»
«Sì, anche lui è necessario per quello che devono portare a
termine.»
«E cosa devono portare a termine?»
«Non te lo posso dire, è un segreto.»
«Perché?»
«Allora se ci tieni te lo dirò: devono consegnare dei docu-
menti importanti per me.»
«Non ci credo. Tu mi dici le bugie. Perché allora non mi
hanno nemmeno salutata prima di partire?»
«Perché il treno per Norimberga era in partenza e non po-
tevano fermarsi nemmeno un attimo, l’avrebbero perso, la
missione non si sarebbe potuta portare a termine e io me ne
sarei dispiaciuto, capisci ora?»
«Ti saresti arrabbiato?»
«Non lo so, non saprei dirlo. Ma non preoccuparti, ormai è
tutto a posto.»
Judith non era convinta di quello che diceva il maggiore,
ma doveva accettare le sue menzogne, i suoi giochi perversi
di voyeur, ingenui per lei, ma non voleva contrariarlo, almeno
finché non avrebbe incontrato i suoi familiari.
Judith camminava sempre nuda o seminuda nella casa su-
per riscaldata di Hans Schwarz, finché un giorno non si fece
trovare da questi vestita di tutto punto, con cappotto, berretto
e sciarpa attorcigliata al collo, a dispetto del caldo vivido nella
stanza.
«Cos’è questa storia?» chiese il maggiore senza sorridere.
«Ho deciso di restare vestita così finché non avrò visto mio
fratello Sam e i miei genitori» disse la bimba.
«Su, non fare storie, dovrai pur fare il bagno?»
«Lo farò con gli indumenti addosso.»
«A letto non potresti stare con tutta quella roba, soffoche-
resti dal caldo, no?»
19«E invece no, ho freddo e anche a letto avrò freddo. Voglio
i miei genitori, capisci? Voglio i miei genitori» urlò sbattendo
i piedi per terra e coprendosi le orecchie con le mani come a
difendersi da ciò che la circondava.
«Calmati,» disse suadente Hans Schwarz «se ti calmi ti co-
municherò le buone notizie che ho ricevuto telegraficamente
riguardo ai tuoi genitori. Ti calmi?»
La bimba si fece forza per rabbonire la sua rabbia, la cu-
riosità e la voglia di avere notizie fresche sui suoi cari era più
forte di ogni rancore.
«Che notizie?» chiese avida, toccandosi i capelli con le dita.
«Notizie del loro arrivo.»
«Sono già in viaggio per arrivare qui, da me?»
«T’informerò sul giorno del loro arrivo se non farai più ca-
pricci e ti toglierai tutti quegli indumenti di dosso che ti stan-
no facendo soffrire e sudare dal caldo, d’accordo?»
La bimba esitò. «D’accordo.»
Judith iniziò a spogliarsi, ma il maggiore la bloccò.
«Un momento... questa volta dovrai spogliarti piano piano,
mentre io osserverò con questo binocolo il pavimento e i muri
attorno a te.»
La bimba, abituata alle stranezze di Hans Schwarz, prose-
guì incurante delle ultime parole da lui proferite e dal fatto che
questi aveva alzato il binocolo che aveva attaccato al petto, per
posarlo sugli occhi.
A lei importava solo avere notizie dei suoi.
Il maggiore prima orientò le lenti sulle pareti, poi sul pavi-
mento e, infine, sul corpicino della bimba, sostando sulle sue
parti intime.
Quando Hans Schwarz ripose il binocolo al petto, la bimba
si avvicinò a lui e gli pose la fatidica domanda: «Quando arri-
veranno i miei genitori e mio fratello Sam?».
Hans Schwarz, prima di rispondere osservò ancora le pic-
cole mani, gli occhi neri intensi della bimba e il suo minuscolo
seno che s’affacciava appena sul petto.
20Poi disse: «Fra un giorno. Sì, ho calcolato un giorno ancora,
forse due...».
«È la verità, non mi dici bugie?»
Hans Schwarz si accigliò. «È la verità. È stato anche scritto
sul foglietto telegrafico.»
«Posso leggerlo? Me lo fai leggere?»
Cercò di sorridere, invano. «Impossibile, i messaggi sono
segreti, una volta ricevuti si stracciano.»
«Che giorno è oggi?» chiese Judith.
«Il 26 gennaio del 1945.» Il maggiore si appoggiò alla fine-
stra che dava sui prati bianchi di neve.
«Ehi,» fece Astrid, scuotendo la mano di Judith poggiata
rigida sul tavolino «ti fai male, così...»
«Così cosa?» disse Judith.
«Non mi dirai,» disse Astrid «che stavi pensando a una va-
canza al mare, so bene che la tua mente era concentrata sul
periodo peggiore della tua vita...»
Judith non rispose, preferì alzare il capo sulle guglie a rica-
mo della cattedrale gotica che si ergeva alle spalle della Scho-
ner Brunnen, fontana alta e imponente a forma di pinnacolo
posta al centro della piazza.
Astrid proseguì a dire: «Scusami, non volevo pressarti a
smettere di ricordare, ma soffro anch’io nel vederti macerare
in un ricordo che non ti fa vivere, i ricordi sono il passato non
il presente. A proposito, sai che ieri Frédéric c’è rimasto male
non vedendoti arrivare alla sua festa di compleanno? Perché
non sei venuta? Non faceva che chiedere di te».
«Non mi piacciono le imposizioni prefabbricate...» fece Ju-
dith spostando i suoi occhi sul viso dell’amica.
«Averti invitato alla sua festa è stata una forzatura costruita
ad arte, secondo te?»
«Aveva un suo preciso scopo.»
«Non capisco. Quale scopo?»
«Non fare la stupida pure tu, lo sai benissimo.»
21«Anche se potessi arrivarci, spiegami tu.»
«È evidente, Frédéric ha un solo scopo su di me, quello di
impadronirsi del mio fiato e della mia carne.»
«Ah, come la fai tragica, Judith, per me è solo evidente che
Frédéric ti corteggia e che è un ragazzo pulito.»
«Stacci tu allora se ti fa piacere, per me lui e il resto degli
uomini vivono solo per assoggettare e cannibalizzare i più de-
boli. Si tratti di esseri umani o animali.»
«Se fosse come affermi tu, l’umanità si fermerebbe, non si
potrebbe evolvere.»
«Perché tu pensi che l’umanità sia in movimento?»
«Certo, il progresso avanza com’è sempre accaduto dalla
creazione della nostra meravigliosa terra.»
«Vedrai se quello che dici risulterà vero. La guerra che ab-
biamo vissuto sulla nostra pelle ha gettato le basi per una so-
cietà che sarà sempre più meschina e tribolata, il futuro non
sarà certo di chi crescerà con noi.
«Ah, Judith, sei impossibile...»
«E tu credulona e stronza. Scusami, devo andare. Paghi tu
la consumazione?»
«Ma certamente! Ci vediamo stasera?»
«No, ti telefono.»
Judith si avviò per le vie di Norimberga, sfiorò con la mano
la base scura della Schöner Brunnen, diede uno sguardo as-
sente alla cattedrale gotica dalle forme sofisticate e assiepata
di gente, sentiva solo il desiderio di passeggiare fra le vie e gli
antichi caseggiati, mimetizzarsi tra la folla, per poi rientrare a
casa.
Quel mattino del 27 gennaio del 1945, la piccola Judith
in dormiveglia aveva appena percepito l’uscita del maggiore
Hans Schwarz dalle sue stanze.
Si alzò di scatto per fermarlo e porgli altre assillanti do-
mande, ma questi era già fuori dalla porta che a lei non era
consentito oltrepassare.
22Ritornò nel suo lettino.
Smaniava.
In base alla promessa di Hans Schwarz, quel giorno dove-
vano rientrare i suoi familiari dalla missione fantasticata con
maligna arte dal maggiore con il vizio della scopofilia.
Dopo si fece forza per alzarsi, avvicinandosi a un armadio
colmo di giocattoli e vestiti per bambini. Lei non aveva fatto
caso a quel ricco guardaroba, alle bambole e ai peluche, pen-
sava che il maggiore avesse parecchi bambini.
Si vestì, indossando una maglietta leggera e una gonna.
La finestra della sua stanza dava su un orticello, non si ve-
devano le baracche del campo o i forni, né i prigionieri o i sol-
dati camminare.
Da quella casa era come se il cielo e la terra fossero quieti,
nella normalità, come se nulla di brutto fosse accaduto o po-
tesse accadere.
A distanza di ore, Judith, piegata dall’attesa, fu tentata di
avvicinarsi alla donna delle pulizie che stava sfaccendando
nell’ufficio di Hans Schwarz, per indagare, ma si astenne dal
farlo.
Un giorno che si era azzardata a parlare con lei, questa l’a-
veva riferito al maggiore che si era arrabbiato, minacciandola
di non farle vedere più i suoi genitori, se ancora una volta di
sua iniziativa avesse osato importunare quella donna.
La bimba, nella sua candida ingenuità, accettava ogni mi-
naccia, non volendo compromettere i patti stabiliti con Hans
Schwarz.
Dopo aver tentato di giocare con un peluche che il maggiore
le aveva messo accanto sin dal primo giorno in cui si era inse-
diata nella casa, la bimba sprofondò nella poltrona.
Judith, ormai, era solita scambiare il giorno con la notte: al
buio non riusciva a prendere sonno e si assopiva spesso con la
luce del sole. Fu svegliata di soprassalto dalla donna che prima
era intenta a rassettare le stanze, e che ora era davanti a lei con
un vassoio in mano.
23«È ora di mangiare» le disse a denti stretti.
La bimba si stropicciò gli occhi. «Che ore sono?»
La donna rimase seria. «Non lo so. Pensa a mangiare.»
«Non ho fame. E il maggiore non mangia? Perché non è
qui?»
«Non lo so.» E la donna uscì di fretta dalla stanza.
La bimba prese il vassoio e si sedette ancora sulla poltrona
posandolo sulle sue gambe.
Assaggiò una fetta di patata bollita. Ebbe un conato di vo-
mito, smise di mangiare e rimase immobile finché non si riad-
dormentò con il vassoio ancora sulle gambe.
Fu svegliata da voci concitate e da spari.
Le venne un batticuore. Fu tentata di aprire la porta per
uscire sulla strada e vedere cosa stesse accadendo, ma non lo
fece.
Dopo, udì la porta di entrata aprirsi, pensava fosse Hans
Schwarz e volle andargli incontro.
Si precipitò, ma si trovò di fronte il mitra spianato di un
soldato con un cappello militare di quelli che non aveva mai
visto, perché portava sopra la visiera una stella rossa.
«Chi sei? Sei ebrea?» chiese il soldato con un accento stra-
niero.
Judith non capì. «I miei genitori, mio fratello sono con te?»
Il soldato non poté rispondere, altri commilitoni entrarono
scambiandosi fra loro poche frasi, in una lingua che poteva
essere il russo. Uno di questi le fece segno che dovevano usci-
re e la invitò a vestirsi quindi con indumenti pesanti, Judith
capì, si portò per l’ultima volta all’armadio che traboccava di
giocattoli e di vestiti appartenuti al maggiore per i suoi sinistri
intenti di guardone.
Indossò un maglione, un cappotto, la sciarpa, i guanti e si
affiancò ai nuovi arrivati che la misero in mezzo come a coprir-
la e proteggerla.
Attraversarono il campo e Judith piangeva.
Non poté vedere cosa succedeva nelle baracche e nelle stra-
24de, avendo il viso nascosto dai soldati russi. Udiva solo im-
precazioni, voci concitate, stridii e urla, finché non arrivò a un
furgone e fu fatta salire, sollevata dalle braccia di un soldato
robusto, una specie di gigante buono dai capelli biondi e l’iride
chiara.
Dopo un mese di pellegrinaggio da una caserma all’altra,
il conforto di suore e crocerossine per tranquillizzare i suoi
pianti che laceravano gli animi, come l’insistenza della risacca
dell’onda marina sulla spiaggia sabbiosa, con una nenia gioco-
forza dolorosissima, la bimba continuava a chiedere, strazian-
te: «Dov’è mio padre? Mia madre? Mio fratello?».
Il quesito non ebbe risposta, mai più poté rivedere i suoi
familiari.
Gli alleati, espletate ricerche e formalità, rintracciarono al-
cuni parenti di Judith, una coppia di anziani prozii che erano
sfuggiti ai campi di sterminio nazista e senza ormai figli per-
ché deportati e scomparsi.
Questi l’accolsero bene e cercarono di infonderle coraggio,
Judith non piangeva più, dalle frasi smozzicate, dagli sguardi
degli adulti con cui era entrata in contatto in quei giorni, aveva
capito che non avrebbe più rivisto i suoi familiari.
Non chiese nemmeno agli zii se sapevano qualcosa dei suoi
cari, provava solo un odio profondo e un lacerante disprezzo
per tutto ciò che la circondava.
La stessa sera, la zia, le preparò il bagno.
Judith prima di spogliarsi, notando che la zia indugiava per
parlare del più e del meno, le disse: «Per favore, zia, esci».
Dopo un po’ questa aprì la porta del bagno per vedere se
alla nipote servisse qualcosa.
«Non entrare. Non entrare» urlò Judith, non volendo mai
più farsi vedere da nessuno nuda.
La zia richiuse subito la porta, rendendosi conto che, ad
Auschwitz, era accaduto qualcosa che la nipote non poteva
obliterare dai suoi occhi.
Gli zii morirono dieci anni dopo a distanza di un mese l’uno
25dall’altra, lasciandole in eredità quanto possedevano: la casa e
una discreta fortuna in buoni d’investimento; una rendita che
le permetteva di vivere agiatamente. Inoltre, le era rimasta la
casa di campagna, proprietà dei genitori, dov’erano stati pre-
levati dai nazisti per essere deportati.
Judith, al pensiero di quella casa, riteneva insopportabile
una sua eventuale visita, evitando anche di avvicinarsi ai din-
torni di essa, nella verde campagna a sud di Norimberga.
Ormai, la ragazza era cresciuta e consapevole di quanto fos-
se accaduto, doveva fare i conti con i suoi incubi ad occhi aper-
ti: l’assalto al forno di proprietà dei suoi genitori, l’abitazione
lasciata in fretta per non cadere in mano ai nazisti, la fuga da
un punto all’altro della città in casa di amici, l’ultimo rifugio
nella casa di campagna che non aveva lasciato loro alcuna sal-
vezza, e infine il campo di sterminio.
Squillò il telefono, a Judith era necessario un rumore, un
richiamo, spesso un boato, affinché fosse distolta dalle sue an-
gosce.
«Ehi bidona,» disse dall’altro capo del telefono la sua amica
Astrid «è quattro volte che faccio squillare il tuo telefono, non
avevi promesso di chiamarmi?»
«Scusami, mi sono addormentata sulla poltrona» disse Ju-
dith.
«Su preparati, andiamo a ballare?»
«Dove?» chiese subito Judith.
«È un nuovo locale, non lo conosci, c’è una sala per il bi-
liardo e una per danzare: vedrai, ci divertiremo, si balla non
solo al suono del languido tango, ma anche al ritmo del nuovo
ballo: il rock and roll.»
«Oh no, ti prego, Corinna, lasciami...»
«Ah no, non ricominciare con la tua solita solfa, tu vieni e
basta, siamo negli anni sessanta e l’imperativo è ballare, balla-
re, ballare. D’accordo?»
«D’accordo, verrò ma a una condizione.»
«Quale?»
26«Che tu non mi faccia trovare nessuno dei ragazzi che mi
hanno importunata fino a ora.»
«Corteggiata vorrai dire...»
«Per me quando per la terza volta una ragazza dice di no a
un ragazzo e lui insiste, lo considero uno scocciatore...»
«Lasciamo perdere queste sottigliezze,» disse Astrid «te lo
prometto solennemente, ma i ragazzi che ronzano attorno a te
sono tanti e non so se riuscirai a passare inosservata. Verrò a
prenderti a casa fra mezzora.»
La pista da ballo era gremita di ballerini e, prima di acce-
dervi, si passava dalla sala biliardo con quattro tavolini già
occupati dai giocatori con le stecche in mano e le palle che
scivolavano sul tappeto o battevano sulle sponde rivestite di
tessuto verde.
I ragazzi erano per lo più in giacca, cravatta e capelli ben or-
dinati grazie a un sapiente utilizzo della brillantina, bevevano
bibite dissetanti e qualcuno gin allungato con ghiaccio o liquo-
ri leggeri a base di anice, raramente a base di whisky. Si udiva
in ogni angolo la musica del giradischi che suonava il rock and
roll. Le ragazze vestivano con gonne lunghe fino a metà gamba
con l’orlo ampio, così che nella giravolta o nei passi arditi svo-
lazzavano come ali di pipistrello allargate.
Un ragazzo con papillon e bretelle larghe di colore rosso e
l’aria da sbruffone orgoglioso di esserlo si avvicinò a Judith.
«Balli il rock?» le chiese, guardandola dalla cintura in su.
«No, grazie.» Judith non si era nemmeno girata dalla sua
parte.
Lui stiracchiò un sorriso di cortesia. «Non balli perché sei
senza gambe?»
Judith indicò le sue gambe e lo osservò di sfuggita. «No,
non mi va di lanciarmi nel ballo con uno stronzo del tuo stam-
po...»
«Non dai nessuna chance ai ragazzi, eh?» Il giovane si al-
lontanò con una smorfia sdegnata.
Judith allora prese a ballare da sola, scatenandosi al ritmo
27di “Diana”. Lei viveva nei suoi sogni, prendendo tutto alla leg-
gera. Dedicava le serate e il suo tempo migliore al ballo. Non
rinunciava a ballare e in quel periodo le sembrava che il mon-
do fosse tutto in un 45 giri, in una puntina che ne solcava il
fitto tracciato, con i ragazzi che la tenevano forte fra le braccia
per farla volteggiare sulla pista come una stella impazzita.
Judith non si accorse nemmeno che Frédéric era entrato
dalla porta d’ingresso e si stava avvicinando a lei a passi lenti,
ma con il sorriso.
«Ciao» le disse quando le fu vicino.
Lei si girò dalla sua parte e lo salutò appena, mostrandosi
contrariata per la sua presenza. Pensò che ancora una volta
Astrid aveva insistito a invitare l’antipatico Frédéric.
Lui si mostrò cordiale. «Bevi qualcosa?»
«Oh, sì...» fece lei con indifferenza «puoi per favore portar-
mi una limonata?»
Frédéric girò i tacchi per dirigersi a lunghi passi verso il
bar. Da qui, non fece in tempo a voltarsi che già Judith aveva
inforcato di corsa la porta per uscire e allontanarsi definitiva-
mente.
Frédéric rimase con un velo di disappunto, la cercò con gli
occhi nella sala e incrociò quelli di Astrid, che stava ballando
stretta uno swing con un partner appena abbordato, e da lon-
tano le aprì le braccia sconsolato.
Astrid corrispose con lo stesso gesto.
Evidentemente aveva assistito alla scena. Poi si staccò dal
suo ballerino, prese il soprabito dal guardaroba e seguì l’amica
per la strada.
«Judith» le urlò dietro sempre più insistente.
Quando le fu vicina, la trattene per un braccio. «Che ti suc-
cede?»
«Non ti avevo avvertita? Niente gente che già conosco» fece
Judith.
«Ma guardati... sei più bella di me, eppure non sei per nulla
femminile.»
28«Perché tu lo sei?»
«Cosa?»
«Tu hai femminilità?»
«Non si nota?»
«Hai ragione, si nota, scusami. Quando sono arrabbiata,
dico delle cose stupide.»
«Scusarti di che, di essertene andata senza nemmeno farmi
un gesto?»
«No, perdonami per i miei gesti di ribellione...»
«Scusami tu, è vero però che non sono più bella di te. Io
sono forse più formosa, ho un seno prosperoso, ma tu attrai i
maschi come il miele affascina le api. È come se fossimo due
zollette di zucchero, però... tu hai cosparso una stilla di miele
sopra i tuoi occhi e seduci più moscerini.»
«Quindi io attirerei i moscerini?» ironizzò Judith.
«Scema, è solo una metafora.»
«Riconosco di averti rovinato la serata, mi dispiace...»
«Ci rifaremo domani pomeriggio, non ti preoccupare...»
«Ah, davvero? Cos’hai architettato?» disse Judith.
«Dopo la tua sfuriata di stasera, sei in punizione... Ti ricor-
di l’insegnante delle elementari che buffa che era? Ci puniva,
relegandoci dietro la lavagna su cui alberava la scritta: gli asini
stanno nell’angolo?»
«Certo, come posso dimenticare, è stato un periodo triste...
Non per te, tu eri la mia sola amica, ma per me stessa, non
sopportavo le lezioni, né gli insegnanti che impartivano ordi-
ni, spesso... castigando anche con le bacchettate. Erano gli ul-
timi rigurgiti di quella parte dell’umanità che adorava ancora
la guerra e le persecuzioni che avevamo appena vissuto.»
«In Baviera, da noi, la KMK aveva modificato i percorsi for-
mativi dopo la guerra, ti ricordi?»
«Sto benedetto Land che determinava fin da allora le regole
per l’ammissione e la valutazione all’esame finale, mi aveva
proprio rotto le scatole!» Astrid sospirò.
Le due amiche avevano vissuto un’esperienza formativa
29superiore non proprio idilliaca, date le restrizioni scolastiche
imposte dal governo fin dopo la risoluzione del conflitto belli-
co e in seguito innalzamento del muro di Berlino con tutte le
sue sequele.
Spesso le potenzialità strutturali e le didattiche delle singo-
le istituzioni possono sconvolgere fino all’inverosimile le vite
di giovani fanciulle già segnate da tracce di violenza psicologi-
ca e fisica vissute durante la guerra.
«Comunque non sono stati solo gli insegnanti a fallire, an-
che i giovani non hanno ancora fatto la loro parte, pensano
solo a divertirsi per dimenticare gli orrori della guerra, non
considerando quanto di brutto ancora ci riserverà il futuro»
sbottò Judith.
«Ma come sei ottimista, mia cara. Tu cosa vorresti che si
avverasse?» le chiese l’amica.
«Il mio sogno sarebbe che le nostre menti fossero libere
dalle ragnatele delle convenzioni e da stupidi schemi sociali
che ci imprigionano, non lasciandoci esprimere le nostre libe-
re scelte.»
«Be’, non credo che questo sfacelo possa continuare a lun-
go: qualcosa dovrà accadere prima o poi.»
«L’unica cosa che può rendere autonome noi donne è di di-
ventare libere» fece Judith.
C’era insoddisfazione nei giovani di quegli anni.
Anche se giocavano, sorridevano, ballavano, la loro vita
aveva bisogno di imprimere una svolta radicale che avrebbe
segnato un’epoca, apportando modificazioni nei costumi di
tutta una generazione.
L’introduzione della minigonna, in apparenza innocua, sta-
va di lì a poco per rivoluzionare non solo il modo di vestire del-
le donne, ma avrebbe anche fornito una spinta di propulsione
verso più elevati e arditi traguardi.
I rigurgiti di emancipazione e di indipendenza fino ad al-
lora covati in sordina, avrebbero ottenuto consistenti realtà.
30L’entusiasmo che pervadeva i giovani, stava diffondendosi
con un serio e ponderato impeto d’innovazione e di freschezza.
I numerosi traguardi raggiunti dal cosiddetto femminismo
non erano neppure lontanamente immaginati dalle menti an-
cora acerbe delle due amiche, le quali però anticipavano l’idea
di una papabile franchigia dalla dipendenza maschile, sfor-
zandosi di cercare un valido sistema per riscattare le proprie
ave, comprese loro stesse.
«Su, su, tesoro mio,» intervenne Astrid «basta tristezze per
stasera. Ascolta, piuttosto e non storcere il muso, ti giuro che
parlerò io a Frédéric, stavolta dicendogli chiaro e tondo di non
farti più la corte, o meglio... di non importunarti più, inven-
tandomi qualcosa, che so... che sei sposata e che tuo marito si
trova in India e che potrebbe tornare da un momento all’altro,
vedrai, insomma, che dopo il mio intervento, non ti guarderà
più con quel suo sorrisetto delizioso...»
«Judith, ti prego non fare la scema e dimmi dove vuoi an-
dare a parare?»
«Ecco, tu sei l’unica amica mia che riesce a rovinarmi la
scena migliore...»
«Dai... cosa hai rimuginato?»
«Un vernissage... domani pomeriggio il padre di Frédéric,
che è un pittore quotato, espone in una galleria nella zona cen-
trale di Norimberga, ho promesso che ci sarei andata.»
«Ebbene, non puoi andarci da sola? Non è che ti sei impe-
gnata anche per me?»
«No, questo mai, la mia sfacciataggine da profittatrice delle
mie amiche più tenere non arriva a tanto. Il fatto è...»
Judith fece un sorriso che ne deformava i tratti. «È... che
cosa?»
«I quadri... raffigurano scene di Auschwitz.»
«Lo dici come se dovessi provare spavento, ho assistito ad
altre mostre sul tema e sono sopravvissuta.»
«Non lo metto in dubbio, ma queste immagini sulle tele
31sono di un verismo impressionante, io le ho già viste in un
catalogo di stampa e ti assicuro che sono rimasta impressio-
nata.»
«D’accordo, andremo a questa esposizione» disse Judith,
senza smettere di distorcere le labbra, carica di perplessità.
L’entrata della galleria era sfarzosa, ai lati c’erano affisse
alcune locandine giganti che riproducevano diversi quadri
dell’artista.
Judith era sola, la sua amica l’aveva preceduta per fare il
suo famoso discorso a Frédéric.
Di fronte alle prime immagini sui manifesti di presentazio-
ne, rimase già colpita.
Erano sconvolgenti.
Qualcosa si insinuò nella sua mente come una stilettata.
Per poco non chiuse gli occhi e si rese conto di barcollare,
ma si riprese, appoggiandosi allo stipite della porta d’entrata.
Si fece forza, girandosi per guadagnare l’uscita.
Voleva andarsene.
«Judith... dove vai?» chiese la sua amica, precedendo i suoi
propositi. «Mi sono affacciata per accoglierti... Vuoi andare
già via?»
«No, no... in realtà quelle immagini mi hanno un po’ desta-
bilizzata.»
«Lo sapevo... Te l’avevo anticipato che sono di un pragma-
tismo scioccante. Stai bene, comunque? Su, entra, bevi un cor-
diale e poi se non ti senti di rimanere, t’accompagno a casa.»
«Grazie, Astrid, non preoccuparti, mi sono ripresa.»
Entrarono.
Astrid per sicurezza sorreggeva l’amica tenendola salda-
mente per un braccio.
L’esposizione era suddivisa sulle pareti di un salone roton-
do, come fosse l’interno della cupola di S. Pietro in Vaticano.
I quadri, dai colori cupi, tutti rettangolari in grande forma-
to e di unica misura, testimoniavano in un solo colpo d’occhio
32scene raccapriccianti del conosciuto campo di sterminio di
Auschwitz.
Forni crematori con gente che si estingueva dentro.
La soglia d’entrata con gli ebrei che s’incanalavano in fila
ordinata senza rendersi conto che mai più avrebbero posato la
loro mano sul pomello di una porta.
Volti ghignanti di donne e uomini kapò che catapultavano
i deportati nel labirinto della morte con una spinta feroce nel
gesto e sul volto.
Gruppi spauriti di donne, uomini e giovanissimi sotto il
sole con un ufficiale che alzava il frustino in segno di ventilata
minaccia.
Un giovane ebreo biondo dagli occhi scuri e dalla scultorea
e giovane bellezza, nudo sulla soglia dei forni crematori, era
pronto al sacrificio e non per sua richiesta.
Scheletri spolpati e ammucchiati sulla distesa di putrido
fango scuro.
Scene di sesso brutale con più donne dal viso scavato che
dimostravano chiari segni d’inedia forzata.
Volti privi di orbite o di denti, o di nasi o di orecchie e di
capelli.
Una montagnetta di indumenti laceri, sepolti dalla neve.
Bambini in fila per due che giocavano sorridenti prima di
dividersi per sempre.
Una bambina dal muso imbronciato che faceva il bagno
senza veli in una stanza in stile liberty, fece barcollare e sbian-
care del tutto Judith.
«Cosa c’è?» chiese l’amica.
«Quella bambina... sono io» fece Judith in un soffio rattri-
stante.
«Mi dispiace... non potevo supporre...» disse l’amica, strin-
gendosi con più forza a lei.
«Quell’altra...» disse Judith, posando gli occhi su una tela
che la raffigurava sprofondata ancora nuda in un’enorme pol-
trona e con una malinconia che pietrificava la stanza «mi rico-
33nosco anche in lei...»
«Vuoi che andiamo via?» chiese Astrid premurosa.
«No, no, c’è un altro dipinto là...» Judith additò il quadro
che la raffigurava in un nudo frontale come se uscisse dal nulla
o da un deserto di solitudine metafisica «guarda il mio viso? È
sfigurato dallo sgomento...»
«Oh, su andiamocene...»
«Chi è? Dov’è l’artista?» chiese Judith, non curandosi delle
affettuose pressioni dell’amica e presumendo all’istante che
non poteva trattarsi di un caso.
«In fondo, alla nostra sinistra, sta discutendo con Frédéric.»
La ragazza si girò e sbarrò gli occhi già lacrimanti, restando
ammutolita.
Hans Schwarz, il carnefice che aveva reso cenere i suoi ge-
nitori e il fratello, l’uomo che l’aveva usata, torturata con la
sua perversione, stava al fianco del figlio, entrambi con lo stes-
so sorrisetto ambiguo.
«Vuoi che te lo presenti?» disse Corinna.
«Assolutamente no, ti prego.»
«Non insisto, ma potresti chiedere all’artista qualche delu-
cidazione, però?»
«No, usciamo di qui, ti prego, ti spiegherò dopo.»
Si ritrovarono nella strada illuminata e accogliente con pa-
lazzi storici che si stagliavano d’ambo i lati.
Faceva freddo.
Astrid avvolse l’amica con le sue braccia, riparandola dall’a-
ria pungente e dal turbamento per il penoso avvenimento.
«Come stai?»
«Ti lascio immaginare...» Judith scoppiò a piangere.
«Se avessi saputo... non t’avrei portata.»
«Tu non c’entri...»
«Che intenzioni hai, riguardo all’artista che ti ha dipinto?»
«Non mi sentivo di chiedere nulla, ero troppo scioccata.»
«Vuoi che lo andiamo a trovare nel suo studio, insieme?
Potresti chiedere spiegazioni con tutta tranquillità.»
34«No, desidero un approccio in privato...» disse Judith, na-
scondendo all’amica di aver individuato il suo persecutore
nel pittore che aveva riportato sulle tele le proprie mostruose
azioni di carnefice.
«Puoi dirmi cosa intendi fare?»
«Come si chiama il pittore?» chiese Judith, presumendo
che Hans Schwarz si celasse sotto falso nome.
Infatti.
«Max Kruger»
Judith si accigliò, staccandosi dall’abbraccio dell’amica e
asciugando le ultime lacrime. «Non voglio parlargli per ora.»
Rimase fredda.
Padrona di se stessa.
«Mi sei amica tu?»
«Ne dubiti?» fece Corinna.
«Stavolta dovrai superare te stessa. Non devi accennare a
Frédéric che la bimba raffigurata con tanto realismo dal padre
sono io. Me lo giuri?»
«Io te lo giuro anche solennemente, ma quali sono le tue
reali intenzioni?
«È una questione di verità e null’altro, voglio la verità.»
«E la chiederai a lui la tua autenticità?»
«Non come lo intendi tu, non direttamente... Gli artisti
sono intelligenti, capaci per questo di mentire, di portarmi
fuori strada in modo credibile. Mentre io, invece, voglio cono-
scere tutto, ogni particolare... da chi ha avuto le foto o le idee
per dipingermi in quel modo.»
«Eri proprio così in quel tempo?»
«Mi ha rubato l’anima...»
«Dimmi cosa devo fare, ti aiuterò, te lo giuro.»
«Basta che tu non dica nulla a Frédéric o al genitore. Ti in-
formo che uscirò con il figlio per chiedere con discrezione in-
formazioni, e in seguito parlerò con il padre, capisci?»
«Sì certo, stai tranquilla, io non ti tradirò e poi, te lo dovevo
già dire, sarò assente per tre mesi, andrò a Londra per perfe-
35zionare il mio inglese, frequenterò un corso di full immersion.
Quando sarò di ritorno mi aggiornerai su tutto.»
«Ah, allora devi fare un’ultima cosa per me prima di parti-
re: combinarmi un appuntamento con Frédéric.»
«Non c’è cosa più facile, andrà in giuggiole appena gli ac-
cennerò che vuoi uscire con lui.»
A casa, Judith sprofondò nel letto.
Posò gli occhi sul soffitto e diresse la sua mente ai dipinti
visti prima.
L’inguaribile guardone deve aver scattato delle foto e ades-
so ne fa uso, cambiando nome e stile di vita sociale. Ma il suo
stato di infido scopofilo lo tradisce ovunque vada, anche se si
nascondesse fra i peli del demonio, suo fratello di latte e di
scelleratezze.
All’epoca della mia feroce sosta ad Auschwitz, con l’inno-
cenza della mia tenera età, non potevo considerare il mio sta-
to d’animo compiutamente, non potevo rendermi conto delle
atrocità che stavo vivendo.
Ora, da adulta, mi rendo conto delle vili attenzioni che il
maggiore, parente di Satana, mi riservava causandomi un
trauma infantile irreversibile.
Mi ha violentata allora, scrutandomi nuda, in ogni centi-
metro del mio corpicino, sottoponendomi ai suoi spregevoli
ricatti per soddisfare i suoi esecrabili vizi, e mi sta violentando
maggiormente adesso con tutti i risvolti e ricordi che affiorano
nella mia mente con una prepotente crudeltà che lascia senza
forze ogni istante della mia vita.
So cosa fare.
Il mio agire sarà pari alla bestialità di Hans Schwarz, ora
Max Kruger.
Sono una donna che ha patito atrocità indicibili da bambina
per poi proiettarsi nella sua piena maturità di adulta. Quanto
ai ricordi... con ogni sensibile orgoglio e sofferenza, si affaccia-
no terribili e limpidi come acqua che sgorga da una rupe.
36Agirò in quindici giorni.
Giusto le dolorose giornate da me vissute ad Auschwitz.
E nelle ore susseguenti, sarò fredda come se stessi vivendo
su un pianeta di ghiaccio.
Erano trascorsi sette giorni.
Corinna era partita per Londra desiderosa di migliorare il
suo inglese approssimativo.
Judith e Frédéric si erano incontrati sempre più spesso.
«Io ti amo...» le stava dicendo Frédéric, tenendola per
mano.
«Mi stai chiedendo cosa provo per te?» fece Judith.
«Sì, confermami che corrispondi i miei sentimenti.»
«È presto ancora...» fece la ragazza, senza riuscire a farsi
affiorare il benché minimo sorriso.
«Io ho parlato già di te a mio padre.»
«Ah, sì...» fece lei con particolare freddezza che a volte a un
uomo può sembrare ingenua riservatezza.
«Non ti fa piacere?» disse lui senza reticenze.
«Sì, ma è presto, non mi sento pronta per prendere una de-
cisione.»
«Sai che sono impaziente, quanto tempo ti occorre anco-
ra?»
«Vediamo... Sono trascorsi sette giorni da quando ci siamo
dati il primo appuntamento... ancora otto giorni e deciderò, ti
va bene?»
«Sono felicissimo, amore mio. Starò come un angelo sull’u-
scio della tua porta ad aspettare i giorni.»
«Sì, ma tu piuttosto, mi pare di capire che parli sempre di
me a tuo padre?»
«Come l’hai capito?»
«Sei tu che mi hai fatto credere così. Sei troppo esplicito
nelle tue frasi.»
«È colpa di mio padre, fin da piccolo ha sempre preteso da
me chiarezza e precisione... Ancora adesso vuole che gli faccia
37sapere sempre dove sono e cosa faccio, ogni istante della mia
vita, è assillante.»
«Non ti riesce di cambiare, di sottrarti alla personalità di
tuo padre, vero?»
«Se starò con te, se tu mi vorrai, io ci riuscirò, ne sono cer-
to, ti amo...»
«E tua madre? Non c’è una madre nella tua famiglia?»
«No, io ero piccolo, abitavamo a Berlino. Durante la guerra,
mia madre abbandonò mio padre, che allora prestava servizio
militare nella cancelleria del Führer. Da quel giorno, non ne
ho più saputo nulla.»
«È tuo padre che ti ha raccontato che in guerra prestava
servizio negli uffici del Führer?»
«Sì, con tutti i particolari: era un ufficiale ed è stato decora-
to per meriti speciali, rimanendo sino alla fine fermo nei suoi
doveri di soldato.»
«Un bell’esempio davvero...» fece Judith.
La sua mente iniziò a vagare, quando ancora piccola e in-
genua aveva creduto alle convincenti parole del comandante
Hans Schwarz, guardone di bambini innocenti e spietato sper-
giuro, mentre i suoi avevano subito la sorte dei forni cremato-
ri.
Questo nella realtà era il padre di Frédéric.
Fuggito dai campi di sterminio di Auschwitz, qualche ora
prima che vi penetrassero i russi, aveva fatto perdere le pro-
prie tracce.
Poi, aiutato da alcune associazioni naziste che in quel pe-
riodo si erano organizzate per proteggere i loro aderenti, si era
rifugiato in Guatemala.
Qui divenne pittore di un certo rilievo, i suoi soggetti pre-
feriti erano i fiori, i nativi e le capanne più fatiscenti; cambiò
naturalmente nome e personalità.
Fece anche alcuni ritocchi al suo viso, servendosi di un
chirurgo, ex ufficiale nazista, particolare questo che non era
38sfuggito a Judith. Lei aveva ben conservato nella sua piccola
mente ogni particolare fisico e gestuale di Hans Schwarz.
Stabilitosi a Norimberga, riciclato col nome di Max Gruger,
aveva deciso di sfruttare le sue doti pittoriche, le visioni e le
foto assunte nei campi di Auschwitz.
«Posso baciarti?» chiese Frédéric, riprendendo il discorso
con particolare entusiasmo.
«No. Devi aspettare, ma ti prometto che se dovessi decidere
per un sì... passerò con te un week end nella mia casa di cam-
pagna...»
«Davvero?»
«Sì, te lo prometto e io non manco mai alle mie promesse.»
Frédéric baciò la mano di Judith, che lei ritrasse. «Grazie,
grazie.»
«Non ora... fra otto giorni.»
Nei giorni successivi, Judith, pur uscendo con Frédéric
sporadicamente per conoscere ogni particolare suo e del pa-
dre, numeri di telefono personali e comportamenti inusuali, si
stava comunque organizzando nella tenuta di campagna che
aveva ereditato dai suoi genitori.
Aveva già incaricato una squadra di pulitori e un gruppo
di muratori e imbianchini, affinché le rinnovassero le pareti e
ogni altra cosa che si fosse degradata a causa dell’incuria per
il tempo trascorso.
Credeva di non farcela a entrare nella casa che era appar-
tenuta ai suoi nonni e poi ai genitori, la quale era stata anche
teatro del suo arresto insieme ai suoi familiari da parte della
Gestapo.
Fece arrivare anche un esperto di forni e pensò, con le lacri-
me nell’animo, al padre panettiere che, prima di trasferirsi nel
centro della città, come suo nonno, aveva esercitato l’attività
di fornaio approvvigionando il circondario e i ristoranti.
Poi c’era stata una crisi e lui con sua moglie e il figlio Sam si
39era trasferito a Norimberga, divenendo il più accreditato for-
naio della zona.
Dopo, rendendo tutti felici, era nata lei, con i suoi occhioni
neri e una massa di capelli ondulati.
Purtroppo, però, nulla è completa felicità per l’uomo, la
guerra, infatti, aveva spezzato i sogni e le loro certezze.
Mancavano cinque giorni alla risposta che Judith doveva
dare a Frédéric. Lei si trovava con un esperto di rotaie per tre-
ni nella casa di campagna.
«Riuscirà in tre giorni a costruire due binari scorrevoli con
una piattaforma per poggiarvi e far scorrere grossi montoni da
arrostire nel mio grande forno?»
«Ho l’occorrente,» sorrise «mi bastano due giorni, se lei è
d’accordo.»
«Meglio, così inizierò prima la commercializzazione di car-
ne ovina su ampia scala» disse Judith.
L’esperto di rotaie fu puntuale.
Le fece anche gli auguri di buona fortuna, essendogli pia-
ciuta l’idea di commercializzare montoni al forno.
Reputatasi soddisfatta di quanto aveva compiuto in quei
pochi giorni, Judith diede appuntamento a Frédéric.
«Hai deciso?» chiese fremente il ragazzo mentre erano se-
duti al bar, con la tazza del tè in mano.
«Sì.»
«Mi ami?» chiese ancora il ragazzo.
«Forse... ne avrò la certezza il prossimo week end.»
«Vuoi dire io e te, soli e insieme?»
«Sì.»
«Oh, amore, sono felicissimo... se la tua risposta fosse stata
del tutto negativa, avrei potuto impiccarmi!»
«Oddio, come sei estremo, quasi crudele con te stesso a esi-
bire simili intenzioni, non ti sembra Frédéric?»
«Sì, scusami non volevo ferirti, ma è la mia maniera di
esternare i miei veri sentimenti d’amore, tu sei troppo prezio-
sa per me.»
40«Non preoccuparti, sono preparata alle scene cruente, an-
che in teatro di questi tempi abbondano.»
«Non come in guerra...» disse Frédéric.
Il viso di Judith si fece rossastro. «Le guerre non si conclu-
dono mai...»
«Non pensiamoci, ormai quella appena vissuta è passata e
io sono stato stupido a ricordarla... Dove vuoi che ci incontria-
mo per il nostro primo week end insieme, dove andremo?»
«Nella mia casa di campagna, là saremo davvero soli, senza
nessuno che ci disturbi.»
«Non ci contare. Mio padre darà in escandescenze se gli
dirò che passerò la notte fuori casa.»
«Non avevi detto che gli avresti parlato di me?»
«Oh, sì, per questo è come se ti conoscesse, gli ho parlato
molto di te, ha preteso anche il tuo numero di telefono, ma
il mio comportamento stavolta sarà una sorpresa, starò fuori
casa senza dirgli nulla.»
«Come vuoi» disse Judith, avendo ottenuto quello che spe-
rava.
Evidentemente, il padre stava sempre all’erta.
Era così ansioso per i suoi trascorsi di criminale di guerra e
di guardone, da non potersi permettere di fare passi falsi.
La stessa Judith insegnava però, avendolo scovato, che il
crimine prima o poi paga lo scotto delle sue scelleratezze.
Era vero che Hans Schwarz ancora non sapeva dell’esisten-
za di una Judith adulta alle sue spalle.
Prendeva le sue precauzioni, avendo una folle paura di es-
sere scoperto e che il figlio ne fosse coinvolto.
Il giorno prima della scadenza dei quindici giorni che si era
prefissata Judith, Frédéric si presentò puntuale.
«Io non possiedo l’auto...» disse il ragazzo.
«Non preoccuparti andremo con la mia.»
Nel tragitto dalla città alla casa di campagna, Frédéric sor-
rideva e Judith poté rilevare meglio che rassomigliava tre-
mendamente al padre.
41Ebbe una fitta al cuore, vedendosi da piccina denudata al
cospetto di Hans Schwarz che con quel sorriso mentiva spu-
doratamente.
«Che hai da sorridere?» chiese la donna.
«Stavo pensando a mio padre, alla faccia che farà non ve-
dendomi rientrare.»
«Se ne farà una ragione, non credi?»
«Non credo, per lo meno ti farà una telefonata o due.»
«Non importa, già so quello che gli dirò...»
«Cosa vuoi dirgli, ti prego di non allarmarlo.»
«Non preoccuparti sarò gentile... Lui non lo è?»
«Gentile? Oh sì, molto.»
I due scesero dall’auto e si accinsero a entrare nella casa di
Judith.
«Aspetta...» disse lui facendo il gesto di prenderla in brac-
cio per portarla dentro casa.
«Ma che fai, Frédéric? Questo è di prassi solo quando due
si sposano.»
«E io voglio sposarti... Ti amo.»
«Lasciami!» Lei si staccò. «Non correre... vai troppo in fret-
ta.»
Entrati a passo svelto, Frédéric l’abbrancò cercando di ba-
ciarla.
«Non precipitarti...» disse ancora la donna.
«Che dici? Non saremo venuti fin qui per passare un week
end, giocando a nascondino, ti pare?»
«Faremo tutto quello che vuoi, ma prima fammi rilassare,
mangiamo e beviamo qualcosa. Ho preparato una serie di for-
maggi e affettati, su aiutami ad apparecchiare la tavola.»
«D’accordo, ma quando mi farai visitare il resto delle stan-
ze?»
«Dopo, caro, c’è tempo.»
Disposero la tavola, stendendo il mangiare in modo frugale.
Si cibarono.
42Frederic non le staccava gli occhi di dosso, facendo i suoi
sorrisetti ambigui che le ricordavano il padre.
Dopo l’ennesimo brindisi con vino rosso, Frédéric, dava se-
gni d’impazienza per l’atteggiamento non proprio caloroso di
Judith.
«Quando mi porterai a vedere la camera da letto?» chiese
senza più preamboli.
«Anche subito, se vuoi...»
Lui fece il solito sorrisetto. «Oh, adesso ci siamo.»
Nella stanza c’era un lettone con le spalliere alte, scolpite
ad arte.
Non c’era altro.
«Questa stanza non è arredata?» notò il ragazzo. «C’è solo
il letto.»
«Ti dispiace?» fece lei.
«No, anzi, ci sentiremo più liberi.»
Detto ciò si buttò a capofitto sul lettone.
«Mi sento un po’ stanco, non è che ti spogli?»
«Tu vuoi questo senza sapere se mi faccia piacere? Senza
baciarmi prima o toccarmi sopra i vestiti? Non adotti prelimi-
nari?»
«A me piace guardarti mentre ti spogli, vederti poi senza
veli è il mio massimo godimento, prima di fare l’amore.»
«Già capisco...» fece Judith, avendo già subito dal padre
tali dissennati comportamenti.
Frédéric aveva le medesime tendenze di Hans Schwarz.
Inorridì.
Si vide bambina, mentre denudata piangeva, chiedendo
della famiglia.
Frédéric Schwarz, figlio di Hans, erano simili.
Perfetti nella loro perversione.
E forse l’uno nemmeno sapeva dell’altro.
Questo la fece traballare.
Stava per scagliarsi contro Frédéric, quando questi si ad-
dormentò.
43Era stato drogato durante il pranzo da Judith, che aveva
predisposto tutto.
Si portò fuori e prese una carriola.
Con tutte le sue forze vi spinse dentro il ragazzo.
Dopo lo portò nella stanza del forno adattato a rotaie e
sul tavolaccio, a un metro dalla bocca di entrata, vi depositò
Frédéric che ancora dormiva per effetto dei sonniferi.
Prese una corda e lo legò stretto, per non lasciargli la mini-
ma possibilità di muoversi.
Gli mise anche un bavaglio sulla bocca per impedirgli di
parlare o, peggio, di urlare.
Senza più curarsi di lui si sdraiò nel lettone, addormentan-
dosi.
Al mattino fu svegliata dallo squillo insistente del telefono.
«Sono il pittore Max, mi scusi se la disturbo ma Frédéric
stanotte non è rientrato... è lì con lei, per caso? So che vi dove-
vate incontrare.»
«Oh, sì,» fece Judith «è qui, non si preoccupi, è stato male
per aver mangiato troppo...»
«Posso parlargli?»
«Sta dormendo come un ghiro, sa stanotte non ha chiuso
occhio, ma sta bene, non si preoccupi.»
«Lo lasci dormire ancora un po’ allora, vengo io a prenderlo
al più presto.»
«Conosce l’indirizzo?»
«Sì, Frédéric me lo ha lasciato prima di uscire di casa. Sa,
sono un padre un po’ apprensivo...»
«Allora d’accordo» disse la donna, portandosi poi di corsa
nella stanza del forno, dove già Frédéric si era svegliato, guar-
dando Judith con gli occhi sbarrati.
Lei fece finta di nulla e iniziò a mettere ai lati del forno della
legna asciutta che cosparse di alcol.
L’accese sotto gli occhi inorriditi del ragazzo.
Passò un’ora, mentre Judith alimentava di tanto in tanto il
forno.
44Udì un’auto arrivare.
Aveva lasciato la porta aperta.
Judith cosparse il corpo del ragazzo di petrolio catramato
e spinse il carrello che scivolò veloce dentro la fornace ormai
ardente.
Ci fu un bussare insistente e poi Schwarz si precipitò den-
tro.
Arrivato nella stanza col forno acceso e il figlio che ardeva
all’interno, ebbe un attimo di smarrimento e si buttò in avanti
nel tentativo di trarre fuori dal fuoco il corpo che bruciava, con
il viso sfigurato dal terrore.
Non vi riuscì, perché le fiamme erano alte e avrebbero av-
viluppato anche lui.
Nel tentativo si bruciò i palmi delle mani che stese in avanti.
Si girò, trovandosi Judith di fronte che usciva dall’ombra
con una Luger in mano e un berretto da ufficiale nazista sul
capo.
Nell’aria brulicava l’odore della carne bruciata.
«Maledetta! Maledetta. Cos’hai combinato, cos’è questa
mascherata?» urlò l’ex nazista aguzzino, cercando di scagliar-
si contro Judith.
«Fermo! O ti freddo.»
L’uomo si bloccò.
«Chi sei?» chiese, mentre stava riprendendo lucidità, an-
che se sconvolto.
«Non ricordi? La bambina nuda per la stanza liberty e nella
vasca da bagno colma d’acqua calda? E il dispaccio che diceva
che i miei stavano per tornare da me... Ti ricordi?»
L’uomo tentò di mettersi le mani sul viso, ma subito le ri-
trasse, essendosi ustionato.
«Mio figlio, mio figlio, ti sei vendicata senza alcuna miseri-
cordia...»
Pianse, girandosi a guardare il figlio che ardeva.
«Cosa vuoi da me?»
«Ormai ho avuto quello che mi spettava, tu non hai avuto
45pietà di me e io... come vedi...»
«Lascia che almeno mi riprenda i resti del mio povero
Frédéric, spegni il forno, ti scongiuro.»
«Mai. Io non ho mai avuto quelli dei miei familiari, né tu
potrai mai avere il corpo di tuo figlio se non nei tuoi occhi
mentre brucia.»
«Puttana, non te la caverai così» disse privo di forze.
«Accomodati pure, animale da porcilaia, denuncia il fatto,
vai a spiegare quello che eri. Forse ancora non hai capito, que-
sto è il tuo castigo. O accetti il dolore, avendo sempre negli oc-
chi tuo figlio assassinato alla stessa maniera come tu hai fatto
morire i miei, oppure mi denunci e firmerai la tua condanna a
morte. Io sono giovane e in qualche modo la scamperò senza
marcire in galera, la legge è dalla mia parte...»
«Te la farò pagare...» disse Schwarz.
«Ho già pagato, brutta bestia bastarda. Non credere di
potermi fare ancora del male. Ho depositato parecchie lette-
re presso diversi studi notarili fuori Norimberga, con tutta la
storia che ci riguarda... per i giornali, per la polizia e le asso-
ciazioni ebraiche che ricercano i criminali nazisti. Se mi do-
vesse capitare qualcosa, sancirai la tua condanna. No, perfido
maggiore, sei troppo vile anche davanti alla morte di tuo figlio,
non farai nulla e prima scomparirai dalla Germania e più pos-
sibilità avrai di vivere, ma con il rimorso di Frédéric che sta
per diventare polvere e che alla fine getterò nella spazzatura.»
«Uccidi anche me...» fece Schwarz.
«No, io non lo farò, fallo da te, se ne sei capace. Ora vattene,
o non resisto più, tanta è la voglia che ho di lasciarti un ulte-
riore ricordino. Che so, tagliarti una gamba o fregiarti il viso
in modo insanabile.»
L’uomo, senza più indugiare, diede un ultimo sguardo al
figlio privo di capelli, le orbite vuote, i denti sporgenti ancora
inseriti nelle gengive che sfrigolavano e le gambe già in parte
carbonizzate, avviandosi correndo a perdifiato e con gli occhi
dilaniati dal dolore.
46Judith alimentò ancora il forno, perché voleva che il cada-
vere di Frédéric diventasse cenere il più rapidamente possibi-
le, mostrando sino alla fine la sua parte di carne e di volontà
divenute, senza più misericordia, dure pietre piene di rancore.
Il suo cuore non aveva avuto ripensamenti, essendo sempre
stata sostenuta dal fatto che Hans Schwarz non si macchiava
solo di scopofilia; egli era come un impietoso formichiere sulle
formiche, un sordido maniaco distruttore di razze, capace di
mentire e di giurare sulla madre o sui morti pur di raggiungere
i suoi ignobili scopi.
La donna, aveva pensato a tutto fin nei minimi dettagli.
Le maestranze che le avevano sistemato la casa.
Il tecnico che le aveva installato le rotaie del forno.
L’acquisto del sonnifero che aveva usato durante la cena.
La legna in abbondanza per alimentare il forno, l’alcol e il pe-
trolio catramato per agevolare le fiamme.
La pistola e il berretto nazista comprati al mercato nero e
che non mancavano certo in quel periodo.
Nel gioco delle parti, avendo conosciuto Schwarz, sapeva
già come avrebbe agito il figlio somigliante al padre.
Erano troppo uguali.
Il suo piano aveva scarsi margini per fallire.
Infatti, non era fallito.
Erano trascorsi alcuni mesi.
Astrid era tornata dall’Inghilterra e ardeva dal desiderio di
parlare con l’amica.
«No...» disse Astrid per telefono «non dirmi nulla, ci ve-
diamo al bar della piazza Hauptmarkt, mi racconterai tutto,
desidero assaporare le ultime notizie su cosa è accaduto fra te
e Frédéric: nel mio soggiorno a Londra non pensavo ad altro.»
Dopo un’ora, stavano sedute al bar a sorseggiare tè.
Astrid si portò alla bocca un dolcino speziato. «Dunque,
com’è finita con Frédéric? E hai saputo dal padre come faceva
47ad avere quelle immagini che ha dipinto con te come sogget-
to?»
Gli occhi di Judith brillavano. «Piano, cara, cominciamo
dalla prima novità: Frédéric e suo padre non sono più a No-
rimberga.»
«Com’è possibile?»
«Non lo so, un giorno è venuto da me e mi ha riferito che
il padre sarebbe ritornato in Guatemala e che lui l’avrebbe se-
guito.»
«E cosa avete combinato prima?»
«Nulla, non abbiamo concluso un fico secco.»
«Che delusione... e io che pensavo a una novella storia sha-
kespeariana, tipo Giulietta e Romeo.»
«Non sempre le storie coincidono con la realtà.»
«Ma tu... ti eri innamorata?»
«Scherzi? Io lo odiavo.»
«Ah, meno male, almeno non soffri» disse Astrid con un
cinismo pratico che già s’affacciava nei giovani di quel tempo.
«No, non ho patimenti, anzi...»
«Infatti, ti vedo più rinfrancata e gioviale. Ti sei per caso
innamorata di un altro, nel frattempo?»
«No, di nessuno. Non ci sono uomini nelle mia vita e sai
cosa ti posso certificare? Che non ce ne saranno proprio.»
«Dai, non fare la tragica adesso. Piuttosto, sei riuscita a sa-
pere da chi il padre di Frédéric aveva avuto le immagini che
poi ha dipinto?»
«No.»
«Ma ci hai parlato?»
«Sì, mi ha riferito di averle acquistate al mercato nero, pa-
gandole a caro prezzo.»
«E null’altro?» chiese Astrid, quasi infastidita delle delu-
denti risposte ottenute.
«Nulla di rilevante.»
«Non nascondo che sono proprio sconfortata. M’aspettavo
di più.»
48«Invece...» disse in un soffio Judith, quasi in un sorriso.
«Vabbè, vabbè, gustiamoci un altro choux à la creme, e
pensiamo che siamo i giovani degli anni sessanta e che la vita
deve sorriderci.»
«Non è che stai sfoggiando un certo snobismo intellettua-
le,» chiese Judith, in tono amaro «vantando questo assoluti-
smo degli anni sessanta? A parte la guerra, ormai alle nostre
spalle, a me pare che siamo più semplici di quanto si pensi,
possiamo persino litigare con il proprio fratello o i genitori e
da lì a poco riappacificarci, riunendoci senza provare alcuna
vergogna. Nei prossimi anni chissà... magari litigheremo a
morte con tutti, per infine distruggerci come fascine da butta-
re sul fuoco...»
«No,» Corinna sorrise «io credo che gli anni sessanta vi-
vranno all’infinito, tu non sei del mio parere, mia cara, eh?»
«Non mi sembra...» fece laconica Judith.
Le due amiche si abbracciarono.
La maestosa piazza Hauptmarkt, con la lunga fontana a
pinnacolo che fronteggiava la chiesa di Nostra Signora, con
le sue guglie come ricami fra le nubi, faceva da profilo ai loro
sorrisi, uno aperto e l’altro triste.
Il cameriere portò altre delicatessen.
Mischiarono il morso dei dolci ai pensieri futuri, ognuna
sognando per proprio conto e in modo diverso, mentre un
candido barboncino s’era posto di fronte con la lunga lingua
in fuori. Scodinzolava in attesa di qualche dolce briciola.
Era trascorso più di un anno.
Astrid si era trasferita a Woking nella contea del Surrey,
presso la sede della McLaren, che era stata fondata pochi anni
prima e si stava sviluppando come una delle più prestigiose
scuderie britanniche di gare automobiliste.
In Astrid, i responsabili delle public relations avevano in-
49dividuato una perfetta rappresentante della deutsche gene-
ration, con idee rampanti e carrieristiche, nonché una buona
dose di conoscenza della lingua e della civilizzazione britan-
nica.
La Pitman School che Astrid aveva frequentato con convin-
zione, le aveva conferito un notevole prestigio. In quei tempi
le grandi industrie andavano ancora alla ricerca di personale
qualificato da assegnare a incarichi di fiducia con possibilità di
evoluzione rapidissima.
Astrid rispecchiava in pieno queste caratteristiche.
La ragazza, di aspetto gradevole, determinata, cultural-
mente preparata, non disdegnava sorrisi e ammiccamenti nei
confronti di chi ritenesse meritevole della sua attenzione o in-
teresse.
Questo atteggiamento suscitava equivoci e malintesi che lei
però sapeva tenere a bada con charme e con un cipiglio tipico
di un generale delle forze armate.
In effetti, il padre di Astrid l’aveva abituata a una rigida
condotta educativa e a ferree regole comportamentali deri-
vanti dal suo ruolo di colonnello tedesco.
Suo padre, Herr Von Braudt, però, una volta scoppiato il
conflitto mondiale si era schierato con l’ala moderata dell’e-
sercito, incorrendo in sanzioni pesanti che l’avevano indotto
all’atto estremo del suicidio.
Si vociferava persino che, prima di togliersi la vita, Von
Braudt si fosse compromesso nell’attentato al Führer del 22
luglio del 1944.
Così Astrid e le sue sorelle si erano strette intorno alla ma-
dre, donna autoritaria ma farfallina, che non si era certo pro-
fusa nel proteggere il marito da detrattori e vessatori, ma anzi
l’aveva allegramente tradito con un alto esponente delle SS,
che l’aveva portata con sé a Parigi durante l’occupazione.
A conseguenza di ciò Astrid, Corinna e Suzanne le tre tristi
ed eteree sorelle Von Braudt, erano state affidate alle cure del-
50la nonna paterna, Frau Hilda, una donnona dagli occhi dolci e
dalle mani callose ma amorevoli, frutto di sacrifici e durissimo
lavoro nei campi.
Erano così cresciute risolute, sincere e disinvolte, nono-
stante i loro trascorsi dolorosi e conflittuali.
Astrid poi aveva intrapreso gli studi umanistici vista la sua
particolare predisposizione per le lingue straniere e per la let-
teratura e il suo futuro in terra britannica si sarebbe così ine-
vitabilmente delineato.
Si respirava una frizzante e singolare aria natalizia in quei
giorni.
Sullo sfondo della stupenda chiesa gotica Frauenkirche, in
piazza Hauptmarkt e nelle strade adiacenti, si teneva il princi-
pale mercatino tedesco.
In 190 casette decorate si vendevano presepi, caratteristici
angeli dorati, libri, giocattoli, vetri soffiati e decorati, casette
di ceramica della Franconia, candele, tessuti, guanti, cappelli,
sciarpe, decorazioni natalizie e articoli in cuoio.
Numerose le specialità gastronomiche: omini fatti con pru-
gne secche, pane di frutta, biscotti scuri di Norimberga, salsic-
cette speziate accompagnate con crauti e Gluhwein, vin brulè.
Judith, seduta da sola al bar della piazza, assaporava a pie-
ne narici tutti quegli odori a lei tanto familiari e si sforzava di
riempirsi i polmoni per immagazzinarne i profumi.
Era ai primi di novembre e la ragazza osservava la lunga e
imponente processione di bambini che, con lanterne illumina-
te in mano, anticipavano ufficialmente le feste natalizie.
Dopo il loro passaggio pensò alla sua amica Astrid, alle sue
ultime parole prima di salire sul treno che l’avrebbe portata in
Inghilterra.
«Sono consapevole che proverò una struggente nostalgia
per questa nostra meravigliosa città,» le aveva detto Astrid
con un lacrimone sugli occhi «ma il gioco vale la candela... Ho
troppa voglia di scoprire nuovi orizzonti e immergermi in una
realtà così lontana dalla mia vita di sempre... Ti scriverò, Ju-
51dith, te lo prometto, ti penserò e ti scriverò tutti i giorni.»
Astrid non le aveva scritto tutti i giorni ma Judith era più
felice, quando riceveva sue notizie.
Presa da malinconia Judith si alzò di scatto dal tavolino,
rovesciando il bicchiere con le ultime gocce del liquido con-
sumato.
Non si fermò ad assestarlo e prese a correre, attraversando
la piazza.
Nelle viuzze, per un motivo ancestrale, non si sentì tanto
sicura e si girò per guardarsi.
C’era una donna alle sue spalle, vestiva sportiva con un cap-
pellino abbinato al suo abbigliamento, ma che le copriva gli
occhi.
Judith, mise le mani nella tasca del cappotto stringendo la
sua Luger, che ormai teneva sempre con sé da quando aveva
ucciso il figlio del maggior Hans Schwarz.
La donna con il cappellino la seguiva ancora.
Judith fece alcuni giri viziosi.
Non ebbe dubbi.
Quella donna, tampinava lei.
Judith non si scompose, arrivata a una strada larga e af-
follata fece un giro su se stessa, portandosi veloce al cospetto
della donna che la seguiva con tanta insistenza.
L’affrontò.
«La conosco?» disse decisa.
«No,» disse la donna «ma io so chi è lei.»
«Cosa vuole?» disse Judith, accigliata.
«Mi chiamo Johanna Grethel...»
«Le ho chiesto cosa vuole da me?»
«Desidero parlarle. Non abbia timore, non sono una sua
nemica.»
«Ah sì? Mi faccia vedere un suo documento, allora.»
La donna trasse fuori dalla borsa una carta d’identità sotto
l’occhio attento di Judith, che stringeva nella mano la sua Lu-
52ger infilata in tasca.
Con l’altra mano prese il documento e lo mise in borsa.
«Le dispiace» disse «se tengo in custodia il suo documento
finché non avrò ben chiaro chi è lei e cosa vuole da me?»
«No, nulla in contrario. Possiamo, però rifugiarci in quel
pub?» disse Johanna, indicandolo e sorridendo «Parleremo
più tranquillamente.»
«D’accordo» fece Judith, notando che non c’era astio nel
comportamento della donna.
L’immensa sala del pub era gremita di avventori e le due
donne dovettero faticare prima di potersi sedere.
«Avrei un po’ di appetito» disse Johanna Grethel «ti va di
mangiare qualche salsiccia speziata mentre parliamo?»
«Dopo, semmai, prima accennami cosa vuoi da me?»
«Faccio parte di un gruppo anti nazista e vorrei sapere se ti
farebbe piacere aderire...»
«Allora mangiamo prima le salsicce, ho un po’ di fame
anch’io» disse Judith, aprendo un leggero sorriso.
Il cameriere servì birra scura e salsicce con patate fredde,
zenzero e zafferano sopra un pesantissimo piatto di peltro.
Judith mangiò una parte di patata. «Come si chiama il tuo
gruppo?»
«CSCN»
«Cosa significa?»
«Caccia Spietata ai Criminali Nazisti.»
«Come fate a conoscermi?»
«Stiamo contattando i giovani sopravvissuti che hanno
perso i familiari nei lager nazisti. Abbiamo bisogno di adesio-
ni, per allargare il nostro ambito di ricerca fuori dall’Europa e
al di là dell’oceano.»
«Come mi avete rintracciato?»
«Da un elenco in nostro possesso sui sopravvissuti ai campi
di sterminio”».
«Non credo proprio che possa essere io la persona giusta
che state cercando per accrescere le vostre file... Sono volubile
53e caratteriale e non sopporto costrizioni o convenzioni di al-
cun genere» fece Judith.
«Capisco che il suo passato così triste e cruento le abbia la-
sciato ferite insanabili» disse Johanna Grethel «ma, vede, lei
è stata individuata dai nostri capi come un possibile soggetto
adatto per la ricerca dei responsabili delle nostre decimazioni
che sono sfuggiti a un processo e si nascondono, come grossi
topi infetti, in ogni parte del mondo. Lei è un soggetto perfetto
da impiegare nella caccia a quei mostri.»
Il volto di Judith si deformò in una smorfia angosciosa,
come se tutte le scene di sofferenza e angoscia le stessero pas-
sando davanti agli occhi in un lampo.
«Sai, cara Judith, che il tuo linguaggio mimico è eloquen-
te?»
«Sì, lo so, non sono molto loquace e non posso fare a meno
di assumere certi atteggiamenti o espressioni facciali che non
riesco a controllare: non mi accorgo nemmeno dei miei sde-
gnati e dolenti sguardi che più di una persona ha definito in-
quietanti. Non ci posso fare nulla» disse Judith come se par-
lasse a se stessa.
Il dialogo si dipanava in armonia, ma le due donne si mo-
stravano rigide e impettite nei loro cappotti caldi e rigorosi
che le rendevano simili nella loro diversità.
Ester Grethel non era affatto graziosa. Troppo magra e sen-
za un briciolo di femminilità palese: occhi sporgenti dalle pu-
pille scure e mobili in un volto scavato e olivastro dalle labbra
sottili e sempre in movimento.
Il naso sfiorato dal vaiolo e un parruccone in testa comple-
tavano un quadro non certo piacevole.
L’esatto opposto di Judith, bionda, filiforme ma consisten-
te, con le forme al posto giusto, non alta ma armoniosa e ci-
vettuola, anche nei suoi pantaloni neri attillati. Non un capello
fuori posto, il viso pulito, marcato da un trucco lieve ma sa-
piente per esaltare la sua carnagione luminosa, e gli occhi di
un azzurro trasparente penetravano coloro su cui si posavano,
54infondendo, in certi casi, disagio.
«Capisco la tua titubanza anche se non l’approvo,» riprese
Johanna «ma tu ne hai tante di ragioni per aderire al nostro
movimento.»
«Lo so... ma io non mi sento preparata a diventare un giu-
stiziere in gonnella...» disse andando con la sua mente al mag-
giore Hans Schwarz e al figlio Frédéric, che aveva ficcato vivo
nel forno ardente senza provare misericordia alcuna.
In effetti Judith, mostrandosi recalcitrante, stava mettendo
alla prova la donna, avendo capito che Johanna Grethel dove-
va aver e ben altri assi nella manica per convincerla ad aderire
al CSCN.
Judith, senza spiegarsi perché, intuiva che la donna poteva
essere in possesso di documenti e notizie che avrebbero potu-
to mettere in luce qualche particolare della sua vita da bambi-
na o dei suoi genitori prima di conoscere il campo di sterminio
di Auschwitz.
Lei era assetata di queste informazioni.
Riguardo al passato, la sua mente era ferma agli istanti in
cui il maggiore Schwarz la teneva chiusa nel suo appartamen-
to super riscaldato di Auschwitz, per vederla sostare o muo-
versi nuda nelle sue faccende giornaliere.
La voleva vedere senza nulla addosso mentre mangiava o
giocava, oppure voleva che il bagno restasse a porta spalanca-
ta mentre lei si lavava i denti o accudiva ad altre piccole minu-
zie naturali.
Judith ricordò che una notte, mentre dormiva coperta solo
dalle lenzuola, il maggiore entrò nella cameretta da letto, la
scoprì e rimase per parecchie ore a osservarla.
Lei ricordava ancora il brivido gelido che le sferzava la
schiena ma finse di dormire, finché lui non uscì dalla stanza.
Una bambina di otto anni non dimentica certe umiliazioni,
lesioni dello spirito che rimangono incise in maniera indelebi-
le nell’animo infantile e che trasformano una vita comune in
un’esistenza travagliata e atroce dove l’unico beneficio tangi-
55bile consiste nella soddisfazione di portare a termine una ven-
detta pregustata da sempre.
Ma Judith voleva molto di più. Il suo astio era così evidente
che le trasfigurava lo sguardo ogni qualvolta la sua memoria
correva verso le sue avventure d’infanzia. In effetti, dopo le
vicissitudini di Auschwitz la ragazza si era focalizzata sul suo
impeto di rivincita nei confronti della vita e aveva metaboliz-
zato ogni attimo durante la sua crescita nell’intento di cercare
strumenti di rappresaglia contro i propri persecutori.
La cremazione forzata del figlio del suo diretto carnefice
l’aveva in parte sedata nella sua furia implacabile, ma ancora
non l’aveva appagata del tutto.
Perciò l’offerta di Johanna, in un certo senso l’allettava.
Scrutava quella donna di sottecchi, senza farsi vedere trop-
po interessata all’argomento.
Ma Johanna, da abile e consumata stratega, aveva capito
quale fosse il punto debole della ragazza e affondò il fioretto,
sicura di fare centro.
«E poi, preferisco essere sincera con te... Il tuo nominativo
è venuto alla luce negli ultimi mesi anche grazie al testo di un
diario che è stato ritrovato fra le macerie del campo di con-
centramento di Auschwitz insieme alle migliaia di resti umani
e oggetti personali appartenuti alle vittime...» disse Johanna,
studiandola mentre proferiva tali parole.
«Ti sto ascoltando, vai pure al dunque, Johanna» la stimolò
Judith, che a sua volta la stava mettendo alla prova.
«Bene, non userò mezzi termini, allora. Cara Judith, il testo
a cui mi riferisco apparteneva a un diario redatto da un fan-
ciullo che si è miracolosamente salvato dal massacro ed è stato
condotto in Russia. Qui è stato adottato da una famiglia di San
Pietroburgo, dove è cresciuto e ancora vive, secondo le nostre
indagini...» continuò Johanna imperterrita.
Judith fu pervasa da un tremito inconsulto che la paralizzò.
Con la voce smorzata riuscì solo a proferire: «Allora vai avanti,
forza».
56Johanna le fissò addosso i suoi occhi rotondi e acuti e deci-
se di essere diretta:
«Insomma Judith, credo tu abbia capito che quel bambino
che è stato protetto da una kapò del campo di sterminio, una
certa Leonie, risponde al nome di Sam, tuo fratello, il quale al
momento della liberazione fu prelevato da un tenente dell’ar-
mata rossa che lo portò con sé a San Pietroburgo.»
Judith sbatté le sue lunghe ciglia senza che un minimo suo-
no proferisse dalle sue labbra. Si limitò a stritolarsi le dita e a
deglutire.
«Be’, non hai nulla da dire? Questa notizia ti lascia indiffe-
rente?» la provocò Johanna.
Con l’espressione persa nel vuoto di chi ha subito uno choc,
Judith sollevò lo sguardo verso di lei e si lasciò andare a una
risata forzata e stridula che terminò in un singhiozzo sinistro.
Johanna fece il gesto di alzare una mano per accarezzarle i
capelli, ma Judith si ritrasse.
«Non sopporto il contatto fisico con gli estranei...» disse ri-
animandosi. «Quali prove mi può fornire che non sia una un
falso questa storia?»
«Ti racconterò alcuni particolari, sono certa che ti convin-
cerai che dico la verità. Il tenente che lo prese in custodia ap-
parteneva all’alta borghesia russa, sposato con una bella mo-
gliettina che non poteva avere figli... Comici a capire adesso?»
Judith aveva gli occhi lucidi e il petto che le danzava in ma-
niera forsennata. «Continua...»
«È il mio resuscitato fratello che vi ha aggiornato con tanti
particolari?»
«No, il suo diario, prima di uscire da Auschwitz e smarrir-
lo... Poi le nostre indagini hanno fatto il resto. Tuo fratello,
nella sua prigionia, ha fatto amicizia con altri ragazzi e così,
passo dopo passo, siamo venuti a conoscenza del nome del suo
salvatore e la città dove questi abitava.»
«Qual è questa città?»
«San Pietroburgo,» rispose Johanna «dove è stato adottato
57dal compiacente tenente, assumendo nome, indirizzo e con-
notati della sua nuova famiglia russa.»
«E quali sarebbero?»
«Sasha Vladimirovič Novikov, un po’ pomposo ma nella
società russa il nome è sempre seguito dal patronimico pri-
ma del cognome... Comunque tranquilla, si fa chiamare solo
Sasha. È un ragazzone prestante dai folti capelli ricci che ti
somiglia molto e che si dedica alla politica internazionale in
veste di avvocato per l’associazione CICC, Coalition for the In-
ternational Criminal Court, grazie alla quale lo abbiamo po-
tuto individuare.»
«Hai una sua foto?»
«Qui con me no. Esiste un dossier nell’archivio del nostro
movimento, che contiene i particolari da noi conosciuti su tuo
fratello e anche alcune foto.»
«Quando posso avere, o per lo meno vedere questo dos-
sier?» chiese Judith ancora scettica e stravolta.
«Quando aderirai al nostro movimento.»
«Quando e dove posso incontrare Sam, secondo te?»
«A mio avviso, sarebbe meglio in terreno neutro. Lui viag-
gia spesso oltre oceano e va spesso a New York per discutere
alcune cause internazionali sui diritti civili degli immigrati,
ma ci siamo accorti che sta prendendo a cuore le sorti dei so-
pravvissuti all’olocausto.»
«Bene, dammi pure le precisazioni utili per rintracciarlo a
New York. Non voglio sapere altro. Vado subito in un’agenzia
di viaggi a prenotare un volo. Il resto lo ridiscuteremo al mio
ritorno, non ho proprio la mente libera per concentrarmi sui
vostri progetti e pianificazioni a mio riguardo.» Judith si alzò.
«Ehi, carina, un attimo di pazienza. Ci aspettavamo che re-
agissi in questo modo a una tale informazione... ma non puoi
pretendere che ti siano forniti tutti i dettagli del caso senza
avere in cambio nessuna garanzia da parte tua...»
«Cosa volete da me?»
«Essere sicuri che sei disposta a collaborare. Abbiamo pre-
58parato una specie di contratto, un documento ufficiale che do-
vrai firmare per suggellare il tuo impegno. Poi, non temere, ti
elargirò ogni particolare e minuzia su come ritrovare tuo fra-
tello a New York.» La donna le sorrise accomodante.
Così dicendo estrasse dalla sua borsa un dossier di poche
pagine rilegato in verde che sottopose alla sua attenzione.
Judith vi posò gli occhi dopo aver lanciato un’occhiata di
sfida a Johanna, che sul golfino giallo ostentava come fosse un
trofeo un orologino smaltato blu, appuntato a spilla.
Si dedicò in tutta fretta alla lettura del file e con un sospiro
di sollievo pose la sua firma in calce allo stesso.
«Forza, non ho più tempo da perdere. Dimmi dove acciden-
ti posso rivedere Sam...» disse Judith, iniziando a prendere
sul serio le sconvolgenti notizie che le aveva comunicato Jo-
hanna Grethel.
«Ascolta...» disse la donna «sei agitata e lo sarai di più dopo
che avrai ripensato a quanto ti ho detto sulla nuova situazione
di tuo fratello, ma ti prego, ragiona, tu non puoi precipitarti
da lui e di punto in bianco dire: “Ciao fratellino, sono Judith,
tua sorella”.»
«Cosa dovrei fare, allora?»
«Ponderare, leggere prima il dossier e il diario di Sam e poi
agire.»
«Non sono troppo convinta... non mi piace credere con
troppa facilità...» disse Judith.
«Come puoi ancora pensare» disse Johanna, «che ti si vo-
glia prendere in giro su argomenti tanto delicati?»
Judith girò gli occhi sulla parete e pianse senza più vergo-
gnarsi.
Johanna le porse un fazzolettino di lino bianco. «Sfogati
pure,ne hai tutto il diritto.»
Judith asciugò le lacrime. «Scusami, sono stata sciocca...»
«L’importante è ammetterlo, altrimenti avrei perso la fidu-
cia sulle possibilità che ho riposto in te. Possiamo... ora darci
del tu, ti pare?»
59Judith sospirò. «Certo.»
«Domani ti farò avere una copia del dossier e del diario di
Sam. Dove vuoi che te li porti?»
«Ti dispiace se ci vediamo al bar Centrale della piazza
Hauptmarkt?»
«C’è un motivo particolare per aver scelto un bar così in
vista?» chiese Johanna, mostrando la parte sospettosa del la-
voro che svolgeva.
«No.» Judith pensò ad Astrid. «È un bar a cui sono affezio-
nata.»
«D’accordo, faremo finta di scambiarci alcuni compiti di
scuola, quando ti passerò i fogli che ti riguardano» disse Jo-
hanna, con un cipiglio che non le aggraziava di certo i linea-
menti della figura.
L’indomani le due donne erano sedute al bar della piazza
Hauptmarkt.
Johanna cercava di sorridere.
Judith, invece, aveva gli occhi gonfi e il viso disfatto, nem-
meno il maquillage usato dalla ragazza era riuscito a nascon-
derli.
La gente s’accalcava, affaccendandosi con i pacchi natalizi
in mano.
L’aria era tersa.
Si respirava l’odore della pioggia che di lì a poco sarebbe
senz’altro caduta.
Difatti non si fece attendere.
Una pioggerellina passeggera si riversò sulla piazza, con
l’asfalto che prese a luccicare per effetto delle luci verticali dei
lampioni.
Alcune persone uscirono dal bar, avventurandosi sotto l’ac-
qua piovana che lasciavano scorrere lungo il viso, volendone
assaporare la fresca e dolce interezza.
Judith impose alla donna di passarle il fascicolo come se
fossero appunti di studio, essendo cosciente di aver scatenato
60l’inferno nel cuore del maggiore Hans, da quando gli aveva
bruciato vivo il figlio. Difatti, non viveva troppo serena, prefe-
rendo restare all’erta più del necessario.
«Ecco i tuoi appunti, Judith, spero ti possano essere utili
per il prossimo esame.»
«Ti ringrazio, cara, ne avevo proprio bisogno...» disse Ju-
dith «ho trascurato spesso l’università a causa dei miei impe-
gni di lavoro. Ma ora basta son decisa a terminare il corso e a
laurearmi in letterature americane... figurati che prevedo per-
sino di passare qualche tempo a New York per calarmi meglio
nella realtà stelle e strisce della bandiera americana.»
«Be’... devo proprio andare, mi farò viva presto.» Johanna,
la baciò e decise di non fare alcuna osservazione sullo stato
disfatto del viso di Judith per la notte passata certamente fra
ricordi, pianto e abbattimento.
Judith terminò la sua bevanda calda e si avviò verso casa. Il
suo passo divenne sempre più sostenuto, mentre stringeva la
documentazione che le aveva passato la donna del CSCN.
Il mio nome è Sam... lesse Judith nel diario del fratello, con
la voce rotta:
Figlio di Elias e Rosemunde Cohen e ho compiuto dodici
anni il 29 novembre 1944.
Da ieri, 12 gennaio 1945, sono ospite di questo campo di
lavoro situato ad Auschwitz, che se ho ben capito è una cittadi-
na della Polonia dove siamo stati condotti in treno io e la mia
famiglia, soffrendo molto.
Ho perso di vista mia mamma e la mia sorellina Judith per-
ché i capi di questo posto hanno separato gli uomini dalle don-
ne, bambini compresi.
Ho dormito per poco in una camerata unica, dividendo la
mia branda con altri due bambini, stretti uno vicino all’altro.
Gli odori sono nauseanti e insostenibili perché credo che pa-
61recchia gente ci abbia dormito senza lavarsi da parecchi giorni.
C’è polvere, cartacce e sporcizia dappertutto, i muri sono
per lo più scrostati e neri, con impronte marcate di mani spor-
che sia di bambini che di adulti sulle pareti.
A noi ragazzi hanno proposto di portarci a fare una doccia,
ma proprio sul più bello, quando non vedevo l’ora di togliermi
i vestiti lerci e sudici per mettermi sotto a una bella cascata
d’acqua purificatrice...
Judith interruppe la lettura del diario di Sam, per guardarsi
allo specchio.
Voleva esplodere.
Piangere a dirotto o strapparsi i capelli.
«Calma, devi stare calma...» disse a se stessa con le lacrime
che già cadevano sul pavimento di piastrelle azzurre. Judith
riprese a leggere:
Quando la kapò, signora Leonie, mi ha tratto a sé, ci sono
rimasto male, perché non ne ho capito il motivo. Ma poi ne
sono stato felice quando mi ha spiegato che dove mi stava
conducendo c’erano altri bambini e avrei potuto fare tutte le
docce che volevo.
I miei compagni erano in sei. Karl, Jonsen, Michael, Da-
vid, Salamon e Kaspar.
Dormiamo in stanze separate con due lettini, una occupa-
ta da me e Jonsen.
Ho fatto la doccia in un bagno abbastanza decente, anche
se ho visto passare un topo nel corridoio.
Non mi sono spaventato ma l’ho raccontato agli altri ra-
gazzi che si sono messi a ridere, affermando che loro non
avevano avvistato solo topi, ma anche scarafaggi e gechi.
Ho chiesto anche se sapevano qualcosa dei loro genitori.
Hanno risposto malinconicamente di no.
«E tu?» mi hanno chiesto a loro volta.
Ho scosso il capo, lasciandomi sfuggire una lacrima che
62non mi è stata di conforto, ma anzi mi pareva che portasse
pessime notizie.
Nella stessa sera il nostro compagno Salomon è stato por-
tato via e non ne abbiamo saputo più nulla.
Nessuno di noi ha osato chiedere sue notizie, né abbiamo
posto domande su dove fossero finiti i nostri congiunti.
Abbiamo paura di perdere quanto ci è concesso in quelle
nostre stanze: un letto pulito, acqua calda e pasti regolari
con il dolce di tanto in tanto che ingoiamo in tre cucchiaiate.
Se usciamo per passeggiare, non ci fanno passare dalle
camerate, ma facciamo un giro largo per sostare fuori dal
campo, accompagnati da un tedesco delle SS e da un’inser-
viente di razza giudaica che non ci guarda mai in viso.
Da lontano, però, vediamo pennacchi di fumo uscire dai
comignoli e odori puzzolenti; qualche volta figure di uomini
e donne che s’incamminano lenti e hanno il volto scavato e li
sorvegliano le SS armate.
Qualcuno urlava.
Da lontano, ho visto anche azzuffarsi due ebrei che a ma-
lapena stavano in piedi.
Mi sono chiesto come potevano averne voglia in quel-
le condizioni. Ma non ho trovato una risposta valida: forse
sono troppo giovane.
Mi manca molto la mia sorellina Judith... non l’ho più vi-
sta in giro dopo il nostro arrivo.
Avrei tanta voglia di riabbracciarla, quella furbetta smor-
fiosa! Ah quanto bene le voglio. Chissà dove l’avranno porta-
ta. Qui tra noi ragazzi girano delle strane voci inquietanti.
Michael sostiene di aver sentito dei che tutti i bambini, ec-
cetto noi pochi privilegiati, sono stati eliminati con dei gas.
Dicono anche che i corpi vengono inceneriti e che il fumo
bianco grigiastro che vediamo uscire dai comignoli siano
proprio loro.
Trovo tutto ciò disgustoso e disumano e non posso credere
che sia la verità...
63Per ora noi ragazzi viviamo, senza fare troppe domande a
nessuno. Tanto meno a Leonie, che va subito in escandescen-
ze per un nonnulla.
Figurarsi se le ponessi qualche domanda un po’ partico-
lare.
Preferisco non pensarci e vedere cosa ci riserva il domani.
In certi momenti non mi sento neppure un ragazzo di do-
dici anni.
Mi guardo nello specchietto sbrecciato che Leonie ha at-
taccato in bagno e vedo una faccia scarna e pallida di uno
sconosciuto che mi fissa attonito.
Riuscirò a tornare quello che ero, alla mia vita di prima?
Ritroverò i miei cari, la scuola, gli amici, la campagna dove
scorrazzavo con il mio cane Grief? Bah, per il momento mi
basterebbe non dover più sentire questo odore di fumo e di
piante in decomposizione che mi ricordano il cimitero dei
nonni, quando andavamo a fare loro visita e cambiavamo
l’acqua ai fiori di garofano imputriditi che giacevano sulle
tombe.
Stamattina, 24 gennaio del 1945, siamo stati visitati da un
medico che ci ha trovati in perfetta forma, senza malattie o
difetti fisici.
26 gennaio 1945. C’è una strana atmosfera nell’aria, e
vedo barlumi di paura sia nei sorveglianti che negli uomini
in divisa, come se stesse accadendo qualcosa di orrendo.
27 gennaio 1945. Io e i miei compagni siamo stati svegliati
nel cuore della notte. Sono le 4.30. Non ci siamo lavati e ci
hanno fatto vestire in tutta fretta. Siamo poi stati caricati su
un camion, con due soldati di scorta, pronti a partire...
Judith era rimasta impietrita, il diario del fratello si era in-
terrotto.
64«È qui che lo deve aver smarrito...» farfugliò a se stessa fra
le lacrime.
Senza perdere altro tempo prese la relazione che riguarda-
va la storia della sua famiglia e con mani febbrili scorse veloce
le pagine, puntando il dito sulla voce Sam Cohen.
Nella fretta di aprire il dossier scivolarono alcune foto del
fratello, guardandole rise fra le lacrime.
Sam era come aveva anticipato Johanna, un magnifico ra-
gazzo dai capelli ricci e il viso luminoso come di chi aveva stu-
diato con profitto e vissuto un’esistenza felice.
Somigliava anche a lei, soprattutto gli occhi e la fronte, che
erano uguali.
Riprese a leggere.
Un tenente russo con un suo drappello si trovava nei pressi
di Auschwitz. Intercettato un camion lo bloccò.
L’autista e i soldati di scorta fuggirono e il tenente si trovò
in mano sei bambini spauriti.
Dopo averli tranquillizzati e dopo aver dato loro della cioc-
colata, rimase colpito dagli occhi profondi di Sam, pensò alla
giovane moglie che non poteva avere figli ed elaborò un piano
per portarsi il giovane con sé nella città di San Pietroburgo.
In quei giorni tutti erano presi dalla guerra che stava vol-
gendo al termine e nessuno avrebbe badato a un bambino che
viaggiava in treno con un tenente dell’esercito russo che li sta-
va liberando dall’oppressione germanica.
La cosa più difficile fu per il tenente, che dovette convincere
Sam a fare un viaggio fuori dal suo territorio.
Judith si accorse che allegato al dossier nelle sue mani c’era
anche un magnetophon, gloriosa invenzione della Germania
pre bellica sul cui nastro l’ufficiale russo aveva inciso alcuni
dialoghi intercorsi con i deportati.
Judith cercò un lettore per il nastro magnetico e cominciò
ad ascoltare la conversazione. Distinse immediatamente una
voce tra tutte: quella familiare appartenente al fratellino Sam
le provocò un lungo brivido e un moto di irrigidimento. L’uffi-
65ciale parlava in tedesco ma con spiccato accento russo. Si stava
rivolgendo a Sam e le voci registrate non erano perfettamente
nitide a causa della bassa qualità dell’incisione. Dicevano:
«Ascolta ragazzo, tutti i familiari entrati in quel brutto
campo, che è Auschwitz, purtroppo sono deceduti, compresi
i tuoi... e siccome c’è pericolo ancora per la tua vita, ho avuto
ordini dai miei superiori di portarti nel mio Paese, dove po-
trai salvarti. Non accadrà, ma se qualcuno ti fa domande, tu
devi solo rispondere che sei mio parente. Non posso restitu-
irti i tuoi genitori, ma ti prometto che tu sarai salvo e felice.»
Sam pianse in modo prorompente alla notizia che i suoi
non c’erano più, ma poi sottostò alla logica del tenente russo,
pensando che ne valesse della sua vita. Ebbe solo modo di far-
fugliare:
«E la mia sorellina, Judith... Sai qualcosa di lei?».
«Non c’è più... Non c’è più nessuno, sei solo, ragazzo.»
«I miei compagni, cosa ne sarà di loro?»
«Come ti chiami?»
«Sam...»
«Non preoccuparti, Sam, anche loro saranno in salvo, tra-
sferiti come te in altri Paesi.»
Judith fece una pausa, asciugandosi le lacrime che le scen-
devano copiose.
Dopo riprese a leggere ciò che sui fogli scorreva in modo
inequivocabile.
Se il giovane Sam non fosse stato intercettato dal tenen-
te Jascka Vladimirovič Novikov dell’armata russa forse la sua
fine sarebbe stata orrenda.
Si è scoperto che il giovane e i suoi compagni Michael, Jon-
sen, Karl, David e Kaspar furono posti sotto osservazione e
trattati con riguardo, perché tre di loro dovevano servire per
66gli esperimenti di trapianto a opera di medici ambiziosi e sen-
za scrupoli e gli altri tre portati a Berlino per soddisfare i vizi
di pedofilia di alcuni gerarchi nazisti.
Sam si è integrato nella nuova famiglia russa – gente di cul-
tura, ricca di mezzi e buona di animo e maniere – divenendo
un famoso avvocato che si batté per i diritti civili.
Intelligente e forte di carattere, ha rimosso dalla sua mente
le tremende vicissitudini vissute ad Auschwitz.
Judith fece un’altra pausa, dicendo a se stesa: «Ti cercherò
Sam, voglio trovarti, devo trovarti, ti prego devo, devo...».
E pianse ancora, finché non si buttò di corsa nel letto, ca-
dendo in un sonno profondo.
All’alba Jiudith si alzò e si lavò in fetta, preparandosi la
colazione come fosse un automa arrugginito nelle giunture.
Si muoveva male, era svagata, gli occhi gonfi e non assaggiò
nemmeno un boccone, lasciando sul tavolo la colazione intat-
ta.
Riprese a piangere, dirigendosi nel salone, rimettendosi in
poltrona nella stessa posizione della sera avanti, con in mano
i fogli che documentavano una breve parte della sua vita e dei
suoi familiari:
Elias e Rosemunde Cohen, deceduti ad Auschwitz, lasciano
i due figli Sam e Judith scampati per miracolo alla sorte dei
forni crematori dei lager nazisti.
Il padre di Elias, Nobert, era emigrato a Sidney, Australia,
alla fine dell’ottocento, restandoci per dieci anni.
Il caldo, la differenza dei costumi, la nostalgia della propria
terra, lo fecero ammalare.
Testardo, come ogni giudeo, resistette ancora, finché non
mise da parte la somma che pensava potesse bastare per apri-
re un enorme forno nella sua città di Norimberga.
Al suo ritorno in patria era cambiato e smagrito, tanto da
risultare non idoneo al servizio di leva.
67Ci volle tempo per riprendersi, ma poi aprì il forno che ave-
va lungamente sognato.
Le cose andarono subito bene, così decise di sposarsi.
Conobbe Roses, una ragazza di campagna forte di spalle e
di fianchi che gli diede tre figli maschi, due dei quali emigra-
rono ad Hong Kong, facendosi sentire raramente dai genitori.
Solo al loro funerale si fecero vivi, giungendo all’ultimo mo-
mento per vedere e sotterrare i genitori.
L’indomani ripartirono di buonora.
Salutarono appena e a testa bassa i familiari, affermando
che avevano interessi e impegni improrogabili nell’isola che
ormai sentivano di loro appartenenza.
Elias ereditò il mestiere e il forno del padre, diventando
presto panificatore famoso.
I due figli di Elias, Sam e Judith, professano ora idee diffe-
renti.
Il primo vive e opera solo per la lotta in difesa dei diritti ci-
vili, la seconda non nasconde il suo rancore e odio verso ogni
forma di prevaricazione.
Di nessuno dei due si segnalano atti eclatanti.
Sam vive in ogni parte del mondo, soprattutto a New York,
con recapiti mobili, secondo le sue esigenze professionali con
il nome di Sasha Vladimorovič Novikov, identità acquisita dai
genitori adottivi.
Judith è invece stabile nella sua città natale di Norimberga,
da dove non si è mai mossa volontariamente.
Judith chiuse i fogli e fece un lungo sospiro di sollievo.
Aveva la testa in fiamme e gli occhi arrossati come lucenti
papaveri d’estate.
Si era subito resa conto del perché la CSCN aveva puntato
gli occhi su di lei, anziché sul fratello.
Sam aveva dimenticato l’accaduto e non nutriva abbastan-
za odio verso gli aguzzini che le avevano rovinato l’esistenza.
La CSCN conosceva perfettamente lo stato d’animo dei due
68fratelli e le idee maturate, essendo cresciuti in ambienti diver-
si.
Judith, dopo essersi lavata gli occhi e truccata alla bene e
meglio, telefonò a Johanna.
«Devo vederti...»
«Dove vuoi che c’incontriamo?»
«Sulla piazza, al bar dell’altra volta fra un’ora, ci sarai?»
«Certo...»
Al bar, sedute, Johanna bevve sorseggiò il suo vin brulé.
«Hai letto tutto il carteggio, mi pare.»
Judith strizzò le palpebre. «Non dovevo?»
«Lo dicevo per i tuoi occhi, sono un massacro...»
«Sì, ma ascolta, devi darmi subito il recapito e il telefono di
mio fratello.»
«Eccoteli... è quello di New York, dove risiede» le passò un
foglietto già pronto che Judith mise subito nella tasca del cap-
potto di pelle scura.
Poi, la ragazza si alzò con uno scatto. «Ora devo andare.»
«Devi proprio scappare? Non riesci a fermarti qualche mi-
nuto?»
Judith si bloccò. «Devi comunicarmi qualcosa d’importan-
te?»
«Direi...»
«D’accordo, pochi minuti.»
Gli occhi di Johanna brillavano. «Innanzitutto devi sapere
che ti sarà difficile parlare con tuo fratello alla prima telefona-
ta... È spesso in giro. Inoltre, se ti presenterai d’improvviso,
come un fantasma risorto senza che sia preparato, potrebbe
avere una reazione spiacevole.»
«Cosa vuoi dire?»
«Che devi restare tranquilla, organizzarti prima di manife-
starti...»
«Che cosa dovrei fare?»
«Scrivergli, andandoci cauta e vedere la sua prima reazio-
ne.»
69«Stai scherzando? Una lettera oltre oceano impiega anche
un mese prima che arrivi e poi... spesso viene smarrita.»
«Capisco il tuo stato d’animo, cara Judith,» Johanna le
sfiorò la mano poggiata sul bordo del tavolino «ma Sam ha
rimosso la sua fanciullezza, adesso è di nazionalità russa, ha la
mentalità di un Paese diverso dal nostro. Ragiona, ti prego.»
Judith si sentiva come strozzare. «Va bene, farò una tele-
fonata innocente, m’inventerò qualcosa senza manifestarmi
apertamente, ma devo almeno parlargli, sentire la sua voce.»
«Fai pure così... se è ciò che vuoi.»
«Posso andare?» fece Judith.
«Non ancora, ti prego. Ho anche dei doveri a cui devo adem-
piere... Sappi che la nostra associazione conta sul tuo operato
e ti vogliamo presto in piena forma» fece Johanna, fissando
Judith come a volerla esplorare.
«Cosa dovrei fare?» chiese la ragazza.
«Questo te lo faremo sapere a giorni.»
«D’accordo, ma devo farti una domanda. Perché avete scel-
to me e non Sam che un uomo?» fece diretta Judith, facendo
ancora l’atto di alzarsi.
«La risposta la sai già, l’hai capita fra le righe del dossier
che hai appena terminato di leggere» disse la donna, mentre
l’amica si apprestava ad allontanarsi.
Johanna con la sua risposta sibillina le aveva confermato
quello che Judith aveva pensato qualche ora prima: il fratello
non era capace di odiare.
Erano trascorse alcune ore.
Judith si era preparata cosa dire, il tono di voce, e aveva de-
ciso infine di presentarsi, al telefono dell’ufficio di Sam a New
York, come cliente vittima dell’olocausto e che necessitava con
urgenza di un suo parere legale.
Rispose una donna.
«Vorrei parlare con l’avvocato Shasha, per favore.» Judith
modulò la voce, con le mani tremanti.
«Mi dice il suo nome, per favore?»
70«Astrid» mentì Judith.
«Il cognome?»
Inventò all’istante. «Von Braudt.»
«Da dove sta chiamando?»
«Norimberga, Germania.»
«L’avvocato Shasha Vladimirovič Novikov non è in studio
in questi giorni. Di cosa ha bisogno?»
«Di un parere legale.»
«Può dire a me?»
«No, devo parlare con lui.»
«L’avvocato la conosce? Ha già conferito con lui?»
«Sono... una sua parente stretta...» la frase le uscì di bocca
senza volerlo, facendola pentire di averla pronunciata.
Le domande poste dall’impiegata come computerizzate e il
fatto di non sentire la voce del fratello avevano martirizzato la
volontà di Judith.
«Non mi risulta che l’avvocato abbia parenti stretti a No-
rimberga... Comunque, signorina Von Braudt, se vuole lascia-
re un recapito e il numero telefonico, riferirò...»
Judith stava per ribattere ma poi decise di staccare la co-
municazione, la frittata era fatta.
Johanna e Judith stavano nei dintorni della piazza Haupt-
markt, sedute sui sedili del Maggiolino sportivo.
Johanna tamburellava le dita sul volante. «Non ti è andata
bene con tuo fratello, vero?»
«No, mi sarei picchiata dalla rabbia... Riconosco di essermi
comportata come una deficiente.»
«Cos’hai combinato?»
«Alle domande della receptionist, mi sono infuriata e im-
pappinata, dichiarando di essere una parente stretta di Sam,
che l’impiegata, riempiendosi la bocca, ha chiamato Shasha
Vladimirovič Novikov...»
«Quindi, non hai ancora parlato con lui?»
«No.»
71«Vacci piano, Judith... fai conto che tuo fratello Sam sia un
giardino di mele che ha bisogno di sole, per maturare ed esse-
re raccolto, capisci?»
«Certo, lo so, sono stata avventata, ero troppo turbata, ma
d’ora in poi non mi lascerò trasportare, sarò solo me stessa,
agendo di conseguenza.»
«Ecco» urlò l’amica «questo è ciò che io ho sempre ricono-
sciuto in te e null’altro. Tu non sei una donna debole, ma forte,
ammettilo, dammi ragione.»
«Sì, perché dovrei negarlo?»
«Cosa credi che farà ora tuo fratello sapendo che esisti, pre-
sumendo che ti sarai qualificata, oltre che parente stretta, an-
che di razza germanica...»
«Non so, mi prenderà per un’esaltata che gli ha fatto uno
scherzo.»
«Anch’io presumo che penserà questo. Comunque, ascolta,
per ora io sono la tua referente, dopo, man mano conoscerai
gli altri. Ho pronta per te una missione che cade a fagiolo, do-
vrai andare a New York.»
«No, non dirlo, hai scelto quella città apposta per me, per
agevolare la mia vicinanza a Sam...» le disse Judith, comin-
ciando a farsi luccicare gli occhi.
«Ebbene, lo ammetto, non sono poi così dura come sem-
bro.»
«Quando dovrei partire?» chiese Judith.
«Fra tre giorni. Sapevo che avresti accettato, non potevi
lasciarti sfuggire una simile occasione. Ho preparato un dos-
sier con tutte le indicazioni che potrai studiarti nelle prossime
giornate e, nel viaggio, nessuno bada a una giovane ragazza
che legge e ha l’aspetto di una studentessa uscita dall’univer-
sità di Erlangen. Piuttosto, come te la cavi con l’inglese, dopo
aver chiamato per telefono l’ufficio di tuo fratello in America?
So che l’hai studiato...»
«Riconosco che mi toccherà rinverdirlo. Ma non ci saranno
problemi, sono portata per le lingue, potrei anche imparare
72nozioni di arabo nell’arco di poche ore, se fosse necessario...»
«Ottimo, bene per te, io invece sono negata, non potrei im-
parare una sola parola di lingua straniera, nemmeno se sog-
giornassi anni e anni fuori dai nostri confini. Comunque avrai
il biglietto di andata in aereo, una discreta somma di dena-
ro per il soggiorno e per acquistare il biglietto di rientro. Nel
dossier c’è anche un numero di telefono che dovrai imparare
a memoria prima di partire, distruggendo il foglietto subito
dopo. Si tratta del recapito di un pezzo grosso che potrebbe
salvarti la vita, o aiutarti se hai bisogno di qualunque cosa,
comprese somme di denaro e guardie del corpo pronte a tutto.
Il passaporto sarà il tuo, come se fosse un viaggio naturale.»
«Si tratta di una missione estrema che potrebbe compro-
mettere la mia vita?» chiese Judith.
«No, questo non lo credo, mi sembra che il tuo viaggio sia
all’acqua di rose... più in là, in altre missioni, può darsi.»
«Devo attenermi solo alle istruzioni scritte o puoi accen-
narmi alcuni dettagli più approfonditi sulla reale missione?»
«È semplice, dovrai cercare un ragazzo ebreo di quattordici
anni che parla solo tedesco e sembra scomparso nel nulla. A
noi è stato segnalato nella città di New York, all’indirizzo se-
gnato dietro una sua foto che si trova nel dossier. Il tuo scopo
è di attingere più notizie possibili e farcele pervenire, mentre
per il suo eventuale rientro, ci penseremo noi in qualunque
momento.»
«Le notizie... se urgenti, ve le passo per via telefonica?»
«Sì, ma con un codice segreto, anch’esso nel dossier, che
dovrai studiarti, oppure attraverso l’uomo il cui numero di te-
lefono imparerai, ti ricordo, a memoria.»
Le due donne si lasciarono, dopo che Judith aveva accettato
un passaggio sull’auto di Johanna.
La ragazza, in casa, prese sul serio il dossier che aveva in
mano.
Spese quasi l’intera notte a studiarlo in ogni sua parte, senza
tralasciare nulla, comprese le indicazioni degli scritti che do-
73veva distruggere dopo averle impresse chiare nella sua mente.
L’indomani, stranamente, sebbene avesse studiato buona
parte della notte, non accusava stanchezza.
Sapeva di avere ancora due giorni di tempo prima di salire
sull’aereo che l’avrebbe portata a New York, mitica città nella
fantasia delle ragazze degli anni sessanta.
Si preparò, non tralasciando di pensare al fratello con as-
siduità.
Nel salire sull’aereo Judith si sentì felice e sorridente.
Era la prima volta che volava e i posti, circa un centinaio,
erano tutti occupati.
L’aereo, a lungo raggio di volo, con una gobba in alto che
conteneva bagagli e merci, le dava un senso di serenità, a dif-
ferenza del passeggero al suo fianco, che al decollo e pareva
intento a pregare con labbra tremanti.
Quello che stupì Judith fu che un solo fanciullo viaggiava
nell’aereo insieme al padre, evidenziando che le famiglie con
più bambini, per paura, preferivano la nave all’aereo per attra-
versare l’oceano, includendo la prospettiva di un viaggio lungo
e sfibrante.
La traversata nell’insieme fu piacevole, tranne per una gio-
vane donna che si mise a vomitare nel sacchetto di carta in
dotazione, mentre una signora chiese durante il tragitto un
bicchiere d’acqua con continuità.
I pranzi, serviti su vassoio, parevano preparati da chef di
valore e le hostess erano sempre graziose.
Judith passò il suo tempo più a studiare il dossier che a in-
tegrarsi con gli altri passeggeri.
Scesa all’aeroporto La Guardia di New York, come da istru-
zioni, prese un taxi per farsi accompagnare all’Hotel Hamil-
ton, a sud del Central Park.
La sua camera era già stata prenotata.
Il personale l’accolse con simpatia e le mise in mano una
camelia bianca di benvenuto.
L’hotel era assiepato di clientela di varie nazionalità e Ju-
74dith ne rimase stupita, non essendo abituata a tanta etnia va-
riopinta.
Aveva già assaporato, viaggiando in taxi, l’architettura
newyorchese con i suoi grattacieli che sembravano guardare
fisso il cielo, facendosi anche abbracciare da alcune nubi che
fluivano basse.
L’oceano bagnava le chilometriche rive e Judith restò affa-
scinata dalla Statua della Libertà, dal lungo e maestoso ponte
di Brooklyn, che sembrava sorretto da fili di seta, mentre al-
cuni nomi particolari... Harlem, Long Island, Bronx, New Jer-
sey, Broadway, le vorticavano nella mente.
Si stupì anche, attraversando alcune strade, del fumo che si
alzava dai tombini.
Passare poi dalla Quinta Avenue, accodata con il suo taxi a
un ingorgo di file d’auto, la fece sorridere e inumidire gli occhi.
Le vetrine sfavillavano di addobbi natalizi e anche se c’era
ancora tempo per l’evento, la gente usciva già dai negozi con
alcuni pacchi in mano.
“Magnifica la mia Norimberga,” urlò dentro se stessa con
cinismo pratico “ma... comincio ad affezionarmi a questa
Manhattan, non toccata dai bombardamenti dell’ultima guer-
ra, intatta... oltre che moderna e foderata di luci!”
Nella sua stanza arredata con gusto americano, Judith stet-
te alcune ore a considerare le iniziative da prendere.
Rimase indecisa se telefonare all’ufficio del fratello oppure
dare avvio alla sua missione.
Optò per le indagini, voleva conoscere meglio l’ambiente di
New York, restando anche più serena possibile.
Non desiderava fare passi falsi in ambo i casi.
L’indirizzo di dove doveva iniziare a indagare si trovava
nella Booth Street, al confine tra Little Italy e Chinatown.
Lesse alcuni opuscoli pubblicitari che abbondavano nella
stanza.
Fra le righe vi era annotato che i visitatori di quelle zone
75dovevano stare attenti a furti e atti di violenza in qualche caso.
La donna per una questione pratica, decise all’istante di te-
lefonare al suo punto di riferimento.
«Sono Judith, un’amica di Johanna.»
«Ah, sì l’aspettavo. Buongiorno, come va, viaggiato bene?»
«Oh, sì, magnificamente.»
«Cosa posso fare per lei, presumo che essendo appena
giunta si trovi spaesata?»
«Difatti... ho deciso di visitare Chinatown e dintorni e non
essendo pratica della città, non vorrei camminare da sola. Può
aiutarmi?»
«No problems,» fece l’uomo in un inglese perfetto, ma che
tradiva in qualche sillaba il suo originario accento germanico
«ha il mio indirizzo?»
«Sì, certo» disse la ragazza.
«Bene, prenda un taxi e venga pure adesso, se vuole» disse
l’uomo mostrandosi disponile e cordiale.
Judith, arrivò dal suo riferimento dopo un’ora.
L’accolse gioviale, stringendole forte la mano e abbraccian-
dola più volte.
Judith lo lasciò fare.
Era la prima volta che abbracciava un uomo e in quel caso
le sembrò naturale corrispondergli.
Capì che non provava più repulsione, se un essere umano
sfiorava la sua pelle.
Il suo referente dal nome ebreo, Mosè Holzer, vestiva di
nero, con un largo cappello di feltro e i capelli a treccine, no-
nostante i suoi settant’anni.
Si notava subito che era un uomo navigato e che aveva spe-
so la sua vita più sul lavoro che per dedicarsi alle distrazioni,
alle donne, al matrimonio o ai figli.
Judith, all’entrata del negozio di Mosè, era rimasta confusa,
a malapena riuscì a infilarsi nella porta e subito capì il perché,
si trovò in un locale unico, grandissimo, con bacheche poste a
76file alterne colme di brillanti di vario spessore, colore e valore.
Stava assistendo alla visone di gemme scintillanti sotto i ve-
tri e di valore per lei incalcolabile.
C’erano parecchie guardie armate e nessuno di loro muove-
va un passo distante dai punti di sorveglianza.
«Venga...» disse Mosè «andiamo di là nel mio ufficio, sta-
remo più tranquilli.»
L’ufficio era stretto ma provvisto di una scrivania sottile e
due poltrone dai cuscini morbidi.
Era evidente per Judith che alle spalle della scrivania si do-
veva aprire per forza una porta con un congegno segreto che
immetteva in uno stanzone.
Non ebbe tempo di riflettere oltre, Mosè, leggendo negli oc-
chi della donna il bagliore della curiosità, prese a parlare.
«Dunque, di quanti uomini ha bisogno...» disse l’uomo an-
dando subito al sodo.
«Di un solo uomo che mi accompagni in posti che non co-
nosco e che possa guardarmi le spalle.»
«Provvedo subito.»
«Posso chiederle una cosa per soddisfare una mia curiosi-
tà?»
«Sapevo che aveva una curiosità negli occhi» l’uomo fece
un sorrisetto «chieda pure... ai giovani, anche se furbi, va con-
cesso tutto.»
«C’è una comoda stanza dietro quella parete, dove può rice-
vere la clientela importante?»
L’uomo non abbandonava il suo sorrisetto. «Cosa glielo fa
supporre?»
«C’è, insomma?».
«Sì. Adesso mi dica, come l’ha intuito?»
«Con tutta la ricchezza che ho potuto ammirare all’entrata,
lei deve per forza avere anche della clientela di rilievo che ar-
riva spesso con una scorta, mai da sola... quindi non potrebbe
mai ricevere più persone in un posto così stretto, non sarebbe
logico.»
77«Judith,» fece Mosè, smettendo di sorridere «perché mi sta
dando sfoggio della sua intelligenza?»
«Non volevo... apparire ciò che non sono e... mettendo su-
bito le cose in chiaro, significa che d’ora innanzi i nostri rap-
porti saranno sinceri.»
«Non avevo dubbi su questo. Sei una ragazza speciale che è
meglio avere dalla propria parte. Posso darti del tu?»
«Sì, mi fa piacere.»
«Posso darti un bacio come una figlia?»
«Non sei sposato, non hai figli?»
«No, ho solo pensato ad accumulare ricchezza e benes-
sere... Devi sapere che io non mi vanto di essermi fatto da
solo, passando dalla povertà alla ricchezza. I miei familia-
ri erano già ricchi e vivevano ad Amsterdam; accumulava-
no denaro con il commercio dei diamanti, a volte giocando
anche sporco: passaggio clandestino dalle miniere africane
alle frontiere olandesi, mercato nero fino alle prime avvisa-
glie dello scoppio della miserabile guerra di Hitler. Poi, non
appena fu invasa la Polonia dall’esercito germanico, la fuga
precipitosa e intelligente dei miei genitori dall’Olanda, con
me ancora neonato in braccio a mia madre, che nascondeva
nelle mie fasce intrise di pipì parecchi diamanti di immenso
valore. Almeno così mi è stata raccontata la nostra epopea.
«Fantastico,» disse Judith «anch’io sono passata dalla tua si-
tuazione quado ero ancora bebè... mia madre mi raccontava
che un giorno passando la frontiera Svizzera m’imbottirono i
vestiti di cioccolata.»
«È dolce ricordare questi piccoli particolari della nostra in-
fanzia, quando la guerra era lontana» disse Mosè.
Poi riprese. «Arrivati a New York vi trascorsi un’infanzia
all’insegna dell’agiatezza e della spensieratezza. I miei geni-
tori gestivano questo negozio, molto discreto ma collocato in
una posizione strategica e redditizia, data la clientela che lo ha
sempre affollato. Io mi sono pregiato di frequentare le scuole
più all’avanguardia in questa città perfino il Fashion Institute
78of Technology, che è stato il mio trampolino di lancio nel ren-
dermi autonomo e operativo in questa professione che mi ha
concesso parecchie soddisfazioni.»
«Sei sicura di non volere un caffè?» insistette Mosè.
«No, davvero, grazie.»
«Tu certo non puoi sapere, ragazza mia, quanto sia impe-
gnativo e audace essere il testimone di un affare commerciale
di tale entità, come questo diamond marchandising al quale
ho dedicato la mia vita.
Ah, ma non credere che sia stato così meschino da non con-
sacrare almeno una parte della mia fortuna ai meno favoriti
dalla sorte...» Mosè fece una pausa poiché le lacrime gli aveva-
no appannato gli occhiali. «Sì, cara Judith mi sono prodigato
nella filantropia, concentrando le mie attenzioni proprio nei
riguardi dei sopravvissuti a quell’orribile guerra che ci ha de-
cimato.
In seguito a questa mia scelta di vita, ho avuto modo d’in-
contrare migliaia di persone che mi sono state vicine e mi han-
no supportato in questa mia affannosa ricerca dei deportati
superstiti dell’olocausto.
Molte altre, però, mi hanno ostacolato con tutte le loro for-
ze e i loro giochi di potere... Eppure io, nel mio piccolo, sono
sempre andato avanti.»
Così dicendo a Mosé si incrinò la voce e gli si incresparono
le già pronunciate rughe del volto.
Judith chiuse la sua mano su quella dell’uomo, dandogli un
bacio sulla fronte.
«Grazie,» fece il vegliardo commosso «ora ti chiamo Go-
mez che si affiancherà a te. È un costaricano dall’aspetto tipi-
camente americano, con lui a fianco nessuno si stupirà di te
nella zona dove andrete.»
L’uomo era slanciato, gli occhi sereni, in apparenza, come
se non avesse mai sofferto nella sua vita ma, il gesto di morsi-
carsi le labbra di tanto in tanto dimostrava in maniera inequi-
vocabile che aveva troppi pensieri per la testa.
79A Judith piacque quel tipo, sotto la sua pacifica apparenza
doveva esserci un uomo con la pelle dura, capace di affrontare
situazioni pericolose.
«Hai una pistola addosso?» disse Judith, con l’intenzione
di metterlo alla prova.
«No» disse senza battere ciglio.
«Ma ne possiedi una nascosta da qualche parte?»
«Certo, si trova nel cassetto di quella scrivania assieme a
quella del signor Mosè.»
«Puoi dargliela?» chiese Judith, rivolgendosi al padrone di
casa.
«Perché? Non mi sembra che la tua missione abbia i conno-
tati della pericolosità?»
«Non è questo, è che la città di New York comincia a piacer-
mi ma... m’inquieta anche.»
«Hai un motivo particolare per dirlo?»
«Non so, forse è perché ho visto in alcune vie bambini di
colore mal ridotti, prostitute passeggiare e gente ubriaca, così
fradicia di vino che quasi mi cadeva addosso.»
«Insomma, la Grande Mela ti ha spezzato il cuore?» Mosè
sorrise.
«No, nient’affatto, è la mia città ideale, meravigliosa... ma è
anche quello che ho affermato prima.»
«Bah,» fece Mosè, assestandosi il cappello scuro «se ti senti
più tranquilla, d’accordo. E dire che sono stato io a imporre a
Gomez di lasciare la pistola nel cassetto, reputando inutile che
la portasse con sé, anche per non farti allarmare.»
Judith ringraziò Mosè, si affiancò alla sua guardia del corpo
e uscirono.
Sulla strada fu la donna a rompere il silenzio.
«Prendimi per mano...» disse in un sorriso lieve «d’ora in
poi non staccarla più dalla mia, dobbiamo sembrare due reali
fidanzati che passeggiano per le strade di Manhattan...»
Il posto dove si stavano dirigendo, come da indicazioni ri-
cevute nel dossier, era un negozio che smerciava cereali, fun-
80ghi neri e frutta secca, al 102 della Booth Street, fra Little Italy
e Chinatown.
Prima di giungervi, Judith e Gomez concordarono un pia-
no.
Entrarono nel negozio abbracciati.
«La mia ragazza» disse la guardia del corpo «impazzisce
per i fagioli, abbiamo notato passando che sono i più grossi
che abbiamo mai visto. Un chilo per favore e aggiunga anche
mezzo chilo di quei favolosi ceci giganteschi.»
Judith si abbracciava l’uomo e indicò la frutta secca.
«Anche un po’ di pistacchi...» sussurrò all’orecchio di Go-
mez con un tono abbastanza udibile dai due proprietari.
L’uomo sui settantacinque anni, alto e magro, restò sulle
sue ma, nelle poche parole che pronunciò, si intuì la sua di-
scendenza germanica.
La donna, sulla cinquantina, bionda e in carne, cercò di na-
scondere nella voce la sua origine praghese, invano.
«Solo tre etti...» disse Gomez «l’ultima volta che li abbiamo
comprati erano troppi e poi sei stata con la pancia in disordine
per un’intera notte.»
Gli occhi Judith erano imploranti. «Posso assaggiarne uno,
adesso?»
Lui sorrise e lei si apprestò nei pressi della bilancia pren-
dendo una manciata di pistacchi e mangiandone qualcuno,
soffermandosi poi nei pressi del tavolino dove c’erano sparpa-
gliati vari biglietti.
Non se n’era fatta accorgere di questo, ma già aveva adoc-
chiato un pezzetto di carta apparentemente senza importanza
con su un indirizzo di Praga scritto a mano.
Il proprietario fece un sorriso forzato. «Siete della zona?
Non mi pare di avervi visto prima.»
«Abitiamo da pochi giorni nei paraggi, in Austin Street, pri-
ma eravamo nel Bronx, un inferno.»
«Non è che qui si scherzi... Siamo circondati da Little Italy e
da Chinatown, non so se mi spiego» disse la donna.
81«Ha ragione,» disse Gomez «ma nel Bronx la vita è invivi-
bile, s’immagini che in pieno giorno sono entrati nella nostra
casa dei delinquenti e nonostante fossimo in cucina ci hanno
derubato senza che ce ne accorgessimo.»
«Speriamo che vi possiate stabilire in questa zona» disse la
bionda.
«Non conosciamo ancora nessuno, ma se i vicini sono tutti
gentili come voi, penso ci troveremo bene. Non so se vi siete
accorti ma la mia donna è gravida e vorremmo sposarci pre-
sto.»
La donna guardò i fianchi di Judith e allargò il sorriso.
«Non si nota ancora il pancino, ma vi facciamo molti auguri.»
«Lei, signorina,» disse il marito «non è americana?»
«No, sono tedesca. Come se n’è accorto?»
«Sono bavarese anch’io...»
«Oddio, non l’avevo notato, ma ora che lo dice, devo rico-
noscere che la sua pronuncia mi è familiare. Mi scusi ma da
quando so di aspettare un bimbo, mi distraggo facilmente,
perdendo la nozione logica dell’ascolto... Mi chiamo Judith
Cohen e lui è Gomez, proviene dalla Costarica» disse la ra-
gazza senza perdersi d’animo e decidendo di giocare a carte
scoperte sulla sua nazionalità.
«Io mi chiamo Franz Schoffer, mia moglie Priscillia è di
Praga.»
Ora tutti giocavano a carte scoperte, però, a quanto pareva,
senza conoscere il ruolo che rivestiva l’uno o l’altro in quella
partita.
Lasciati i proprietari del negozio, dopo essersi ripromessi
di vedersi, Gomez disse sulla strada del ritorno: «Cosa ne dici
di quella coppia?».
«Sono falsi.»
«Se fosse così, anche loro staranno dicendo la medesima
cosa di noi.»
«Non ha importanza, a noi interessa solo scoprire se c’è at-
tinenza fra quell’indirizzo e un ragazzino ebreo scomparso da
82una città bavarese che, guarda caso, si trova dove è nato anche
Franz Schoffer.»
«Cos’hai curiosato attorno al tavolo della bilancia?» fece
Gomez, guardando un’auto sfrecciare per suo conto.
«Non ti è sfuggito, eh? Speriamo che Franz e Priscillia sia-
no stati più distratti.»
«Credo che lo fossero, guardavano più me che te.»
«Senza dubbio sei più interessante di me...» celiò Judith,
aumentando il passo per trovare un taxi.
Nell’ufficio di Mosè rimasse solo Judith che stava facendo il
punto della situazione.
«Franz Schoffer» disse la donna «potrebbe essere un ex na-
zista, se non addirittura un criminale di guerra.»
«Cosa te lo fa supporre?»
«Il suo atteggiamento altezzoso, la moglie troppo giovane e
di un’altra nazione, vestiva poi con particolari troppo lussuosi,
per esempio, indossava scarpe costose e un orologio di mar-
ca... per uno che possiede un negozio da poco... Inoltre, era
spaventato dalla mia presenza. Troppi indizi...»
«Cosa vorresti fare?»
«Gomez sa scassinare un negozio?» chiese Judith.
«Sì, è una delle sue specialità» disse pacato Mosè.
«Ne ero certa. Ci serve anche un’auto, stanotte faremo una
visita al 102 di Booth St, devo recuperare un biglietto scritto
a mano che ho letto, ma che non ho potuto prendere per stu-
diarlo meglio ed essere certa di ciò che penso.»
Erano le due di notte, Gomez prima di trinciare il lucchetto
della veranda che chiudeva il negozio si rivolse a Judith: «Ti
segnalo che tranciando questo lucchetto, i proprietari si met-
teranno in allarme, facendo ricerche che potrebbero guidarli
a noi. Non può essere un caso che oggi abbiamo fatto la loro
conoscenza e nella notte vengano visitati dai ladri. Se hanno
qualcosa da nascondere, potrebbero agire in modo disordina-
to che potrebbe essere pericoloso per il ragazzo scomparso.»
«Lo so, ma preferisco andare al sodo, può darsi che se met-
83tiamo loro paura, sbandino.»
«E il ragazzo?»
«Non mettermi tu paura, adesso. Se sono esatte le mie de-
duzioni, il giovane non si trova più negli Stati Uniti.»
Gomez senza proferire altre parole, con la sua enorme tran-
ciatrice a mano, mozzò, con un solo colpo, il lucchetto.
Alzò la serranda, ficcandosi dentro il negozio precedendo
Judith, che la richiuse.
La donna era munita di una grossa torcia a pile che accese,
portandosi lesta sul tavolo della bilancia.
Frugò, smuovendo più volte i biglietti ma di ciò che cercava
non c’era più traccia.
«Brutti pidocchi, lo hanno fatto sparire.»
Per maggior precauzione cercarono sotto i tavoli e le vetri-
ne dov’erano poste le merci in vendita, senza rilevare nulla di
interessante.
Senza perdere altro tempo riaprirono per uscire e si trova-
rono di fronte la bionda proprietaria con una Luger.
«Oh, ci si rivede presto...» disse con un ghigno «tu, bell’o-
maccione, fuori la pistola, non vorrai rovinare la stoffa del tuo
giaccone?»
Gomez senza fiatare trasse la pistola fuori dalla fondina po-
sta dietro il fianco e gliela stava porgendo.
«No, gioia...» lo prevenne la donna «buttala per terra. Sono
addolorata che Franz non sia qui con noi a godersi la scena,
purtroppo è rimasto impegnato in una riunione notturna con
alcuni suoi connazionali... E tu, bella mia, come va la tua gra-
vidanza?»
Assestò una gomitata sulla pancia di Judith, che si piegò.
Gomez non si trattenne, accennando a una ribellione.
«Fermo tu!» fece con il dito pronto a premere il grilletto.
La donna doveva essere un’esperta di armi da come si muo-
veva e da come maneggiava la Luger.
L’uomo si bloccò e si incattivì in volto. «Possiedi altre armi
nascoste nel tuo giaccone?»
84«No» disse Gomez.
«Allora, vediamo, toglitelo con calma, voglio controllare...»
Gomez si tolse il giaccone e lo stava poggiando per terra.
«No,» disse la bionda «qui, nelle mie mani.»
Gomez si avvicinò e stese il braccio per porgergli l’indu-
mento ma, come per magia, il giaccone roteò nell’aria e sfiorò
gli occhi della donna che sbandando fece fuoco più volte e con
furia senza colpire il bersaglio.
Gomez, come un matador, si era spostato di lato per evitare
il toro e fu anche lesto ad assestarle una sberla che la stese sul
selciato.
A terra, ancora con la pistola in pugno, la donna tentò una
reazione, ma Gomez non le diede scampo. Si buttò sul suo cor-
po e con una mano le tenne la pistola bloccata e con l’altra
trasse un coltello dalla guaina che teneva legata al polpaccio, e
glielo infisse con forza spietata nella gola.
Priscillia non fece un gemito, il sangue che le usciva copio-
so dalla ferita dava a vedere che non aveva più speranze. Con
la giugulare tranciata, le restavano unicamente due minuti da
vivere.
«Presto» disse Gomez, prendendo Judith per un braccio
«andiamo via. La gente avrà udito gli spari, fra poco verranno
a vedere.»
I due si portarono verso l’auto senza correre, avviandola.
«Mi dispiace» disse in macchina Gomez «ho dovuto farlo,
non potevamo lasciare vivo un testimone.»
«Capisco...» rispose Judith, come se l’evitabile fosse da lei
previsto «piuttosto, dove hai imparato quel giochetto?»
«Il giaccone? Mio padre era proprietario di un circo, io fa-
cevo il giocoliere.»
«E il coltello? Non avevate detto che non c’era pericolo?»
«Non l’ho detto io, ma Mose. E poi, non mi separo mai dalla
mia arma da taglio che più di una volta mi ha salvato la vita.»
«Hai imparato a usarlo con tanta precisione anche al circo
di papà?»
85«Dove se no?» disse senza fare una piega l’uomo che aveva
appena risolto una situazione pericolosa.
Davanti a Mosè, Judith aveva raccontato quanto accaduto
durante la notte.
«Era importante il biglietto scritto a mano che non sei riu-
scita a trovare?» chiese l’uomo.
«Avevo subodorato che il foglietto era stato scritto dal ra-
gazzo. A quel biglietto avevo solo dato uno sguardo, segretan-
do l’indirizzo di Praga nella mia mente, ma mi sembrava che
fosse scritto da una mano giovane. La mia visita di stanotte
per recuperarlo e poterlo studiare con calma intendeva arriva-
re a questo, avere la certezza che il ragazzo, in un ultimo dispe-
rato tentativo, avesse lasciato una traccia di dove l’avrebbero
portato.»
«In linea di massima sono concorde con te, cosa intendi
fare ora?» chiese il ricchissimo commerciante di diamanti.
«Ti giuro che non lo so ancora... Piuttosto, secondo te, cosa
accadrà con la donna fatta fuori da Gomez?»
«Era armata, aveva anche sparato, la polizia del quartiere
penserà a un regolamento di conti, nessuno potrà arrivare a te
e alla tua guardia del corpo.»
«E il marito?»
«Presumo che scomparirà da questa città.»
«Se non lo facesse?»
«Interverrei... ma non credo che necessiterà il mio sistema,
che potrebbe risultare radicale. Non hai detto che alla moglie
è sfuggito dalla bocca che Franz Schoffer stanotte si trovava
in una riunione di connazionali? Se si trattasse di una risorta
associazione a carattere internazionale e con intenti nazisti,
i suoi aderenti non vorranno baccano in giro, imponendogli
di scomparire. Né a lui converrà restare nei paraggi, sarebbe
troppo esposto, mentre da un altro posto potrà agire e medi-
tare magari una vendetta che a me pare difficile da ottenere.»
«È strano...» considerò Judith «anch’io ero giunta alle tue
stesse conclusioni.»
86«E allora... cosa stiamo a discutere a fare, benedetta ragaz-
za, se sai già tutto prima che io fiati?»
«No, scusa Mosè, non volevo... solo... ho il timore che
anch’io debba fare le valige in fretta.»
«Non preoccuparti di questo, ho già telefonato a Johanna
aggiornandola degli sviluppi, mi ha confermato che puoi ri-
manere ancora per sbrigare la tua faccenda personale.»
Judith sgranò gli occhi. «Tu sai?»
«Sì, non dovrei?»
«No, no...»
«Vedi anch’io posso anticipare i tuoi pensieri, anzi, a pro-
posito... Non puoi più dormire in albergo, potresti essere sotto
controllo, tenuto conto che nel negozio di Franz Schoffer ti sei
presentata con il tuo vero nome. Possiedo un paio di apparta-
mentini liberi a Manhattan, te ne farò approntare uno subito,
affinché da stasera tu possa dormirci. I tuoi bagagli provvede-
rò io a farli rimuovere.»
«Ti ringrazio, Mosè, ma l’indirizzo di Praga che per me è
stato scritto dal ragazzo che stiamo cercando lo comunichi tu
a Johanna o lo faccio da me?»
«Tu come preferisci?»
«Che lo faccia tu.»
«Hai timore che Johanna ti inviti a rientrare?» disse Mosè
in un suo ultimo sfoggio di rivalsa maschile.
«No, non, credo...» disse la donna senza troppa persuasio-
ne.
Nell’appartamentino che le aveva ceduto Mosè, la ragazza
si trovò più a suo agio che in albergo, essendo fuori da occhi
indiscreti.
Vi si accedeva uscendo direttamente dall’ascensore e non
c’erano altre entrate o uscite secondarie.
Si trattava di un ampio soggiorno, una piccola camera da
letto e un cucinino a muro abbassabile.
Un appartamento per scapoli, insomma, adatto per Judith
87e utile allo scopo per la sua particolare riservatezza.
Pochi semplici quadri erano appesi alle pareti che raffigu-
ravano fiori, soprattutto rose bianche, rosse, gialle e dai petali
grossi e carnosi.
I mobili moderni erano di fabbricazione svedese, usciti ne-
gli anni sessanta dall’idea che un tavolo o un divano dovevano
essere smontabili, a seconda dell’esigenza di trasporto o di ca-
pienza di una stanza.
Trovò anche un frigo pieno di cibo e frutta, una specie di
cambusa casareccia. Sorrise. Le piaceva quell’uomo ricco e po-
tente, così come Gomez, anche se non si sentiva ancora pronta
per qualunque approccio o per dedicargli mentalmente il suo
sentimento d’affetto.
Non sarebbe forse mai accaduto questo?
Non era certa, ma sentiva di sciogliersi, percepiva di essere
meno arida di prima.
Le piaceva anche la gente di New York che attraversava le
strade a passo svelto, con il vestito grigio e la borsa ventiquat-
trore in mano, che non guardava in viso nessuno, avendo nel
cuore l’idea assillante di come agire per guadagnare il suo pri-
mo milione di dollari. E poi il secondo. E il terzo, così, all’in-
finito.
Riposò qualche ora nel comodo letto, voleva essere in
forma per contattare il fratello, ma prima di addormentarsi
la sua mente corse ai suoi giorni passati ad Auschwitz, dove
denudata, nella stanza, si muoveva tenera sotto gli occhi e le
indicazioni attente di un uomo in divisa delle SS, dedito alla
scopofilia, restandone, ogni volta, con il ricordo sbrancato da
indicibili strazi.
S’era fatto pomeriggio, attaccata al telefono, schiarendosi la
voce, Judith fece il numero dell’ufficio di Sam.
La ragazza si era preparata, aspettandosi la medesima voce
dell’impiegata della volta scorsa, restando delusa.
«Pronto?»
Evidentemente si trattava di un centralino telefonico all’a-
88mericana, dove chiunque si poteva associare pagando e venire
in possesso di ogni telefonata e notizia che lo riguardasse.
«Sono Astrid, famigliare dell’avvocato Sasha, potrei parlare
con lui?»
«L’avvocato è fuori sede, ma mi sembra che ci sia un mes-
saggio per lei, signorina Astrid. Un momento prego. Ecco, è un
numero telefonico diretto dell’avvocato Sasha Vladimirovič
Novikov. Ha una penna per scrivere? Glielo scandisco.»
Judith tremava. «Sì, grazie.»
Avuto il numero la ragazza si precipitò nel suo appartamen-
to, voleva mettersi tranquilla prima di contattare Sam in linea
diretta.
«Pronto?» fece Judith, riprendendo a tremare.
«Pronto? Chi è al telefono?»
Quella voce era in perfetto inglese, ma con uno strascico
russo.
«Sei Sasha? Sam...?» disse Judith, non potendo evitare di
emozionarsi, infischiandosene dei propositi che si era impo-
sta.
«Chi è lei, signorina?» chiese Sam.
«Sono... Judith, ho telefonato prima al tuo recapito di New
York.»
«Mi ha chiamato mezzora fa la ragazza addetta al centra-
lino, comunicandomi d’aver dato questo numero a una certa
Astrid...»
«Sono sempre io... Scusami, ma desideravo contattarti sen-
za scioccare nessuno.»
«Lei ha detto di essere una mia parente, dall’accento presu-
mo sia tedesca. Come la devo chiamare Astrid o Judith?»
«Judith.»
«E che natura di parentela ci sarebbe fra me e lei?»
«Non ti ricordi, Sam? Sono la tua piccola sorella... Judith.»
«Piano, signorina, vada piano... quello che mi sta dicendo è
assurdo. Io non ho sorelle e sono di nazionalità russa.»
«So tutto, Sam...»
89«La prego non mi chiami, Sam, io sono Sasha.»
«So anche questo, Sam... è stato trovato un tuo diario ad
Aushwitz. Avevi degli amici Karl, Jansen, Kaspar...»
«No, signorina, basta io non conosco né lei né questi nomi.»
«Erano ad Auschwitz, anche i nostri genitori, papà Elias,
mamma...»
«Ho ricordi vaghi della mia infanzia, della guerra e dei
campi di concentramento. Mi dispiace ma non poso aiutarla.
Di una cosa sono certo: sono stato adottato da una famiglia
meravigliosa e di essere cresciuto felice. Non voglio credere a
lei che mi sembra più una mitomane che una donna sensata.»
«Oh no, sono tua sorella Sam, i nostri genitori sono dece-
duti ad Auschwitz, nessuno ti ha parlato del tuo padre adottivo
che ti ha raccolto all’uscita dei cancelli di quell’orribile campo
di sterminio, salvandoti?»
«No, non avevano motivo di parlarmene?»
«E tu non hai mai parlato della tua infanzia?»
«Se non ricordo, cosa dovrei chiedere?»
«Tu non mi credi?»
«No.»
«Pensi che io sia una mistificatrice? Una povera folle?»
«Mi dispiace, ma penso proprio questo. Adesso mi dica se
posso fare qualcosa per lei, il mio tempo è prezioso.»
«Sì, se lei accetta, può fare qualcosa...»
«Mi dica.»
«Io non sono una truffatrice, né una povera folle e tu in
veste di avvocato, mi devi dare una possibilità di difesa, altri-
menti per il resto della tua vita non potrai più patrocinare in
nessun tribunale del mondo... un ebreo.»
«Cosa dovrei fare per lei... Astrid o Judith che sia?»
«Il tuo diario... devi leggere il tuo diario, essendo olografo
non mi può smentire, sei tu che parli da Auschwitz, tu l’hai
scritto, Sam!»
«È in suo possesso?»
«Sì.»
90«Da dove sta telefonando?»
«Dagli Stati Uniti.»
«Da dove esattamente?»
«Da Manhattan.»
«È per me che ha affrontato un così lungo viaggio?»
«Anche... ma sono in missione.»
«Di cosa si occupa?»
«Non te lo posso dire.»
«Ma come posso decidermi se fa la misteriosa?»
«Ti prego, non mi sfiduciare per questo, devi credermi, non
posso.»
«D’accordo, verrò in veste ufficiale di avvocato per cercare
di dipanare le sue farneticazioni e spero che dopo non verrò
più disturbato, chiaro?»
«Bene, dove ti trovi adesso?» disse la ragazza.
«Ora non posso venire, ma non sono distante da New York,
domattina potrei rendermi disponibile. Ha una preferenza
dove vederci?»
«Sì,» disse Judith «possiamo incontrarci al 1380 di Time
Square. C’è un negozio, il proprietario è un ebreo mio amico e
dentro c’è un ufficio dove potremo chiarire tutto, non desidero
che ci siano dubbi d’ora in poi fra noi.»
«Allora domattina alle dieci, conosco il posto.»
L’indomani, Judith, dopo aver raccontato a Mosè dell’im-
pegno preso con Sam, si fece trovare davanti alla porta del ne-
gozio.
Il fratello arrivò in taxi e capì subito che la donna in piedi
al numero 1380 di Time Square era colei che gli aveva dato
appuntamento.
«Sam...» disse Judith di fronte a lui, con gli occhi lucidi.
Avrebbe voluto abbracciarlo, ma lui serio, stava sulle sue.
«La prego,» disse «facciamo presto.»
Judith fece strada e, a uno a uno, entrarono dalla porta
stretta.
Il proprietario venne loro incontro e strinse la mano di
91Sam. «Sono Mosè...»
«Conosco un Samuel che ho avuto il piacere di difendere
nel tribunale di Washington, è un suo parente?»
«Mio cugino. Ero a conoscenza che aveva una questione di
risarcimenti, legati alla sua prigionia nel campo di sterminio
di Mauthausen, ma non conoscevo l’avvocato di difesa. Mi
complimento per la sua buona riuscita.»
«È stato un vero piacere difendere suo cugino» replicò
Sam, sciogliendo la sua amabilità.
«Piccolo il mondo, eh...?» fece Mosè, sorridendo. «Andia-
mo nel mio ufficio, nessuno ci disturberà.»
Entrarono prima dalla porta dell’ufficio che sembrava
tutt’uno con quello adiacente, in quanto Mosè l’aveva reso
aperto e disponibile, facendo scorrere anzitempo la parete se-
greta.
Il locale unico ma enorme, era arredato con gusto, con dei
grossi divani e comode poltrone, adatte per mettere a loro agio
chiunque sostasse in quell’ambiente.
Un enorme tavolo in vetro stava vicino alla parete grande
con appesi alcuni quadri di Kandinsky e della scuola di Baden
Baden.
Numerosi quadri inizio novecento e del primo periodo iper-
realista occhieggiavano coloratissimi dalle successive pareti
che sembravano stanare con una mezza dozzina di dipinti di
artisti di scuola giudaica, per lo stile e i toni usati; una fan-
ciulla con gli occhi scurissimi e una pecorella in braccio, uno
scrivano intento nella sua arte, due ritratti in posa intera, ab-
bigliati alla maniera degli ebrei e un’ultima opera che raffigu-
rava il sacrificio di Isacco.
«Posso offrire un drink?» chiese Mosè rivolto ai due fratelli.
«Vodka, se possibile, altrimenti gin» disse Sam.
«A me acqua e soda» fece Judith, che non staccava gli occhi
di dosso al fratello.
«Ha quel diario di cui mi parlava?» chiese Sam alla sorella,
mentre il padrone di casa preparava da bere.
92«Sì» disse la sorella, traendolo fuori dalla cartella e porgen-
doglielo.
«Ma è una copia...» disse Sam non appena sfoglio le prime
pagine.
«Questo non importa...» fece Mosè dal tavolo bar «si fidi,
Sam, garantisco io, altrimenti faccio arrivare l’originale che si
trova nell’ufficio della CSCN di Norimberga, di cui io mi onoro
di essere il presidente.»
«Anche lei mi chiama confidenzialmente Sam?» Sasha re-
stò colpito dal fatto che il ricco padrone di casa, senza esita-
zione, lo avesse messo al corrente di essere il presidente del
CSCN di cui nessuno sapeva.
«Tu sei Sam... figliolo,» rispose Mosè, come se fosse inevi-
tabile dirlo «ma mi pare di capire che hai rimosso la tremenda
tragedia vissuta da bambino. Cerchiamo un inizio, allora... la
grafia del diario, in copia o no, è la tua, caro ragazzo?»
«Sì, mi pare sia la mia, ma il contenuto non sembra che mi
dica qualcosa.»
«Hai solo letto due righe...» s’intromise la sorella.
«Bene, facciamolo allora...» disse Sam, immergendosi nella
lettura senza guadare più nessuno, dimenticandosi anche di
bere.
Man mano che leggeva scuoteva il capo, poi alla fine prese
la vodka e la buttò giù tutta d’un fiato.
«Mi dispiace...» disse, facendosi malinconico «ma non mi
dice nulla.»
«Pur riconoscendo che il diario appartiene a te?» disse
Mosè.
«Sì... e nonostante la stima e fiducia che provo per lei e la
sua parentela, non mi riesce di prendere la decisione che vi
aspettate. Io resto nella mia realtà, nella realtà in cui sono
vissuto finora. Mi dispiace anche per lei, Judith che capisco
quando stia soffrendo, ma non mi sento di chiamarla sorella e
di abbracciarla.»
«Ma io sì, Sam» disse accorata Judith, buttandosi fra le
93braccia del fratello «io sono tua sorella, abbiamo patito en-
trambi la nostra storia, possibile che debba essere solo io a
ricordarlo?»
Gli occhi di Mosè si inumidirono. «Ascolta Sam, devi fidarti
di ciò che dico. Tu e tua sorella siete stati toccati entrambi dal
dolore, ma Judith soffre più di te. Ho una proposta da far-
vi, affinché nessuno dei due abbandoni la speranza: vedetevi
spesso, parlatevi quanto più potete, risvegliate i ricordi che si
sono assopiti, vedrete che un giorno accadrà il miracolo per
ricominciare insieme.»
«Ammetto di essere combattuto e che forse dovrei appro-
fondire di più la questione dopo le vostre rivelazioni, ma...»
disse Sam cominciando a farsi affiorare sostanziosi dubbi sul-
la sua realtà.
«Entschuldigen Sie bitte haben wurde ein Zigarette?» dis-
se Mosè, interrompendolo in tedesco con il massimo della di-
sinvoltura.
«Nein, untröstlich, nie ich rauche» disse con naturalezza
Sam.
L’imprenditore si rivolse al ragazzo. «Hai mai studiato il
tedesco?»
Sam cambiò espressione del volto. «No.»
«Questo dovrebbe significare qualcosa e farti prendere in
considerazione chi sei,» fece incalzante Mosè «non l’hai mai
studiato eppure parli la nostra lingua.»
«Posso avere un’altra vodka, per favore?» disse Sam al pa-
drone di casa, portando le mani ad assestarsi i capelli.
Mosè si precipitò, ritornando con la bottiglia di liquore rus-
so e un bicchiere ghiacciato dal frigo.
«Serviti pure» gli disse, come se tutto ciò che circondava
Sam fosse suo.
L’avvocato ingurgitò il contenuto del bicchiere quasi pieno.
«Ora devo andare...»
«Senza aver preso una decisione?» chiese Judith.
«La mia è una decisione al buio...» fece Sam come sveglian-
94dosi da un lungo sonno.
Mosè s’intromise: «Buio o no, una speranza la devi conce-
dere a tua sorella Judith.»
«Di questo sono convinto anch’io» fece Sam, impegnandosi
nel limite delle sue possibilità a sciogliere i ricordi che ancora
non affioravano dalla sua mente. «E ho deciso di fare come
dice lei, Mosè, parlerò con Judith ogni volta che ne avrà voglia
e spero di poter presto ricordare... tu sei una ragazza bellissi-
ma... e lì, sulla strada, davanti alla porta d’entrata, avrei voluto
abbracciarti, ma pensavo che non ce ne fosse motivo...»
«E ora?» chiese la sorella.
«Sì... credo di sì.»
I due fratelli si alzarono abbracciandosi come a fondersi.
Judith lacrimava tremante e Sam aveva gli occhi rossi che gli
nascondevano il pianto.
Dopo alcuni convenevoli, si lasciarono e Sam uscì.
«Sono soddisfatto di te...» disse il ricco ebreo alla ragazza,
toccandosi la lunga barba con due dita «hai aperto i sentieri
dei due casi... Hai scoperto che il ragazzo che stiamo cercando
potrebbe essere a Praga e tuo fratello, dopo averti visto, sono
sicuro che finirà per ricordare, e credo che da quel giorno si
legherà profondamente a te.»
«Sei gentile, Mosè, grazie, senza di te non avrei potuto ot-
tenere nulla, restando forse per sempre prigioniera della mia
amara situazione, ma non pretendevo che tu divulgassi il tuo
segreto.»
«Non nascondo di aver sofferto prima di prendere la de-
cisione di farvi conoscere il segreto della mia presidenza al
CSCN, ma sono contento di averlo fatto, mi fido dei fratelli
Cohen come se foste figli miei.»
«Io non potrei mai tradirti... e tu sei stato generosissimo a
lanciare un simile messaggio a Sam, che lo ha subito recepito.»
«Bisogna dare qualcosa di proprio nella vita, per ottenere i
risultati desiderati.»
«Sì, ma tu hai messo in gioco il bene più prezioso: la tua
95vita. Se il tuo segreto di essere il presidente della nostra asso-
ciazione cadesse in mani sbagliate, potresti perderla e questo
come l’ho recepito io, lo ha anche compreso Sam a livello in-
conscio, e gli ha fatto prendere la decisione di considerarmi
sua sorella, dandomi anche una preziosa possibilità di riunir-
ci, di essere una famiglia.»
«Non sei contenta di questo?»
«Sì.»
«Anch’io.»
«Ho telefonato a Johanna, la quale, a seguito delle sue in-
dagini, è d’accordo su quanto da te scoperto, il ragazzo nel
95% dei casi si trova a Praga.»
«Quindi la mia missione statunitense è terminata?»
«Sì.»
«Cosa dovrei fare adesso?»
«Intanto, per stasera Gomez mi ha chiesto il permesso d’in-
vitarti a cena, cosa ne pensi?»
«Non posso, credimi, non sarei una piacevole compagnia,
una musona intollerabile.»
«Cosa devo rispondergli?»
«Che sono stanca e che forse, se ci sarà l’occasione, lo fare-
mo la prossima volta.»
«Riferirò, ma gli rovinerai la serata.»
«Quando dovrei spostarmi da New York?» chiese Judith,
aggrottando le sopracciglia.
«Perché me lo chiedi? Cos’hai in testa?»
«Gli aerei che partono da New York fanno scalo a Londra,
vorrei approfittarne per fermarmi qualche ora in quella capi-
tale e salutare un’amica.»
«D’accordo, e non temere, telefonerò io a Norimberga per
avvertire Johanna che farai una sosta a Londra.»
«Oh, Mosè... devo proprio confessare che mi piacerebbe re-
stare di più a New York.»
«Per me o per l’accattivante fascino che sprigiona New
York?»
96«Anche per te, sei proprio un bel tipo, lo sai?»
«Fortuna che non devo convolare a nozze con te, benedetta
figliola, d’altra parte non ho mai pensato di sposarmi» fece
Mosè, allargando la sua bocca in una smorfia curiosa.
La metropoli londinese si mostrava come sempre sfavil-
lante nelle sue mille sfaccettature e nonostante il pallidissi-
mo sole di fine febbraio, Judith si stava godendo lo spettacolo
mozzafiato del Big Ben, che si stagliava imponente all’angolo
nord-est della House of Parliament.
Erano anni che desiderava ammirarlo dal vivo.
Ai tempi della scuola, le sue compagne ne parlavano come
se fosse un sogno irraggiungibile riuscire a goderne la vista.
Astrid le aveva dato appuntamento al caffè Queen Anne, un
grazioso localino in voga fra i giovani.
Sulle pareti delle strade si affacciavano i primi manifesti
d’arte delle sculture di Henry Moore, della Pop Art americana
e inglese e della Minimal Art.
Judith, quando il giorno prima aveva telefonato all’amica,
le aveva già confidato di avere novità importanti e di mori-
re dalla curiosità di visitare Carnaby Street, il celebre quar-
tiere dedicato alla moda dove imperversavano le innovazioni
fashion e culturali, quali la minigonna di Mary Quant o le note
pop dei Beatles, quattro ragazzoni scatenati.
Judith sembrava quasi allegra e spensierata quel tardo po-
meriggio, quando Astrid la raggiunse alla caffetteria e le stam-
pò un bacio sulla guancia.
«Ehi, baby,» disse Astrid «sei raggiante e davvero so cute,
come dicono da queste parti... È stata l’aria di New York o il
clima frizzante di questa mia London?»
«Oserei dire, entrambe le cose, New York mi ha incantato e
ammaliato e non ti nascondo che potrebbe essere la mia città
ideale dove trasferirmi a vivere, mentre Londra... è talmente
sgargiante e intraprendente che mi lascia quasi senza respi-
ro.»
97«Sì, in effetti mi sono integrata in poco tempo, a dispetto
dei miei momenti di nostalgico pudore... Ogni giorno mi ri-
serva sorprese interessanti e particolari che non tramuterei in
nessun biglietto aereo di ritorno nella nostra città. Adesso è
qui che mi piace vivere. Scusami se non sono venuta a pren-
derti all’aeroporto, ma i miei capi non mi hanno lasciata ve-
nire. Con la sua solita flemma l’ingegnere Boby Bralley mi ha
risposto: “Ma cara Astrid, ci sono i taxi a London...”».
Risero insieme come ai vecchi tempi nel loro bar della piaz-
za Hauptmarkt di Norimberga.
«Ok, basta convenevoli,» disse Astrid «muoio dalla curiosi-
tà di sapere le tue novità, dopo io farò la mia parte.»
«Sam...» disse di getto Judith «è vivo.»
«Cosa? Sam, tuo...?»
«Sì, mio fratello.»
«Dimmi, cos’è successo?»
Judith raccontò all’amica gli avvenimenti di Sam, evitando
la parte sulla CSCN, non perché non si fidasse di Astrid, ma
voleva con onestà conservare il segreto per non tradire la fidu-
cia che le avevano concesso Johanna e Mosè.
«Oh, la mia piccola cara Judith, sono felicissima di questa
notizia» disse Astrid, abbracciandola e tenendosi per mano.
Judith sorrise. «Ora parlami di te.»
Astrid finì di sorseggiare un Martini con ghiaccio. «Adesso
la mia vita è insediata qui, immersa in questo vortice di lucida
follia creativa.»
«Come procede il tuo incarico alla McLaren?»
«Superato il primo impatto negativo dovuto all’atteggia-
mento un po’ prevenuto del personale maschile, mi sono am-
bientata e non ho dato più peso ai bisbigli contro “l’alemanna
usurpatrice”. Dopotutto posso capirli, mi vedevano come una
nemica sia per i recenti conflitti bellici che per essere stata
chiamata a ricoprire un ruolo piuttosto determinante nell’a-
zienda» disse Astrid.
«Sono certa, mia cara, che tu li hai sbaragliati con il tuo
98magico sorriso e sbatter di ciglia e sono caduti subito tutti ai
tuoi piedi... almeno i maschietti.»
«Tutti no, quasi tutti... E tu di che cosa ti occupi ora?»
«Io?» fece Judith trasalendo.
«Sì, perché ti trovavi nella mitica America.»
«Ricerche...» fece Judith «ho un posto di lavoro in un’agen-
zia investigativa con l’incarico di cercare persone smarrite in
tutto il mondo.»
«Splendido, sei un poliziotto privato in gonnella che scor-
razza per ogni dove.»
«Chiamalo così se vuoi, per me è normale attività.»
«Che ti rende raggiante, però: hai un bel viso, sembri una
dea soddisfatta.»
«Riconosco che il lavoro che sto svolgendo mi piace e sape-
re mio fratello vivo mi dà forza.»
«Spero me lo farai conoscere prima o poi.»
«Certo, comunque gli ho telefonato dall’aeroporto e anche
se i suoi ricordi su di me sono solo recenti, ha dimostrato una
personalità sensibilissima, confortandomi sempre, come se i
miei racconti fossero veri, pur non ricordandoli. Ci siamo rac-
contati di tutto, cosa facciamo e dove viviamo, io gli ho parlato
molto di quando eravamo bambini, ma lui non ricorda ancora
nulla.»
«Vi auguro ogni bene, cara Judith, ve lo meritate. Se ti fa
piacere possiamo fare una passeggiata» disse accorata Astrid.
«Con piacere. Te lo stavo per chiedere.»
Le due ragazze s’incamminarono a passo svelto, tenendosi
per mano, come scolarette che hanno marinato un giorno di
scuola.
Così, dialogando spesso a voce squillante, si erano avvici-
nate alla banchina del Tamigi, dov’erano attraccati dei battelli
adibiti alle City Cruises e a Judith cominciarono a brillare gli
occhi.
«Cara la mia ragazza,» Astrid posò una mano sul braccio di
Judith «credo proprio che tu stia diventando una globetrotter
99in piena regola. Allora, dobbiamo lanciarci in questa mini cro-
ciera esplorativa della città piena di luci? In effetti, è il modo
migliore per assaporarne la scoperta grazie anche all’audio-
guida.»
«Una breve incursione sul Tamigi non può che farmi bene.»
Astrid superò per prima la passerella del battello. «Devo
dire che sei cambiata...»
Judith assunse un’aria sognante. «Sì, mi sento diversa dopo
il mio soggiorno negli States, più sicura di me e più vigorosa,
anche se la pace con me stessa non l’ho ancora fatta...»
«Lo so, cara... Sono convinta però che l’aver ritrovato tuo
fratello vivo e in buone condizioni deve averti dato una sferza-
ta di energia positiva per andare avanti e fare progetti. Ora ti
manca solo un compagno, un amore vero.»
«Ti prego, Astrid, non mi assillare ancora con questo argo-
mento che abbordi in continuazione. Il tuo è un chiodo fisso»
disse Judith.
«Judith, so che questo dialogo ti disturba a dismisura... ma
in qualità di tua amica mi permetto di insistere sul fatto che
alla tua giovane età dovresti svagarti e lanciarti in avventure
amorose che ti conducano alla scelta della tua anima gemel-
la... ma se non fai nemmeno un tentativo? Non ti attira pro-
prio nessuno?»
Judith si girò ad ammirare il panorama che defluiva alle
prime luci della sera, splendido davanti ai loro occhi.
Le luci di Natale erano già dappertutto e sfavillavano come
grosse quantità di lucciole in movimento.
Si lasciavano alle spalle il maestoso Tower Bridge, vicino
al quale si stagliava l’imponente Tower of London, un tempo
prigione di regnanti e nobili e che tuttora custodisce almeno
sei corvi a cui hanno tarpato le ali a garanzia del destino della
monarchia inglese.
Un’ala della torre era ormai adibita a Jewel House, perché
conservava i Gioielli della Corona difesi da guardie armate de-
100nominate affettuosamente beefeaters.
Proseguendo nel suo regolare deflusso il battello sfiorò il
quartiere di Greenwich, o meglio London Borough, dove fu si-
tuato l’osservatorio astronomico con il celebre passaggio del
meridiano fin dall’epoca di Carlo II, in seguito alle proteste
del suo astronomo reale Flamsteed disturbato dalla presenza
nella Tower of London di rumorosi corvi.
Molte altre meraviglie della metropoli scorrevano davanti
agli occhi di una Judith affranta, ma risoluta a non lasciarsi
manipolare da nessuno e da niente. Un uomo al suo fianco?
Non ne sentiva la necessità... Non che i suoi ormoni di giova-
ne ventenne non si sentissero attratti da qualche ragazzone
prestante, specie se con caratteristiche mediterranee, ma... in
lei scattava sempre un meccanismo di repulsione finale che
la induceva a fare dietro front non appena si affacciavano le
prime avances maschili.
«Pensi forse che io non abbia stimoli sessuali?» disse Ju-
dith voltandosi con un guizzo verso l’amica.
«Sì, li hai, ne sono sempre stata certa, ma il fatto è che non
ne fai dono agli uomini...»
«Non esserne certa, potrei presto non considerarmi più la
giovane verginella di Norimberga, anch’io come ogni donna
dei nostri vorticosi anni del rock ’n’ roll, potrei non palesare i
miei lati più oscuri.»
«Oddio... non mi dire, cominciavo a preoccuparmi. Ah, a
proposito di divertimenti, stavo per proporti di uscire con me
e il mio attuale fidanzato, Steve, un ingegnere della McLaren,
un bel tipo, davvero. Gentile, pacato ma intraprendente, pro-
prio come piace a me.»
Judith si imbronciò. «E io cosa dovrei fare con voi? Regger-
vi il moccolo?»
«Ma va, stupida. Avevo pensato di presentarti un amico di
Steve, un ispettore di Scotland Yard... potreste andare d’ac-
cordo visto che in fondo lo scopo della vostra professione è lo
stesso: ritrovare persone scomparse. Anche lui è alla sezione
101Missing People. Avete molte cose in comune, credimi» conti-
nuò Astrid.
«Mi incuriosisci, potrei anche accettare il tuo invito e uscire
a cena con voi, perché no, ma devo ripartire domattina presto
per Norimberga, mi attende una missione urgente e focale»
disse Judith.
«Oh piccola, devi ripartire così presto... Mi sei mancata
enormemente e già mi abbandoni.» Astrid aveva le lacrime
agli occhi.
«Non fare così, Astrid. Ti telefonerò più spesso. Ci tengo a
te. Ma il ragazzo che stiamo cercando ha lasciato le sue ulti-
me tracce a Praga e purtroppo ritengo troppo importante que-
sto mio incarico» ribadì Judith, abbracciando Astrid a cuore
aperto.
«Anche Pete, l’amico di Steve che ti ho nominato, mi rac-
contava che in Scotland Yard si manifestano spesso richieste
urgenti di ricerca di persone scomparse, tra cui ragazzi al di
sotto dei quindici anni. Una tragedia» le confidò l’amica.
«Senti,» disse Judith «mi è venuta un’idea, potresti chiede-
re al tuo amico Pete se qualche ragazzo scomparso in questa
città, è stato segnalato a Praga o in qualche altro luogo inusua-
le?»
«Lo farò di certo. Dove posso chiamarti per comunicarti
eventuali notizie?»
«Purtroppo né a casa né in ufficio riusciresti a trovarmi, es-
sendo sempre in giro per vari paesi. È meglio che fra qualche
giorno ti chiami io, così non potrò accampare scuse, nel caso
dovessi dimenticarmi.»
«Ok. Cosa vuoi fare adesso?» disse Astrid mentre scende-
vano dal battello a passo cadenzato.
«Andare a letto. Scusami, ma sono stanca morta. Ho biso-
gno di riposare.»
«Non è che mi hai prevenuta per paura che ti invitassi a una
veloce cena, invitando il mio amico Pete?»
«No, Astrid, sono proprio stanca... ma, a ben pensarci, non
102hai mai rinunciato a farmi simili scherzetti, ti pare?»
Risero le due amiche, lasciandosi poi con la promessa di
sentirsi e di rivedersi presto.
Una pioggerellina fitta e insistente innaffiava la Haupt-
markt Platz mentre Judith prendeva posto al solito bar in at-
tesa di Johanna.
La folla di turisti era sempre assiepata, ma il suo vociare e
la confusione, spesso allegra e accattivante, la disturbava seb-
bene facesse sforzi sovrumani per superare questa sua fobia.
Nemmeno il Natale che era prossimo la faceva sorridere,
sentiva il peso della sua solitudine e del fratello lontano.
“Come vorrei essere spensierata e fiduciosa in un futuro più
quieto che mi sorrida” stava dicendosi Judith mentre sorseg-
giava il suo amato caffè viennese.
Johanna la raggiunse di lì a pochi minuti.
«Allora, sono già al corrente degli sviluppi del tuo viaggio
a New York e non posso far altro che congratularmi per aver
colpito nel segno. Tuo fratello ancora non ricorda la vicenda,
ma piano piano se ne farà una ragione» disse Johanna, strin-
gendo la mano della ragazza.
Judith aveva lo sguardo perso nel vuoto. «Sì, anch’io mi
sono immaginata il peggio anche se la rimozione che ha salva-
to Sam da una probabile psicosi dopo le persecuzioni subite è
stata un meccanismo di difesa eccezionale. L’ho trovato lucido
e sensato, dev’essere un avvocato valido ed efficiente.»
Johanna si fece seria. «Sei pronta per discutere i dettagli
del tuo viaggio a Praga?»
«Sono venuta apposta, non credi?»
Johanna le lanciò un’occhiata di sbieco e cominciò a osten-
tare i documenti che aveva portato con sé per affidarli alle cure
della sua nuova accolita.
«Allora,» fece la donna, mostrandosi burbera senza un re-
ale motivo «eccoti tutti gli incartamenti che ti saranno d’aiuto
a Praga. Una piantina della città, i biglietti del treno andata e
103ritorno, il voucher per l’albergo e le coordinate di chi dovrai
contattare una volta giunta a destinazione: sono tutti qua den-
tro. Ma ti consiglierei come al solito di imparare a memoria il
numero di telefono del tuo aggancio sul posto.»
«È una missione così pericolosa, da non permettermi errori
di sorta, se ho ben capito» sussurrò fra i denti Judith.
«Impari in fretta, carina» sibilò Johanna «in effetti sarà
meglio che tu faccia attenzione perché il tuo interlocutore
a Praga non possiede la pazienza e le disponibilità di Mosé.
Ti accorgerai presto che si tratta di un tipo poco raccoman-
dabile con un’autostima infinita e zero considerazione per il
prossimo. Non mi riesce proprio di biasimarlo, comunque. Si
tratta di un reduce dal campo di concentramento di Dachau e
Mauthausen, che, pur essendo un fine falegname, si è sempre
occupato di fotografia ad alti livelli, prodigandosi per la divul-
gazione delle immagini della Shoah e collaborando a fornire
materiali documentativi nel processo di Norimberga. Uno che
è stato sferzato dal dolore, e non ti aspettare sorrisi o parole di
compassione da parte sua, il cuore gli si è atrofizzato laggiù...»
Mentre Johanna descriveva i fatti, Judith iniziò a innervo-
sirsi, velocizzando la sua degustazione del caffè.
«Accipicchia, un autentico cacciatore di nazisti, pronto a
squartarli, appena li avvicina. Quello che ci vuole per soste-
nere la giusta causa dell’associazione, oserei dire.» Tossicchiò
per un sorso di caffè che le era andato di traverso.
«Non sarei così sarcastica al posto tuo, cara Judith: avrai
molto da imparare da lui, te ne accorgerai. Le tattiche, i me-
todi e i mezzi da lui scelti e usati con sagacia e coraggio, an-
zitutto. Sarà per te una fucina formativa di cui ti consiglio di
fare buon uso. Non te ne pentirai.» Johanna la squadrò per
scorgere una sua qualunque reazione.
Ma Judith non si fece prendere alla sprovvista. Mostrò il
suo solito sangue freddo e con la quiete di un geco che si cro-
giola al sole del Mediterraneo, le rivolse un: «Sono prontissi-
ma, un bel corso educativo per odiare il prossimo era proprio
104quello che mi mancava».
Poi continuò: «Però una cosa me la auguro. Che almeno
in questo dossier ci siano i dati del ragazzo che stiamo cer-
cando... perché accidenti a voi non mi avete fornito la minima
indicazione, né descrizione utile per riconoscerlo.
E poi un’altra cosa non mi torna in questa storia. Come mai
avete inviato me, quando tutte le polizie del mondo posseg-
gono una sezione riservata proprio alla ricerca delle persone
scomparse, da Scotland Yard all’FBI, persino noi in Germa-
nia immagino... Forza sto aspettando le tue argomentazioni»
disse Judith, bloccando lo sguardo sul volto della donna, che
sembrava perennemente scolpito nella sofferenza.
È bene sapere che Johanna, anche se non era disponibile
a raccontarlo, aveva conosciuto la furia e la vergogna di un
campo di sterminio.
A ventidue anni era stata deportata nel lager nazista di Bir-
kenau, dopo che i suoi genitori e le due sorelline di sedici e tre-
dici anni erano stati barbaramente uccisi durante un rastrella-
mento nazista nei dintorni del ghetto di Norimberga.
In quei giorni, l’alta gerarchia di Hitler aveva dato ordini di
prelevare da ogni parte d’Europa donne giudee per sottoporle
a un test ai fini d’individuare se avessero un talento accentuato
per prostituirsi.
Appurato questo, se non adatte, le malcapitate venivano in-
canalate negli esperimenti di laboratori gestiti da medici inetti
che si definivano scienziati per essere sottoposte a esperimenti
di sterilizzazione.
Se idonee, invece, erano assoggettate a ogni sorta di vio-
lenza e bruttura, con il preciso intento di abbattere ogni loro
riluttanza a prostituirsi.
Ultimato il vile trattamento, alle più indicate veniva propo-
sta l’alternativa di uscire dalla loro situazione, prostituendosi
con gli operai ebrei che lavoravano nel lager, convertiti al vo-
lere nazista.
Johanna fu scelta fra le prime e, vinta ogni riluttanza, la-
105sciandosi alle spalle il dolore per la morte dei suoi familiari,
accettò di entrare in uno degli edifici bordello, privo di ogni
elementare possibilità di igiene e dall’odore di arance e di me-
lanzane marcite, evitando il forno crematorio.
Altre prostitute, invece, di solito di razza ariana, utili per
appagare gli appetiti sessuali dei soldati e del personale spe-
cializzato germanico, venivano reclutate e addestrate nelle cit-
tà di Amburgo e di Berlino e, se dichiarate disponili, venivano
catapultate a Birkenau o in altri campi di sterminio, accolte in
autentici bordelli ordinati, gestiti da personale tedesco e con
abbondanza di nudi maschili e femminili, affrescati sui soffitti
e le pareti.
Ogni sera risuonavano gli echi di feste prolungate e bagordi
schiamazzanti che si diffondevano fino alle triste camerate o
block in cui erano segregati i deportati in attesa di essere in-
ghiottiti malinconicamente dai famosi forni accesi.
Il calvario di Johanna durò fino alla liberazione del lager da
parte degli alleati.
La donna, però, dovette prima soggiacere a ogni tipo di
uomo che, anche se ebreo, non mostrava tenerezza alcuna, in-
veendo spesso sulle parti intime delle donne e sputando sui
loro corpi una volta soddisfatta la propria libidine.
Una giorno che una prostituta osò ribellarsi a questo trat-
tamento e scatarrò a sua volta su un uomo che l’aveva anche
offesa e picchiata, fu afferrata di peso, avvolta in un lenzuolo
e ficcata in un forno crematorio che spense in pochi istanti le
sue urla raccapriccianti.
Spesso Johanna si chiedeva se avrebbe sofferto di meno se
fosse morta appena entrata nel campo.
Ritornata alla vita normale, la donna si accorse di essere
malata e il medico le diagnosticò d’essere sifilitica, malattia
presa nel corso della sua prigionia.
Il male le fece il viso vaiolato e cadere i capelli a ciuffi, in-
vecchiandola più dei suoi anni; però non si arrese, indossò
una parrucca ed entrò, come fosse un Eden e un’ancora di sal-
106vezza, nel CSCN, facendone ormai l’unico scopo della sua vita.
«Sei un tipino audace, Judith, ti avevo sottovalutata,» disse
Johanna «ma dopo aver ricevuto le note ricche e incentivanti
nei tuoi riguardi da parte di Mosé, ho dovuto rivedere i miei
giudizi.»
«Forse quel ricchissimo e amabile signore ha esagerato per
benignità nei miei riguardi, non mi pare di aver fatto qualcosa
di diverso dal mio solito» disse Judith.
Johanna si accigliò. «Ma va’, furbacchiona, lascia perde-
re... Per farla breve nel nuovo dossier che ti ho appena conse-
gnato troverai tutti i dettagli che ti interessano e che a questo
punto ti posso anticipare. Il ragazzo scomparso faceva parte
della comunità ebraica di Praga che si è assembrata da secoli
ormai nel ghetto della città. Quando i suoi genitori perirono
a causa di un incidente automobilistico, il ragazzo fu affidato
alle cure di una zia insegnante non giudea che lo crebbe come
un proprio figlio, educandolo secondo la religione protestan-
te. Purtroppo, abbiamo appurato che esiste un’associazione
di filo nazisti, nonché pedofili e depravati, con l’animo pieno
di vizi inenarrabili, che sono sopravvissuti all’olocausto e al
regolamento di conti degli alleati. Questi lo hanno individua-
to e rapito assieme ad altri giovani ebrei per soddisfare i loro
disgustosi istinti di debosciati in una sede che sconosciamo e
che presumiamo sia più estesa di quanto si possa supporre.
«Come si chiama il ragazzo?»
«Il suo nome da cecoslovacco cristiano è Emanuel Nezval.
Sappiamo che era stato condotto a Budapest, in Ungheria e
per ultimo a New York, affinché fosse messo nelle mani lorde
di pedofili nazisti di quella città. Ma da qualche giorno siamo
venuti a conoscenza, e tu ce ne hai fornito la certezza, che è
stato riportato a Praga. Purtroppo gli aguzzini sono stati così
abili da camuffarsi a tal punto da non permetterci di intercet-
tarli e l’uomo che potrà esserti utile in loco, Josef Proszynski,
possiede amici potenti nelle sinagoghe praghesi che ti saranno
107utili, vedrai. Spetta a te verificare e fornirci gli elementi per
intervenire oppure darti il benestare per farlo tu stessa. So-
prattutto non agire di testa tua, mantieniti sempre in rapporto
con il tuo appoggio, ubbidisci ai suoi ordini e non discutere
come tuo solito, probabilmente sarà anche in possesso di in-
dizi utili il che... non guasterebbe. Ti ripeto è un soggetto che
ti darà del filo da torcere e non accetterà di buon grado le tue
digressioni.»
Così dicendo, Johanna, salutando appena, si alzò allonta-
nandosi a larghi passi verso una stradina che si snodava sulla
destra della Hauptmarkt, eclissandosi nel nulla.
Judith non si mostrò sorpresa più di tanto. Quella donna
le incuteva sentimenti discordanti: diffidenza, compassione,
antipatia, solidarietà, ma in definitiva non l’aveva ancora in-
quadrata.
“Boh, un tipo strano ed enigmatico lo è, senza dubbio. Ma
chi di noi facente parte di questo gruppo non lo è...” pensò la
ragazza avviandosi verso casa.
A Praga, Judith, prima di presentarsi al suo referente Josef
Proszynski, decise di telefonare all’amica Astrid.
«Ciao, simpaticona,» disse Judith.
«Oh, cara» fece l’amica raggiante «come stai?»
«Sto bene e tu?»
«Magnificamente. Ho notizie su quello che volevi sapere
sui ragazzi rapiti. Il mio amico Pete ha sciolto la lingua, ma
attenzione, gli ho promesso che ti avrei presentata a lui.»
«Ecco, come al solito, non ti sai fare gli affari tuoi sul mio
privato.»
«Ma va’, zitellona. Dunque, a Scotland Yard sono stati se-
gnalati dalla polizia di Norimberga che alcuni bambini rapiti
potevano trovarsi nella zona di Londra o dintorni. Scotland
Yard ha indagato a fondo, spingendosi fino alla città di Praga,
chiudendo poi le indagini nei loro quartieri più equivoci e in
odore di pedofilia, senza riuscire a scoprire altro.»
108«Ma le tracce, gli indizi in mano alla polizia londinese a
cosa si riferivano?»
«Un agente di polizia in incognito, inviato da Scotland Yard
a Praga, aveva fatto amicizia con un pessimo individuo, un
praghese dai vizi spiccati. Costui, una sera che aveva bevuto
troppo, si era lasciato sfuggire alcune ammissioni su un’asso-
ciazione di nazisti, a cui aderivano vecchi gerarchi delle SS che
avevano mire particolari sui bambini.»
«E dopo cos’è successo?»
«L’agente londinese, dopo quella sera, dovette fuggire da
Praga, essendo seguito e minacciato.»
«E non ha portato con sé indirizzi, nomi o altro che possano
aprire nuovi spiragli alle indagini?»
«No, non ne aveva. E Scotland Yard ha lasciato perdere
la città di Praga perché proseguire poteva creare problemi di
Stato, nonché l’impiego di agenti specializzati che dovevano
infiltrarsi... Non se la sono sentita proprio.»
«Sai il nome dell’ubriacone, almeno?»
«Sì, Edvard Vodnik.»
«Scusa, Astridh se sono assillante... sai anche in quale quar-
tiere ha indagato l’agente di Londra?»
«Sì, in tutte le zone di prostituzione o a luci rosse: Vaclavska
nam, Nove Mesto, senza dimenticare Seifertova e Zborovska.»
«Nell’intera città, insomma.»
«Quasi... Spero di esserti stata utile?»
«Sei stata preziosissima. Spero di venirti a trovare presto a
Londra e stare un bel po’ insieme.»
«Anch’io lo spero tanto. A presto, piccola mia.»
«A presto, cara Astrid.»
Era sera.
Judith sentiva forte il desiderio di visitare la città.
L’hotel dove era alloggiata si trovava a due passi dal Ponte
Carlo.
Si avviò con passo celere; le luci erano abbaglianti, i pas-
109santi chiassosi e le stelle nitide contornavano una luna che
brillava arrossata.
Sapeva, avendo rilevato la notizia sugli appunti, di alcune
bizzarrie che riguardavano Praga, come per esempio che le
statue della piazza Carlo al buio si muovevano.
Curiosa, trovandosi al centro di tanto marmo, Judith le os-
servò con più cura possibile.
Rimase fissa per alcuni minuti e poi, forse per l’impressione
o la posizione delle ombre, le sembrò che le statue cambiasse-
ro fisionomia come se si fossero mosse o perfino che cammi-
nassero.
Si mise a ridere con isteria, come se ciò fosse molto sini-
stro o assurdo. Allungò il passo per portarsi ad ammirare poco
distante l’imponente e splendido castello citato da Kafka nei
suoi scritti, che non la tranquillizzò.
Judith si portò nella vicina Isola di Kampa, dove i canali e le
acque in superficie e per lunghi tratti luccicavano sotto la luna;
respirava l’aria tersa e osservò qualche nuvola che cominciava
a coprire piccole parti del cielo alla sua sinistra.
Le vennero in mente alcuni ricordi dei suoi quindici giorni
trascorsi ad Auschwitz.
Non riusciva a togliersi dalla mente ogni istante passato nel
campo di sterminio che aveva atrofizzato la sua vita e annien-
tato i suoi genitori, portando il fratello a non avere più memo-
ria del passato.
A questo si aggiungevano i ricordi della bionda Priscillia,
di origini praghesi e sgozzata a New York da Gomez, del forno
crematorio dove aveva consumato la sua vendetta sotto gli oc-
chi inorriditi del suo aguzzino, il maggiore Hans Schwarz, che
aveva visto ardere il proprio figlio.
Infine Judith proprio su di lui soffermò il suo pensiero, ai
vizi che scatenava su una bimba, inconsapevole vittima dei
suoi oltraggi.
Quegli occhi.
Non riusciva a toglierseli dalla mente. Quegli occhi dell’a-
110guzzino che indagavano su ogni parte del suo piccolo corpo,
e le mani che cercavano uno sfogo all’interno dei pantaloni,
senza che lei potesse opporsi. “Tutto questo rimarrà vivo nella
bimba che sono stata, nella bimba che sono, anche se passas-
sero mille anni”.
L’indomani Judith s’incontrò con Josef Proszynski dopo
averlo contattato.
Erano di fronte alla sinagoga Vecchia Nuova, di costruzione
medioevale, che fronteggiava da tutti i lati la città con il suo
bellissimo aspetto.
«Vieni, ti voglio presentare il rabbino della sinagoga» dis-
se il suo referente con singolare cupezza, tanto da adombrare
Judith.
«Io non sono mai stata in una sinagoga da adulta» disse la
ragazza, mostrandosi dura.
«Sei ebrea?» la fronteggiò l’uomo accigliandosi.
«Sì,» disse fiera «ma non sono mai stata in una sinagoga.»
«Ma leggi la Bibbia?»
«No.»
«Non preghi allora?»
«Mi ricordo che l’ultima volta che ho recitato un salmo o
una preghiera... ero bambina ed è stato ad Auschwitz.»
«Mmm... capisco che hai sofferto molto,» disse Josef
Proszynski «anch’io sono incappato nei campi di sterminio
dell’ultima guerra nazista, ma che un’ebrea si scordi di Dio
no... non è accettabile.»
«Io come mi sento agisco, e non è con te che devo venire ad
abitare» fece Judith.
«Ah senza dubbio, ma se non credi nel Signore... a chi ti
rivolgi per avere giustizia?» la fronteggiò l’uomo.
«A nessuno» fece Judith senza lasciare a Josef spazio di
aperture.
«Non ti basterà, vedrai, prima o poi dovrai cercare l’illumi-
nazione di Dio.»
«Se ciò avverrà, l’accetterò, d’accordo?»
111«Insomma, vuoi o non vuoi venire a conoscere il rabbino,
può essere prezioso per noi, aiutandoci su ciò che cerchiamo»
disse l’uomo, ovviando l’accordo proposto da Judith che aveva
un sapore profano per lui.
«Vengo. Naturalmente» disse Judith senza indecisioni, re-
stando con gli occhi fissi sul viso del suo interlocutore.
Nell’attraversare la strada per avviarsi dentro la sinagoga,
la ragazza si dimostrò infine più divertita che risentita.
In effetti giudicava Josef Proszynski simpaticamente ostico
e non sgradevole, con il viso segalino e scavato, gli occhi a pal-
pebre scure come immerse nel vino, la papalina colorata sui
capelli con due treccine rossicce ai lati e il modo di esprimersi
che non ammetteva innovazioni alla religione di Dio.
Dentro la sinagoga, la donna rimase abbagliata dalla sua
sontuosità.
I muri laterali alti, le due imponenti navate che davano il
senso totale dello spazio, il punto circolare al centro per l’ora-
tore, circoscritto da un’inferriata gotica, le fecero spalancare
la bocca.
La sinagoga era immensa, uno storico e celebre ritrovo di
culto praghese, di funzioni religiose e altre cerimonie impor-
tanti, come l’ammissione dei tredicenni tra gli adulti, nonché i
matrimoni ebraici che erano ricchi di suggestioni, con i pranzi
di festeggiamento che potevano essere consumati nelle sale
interne, compresi i balli fino a tarda notte.
Judith, strabiliata da tanta bellezza, non ricordava così le
sinagoghe: nella sua mente di bambina era rimasta l’immagi-
nazione di grotte addobbate a festa e non altro.
Non c’erano fedeli e il rabbino apparve da una porticina,
andando loro incontro.
Per alcuni versi somigliava a Josef, stessa altezza e stesso
viso scavato, barbetta bianca, capelli lunghi, spalle curve e pal-
pebre nere, ma il carattere era diverso, si notava all’istante.
«Benvenuti» disse con voce suadente, stringendo con calo-
re la mano di Judith e abbracciando Proszynski.
112«Buongiorno... è meravigliosa la sua sinagoga» disse Ju-
dith.
«Grazie, ma anche a Norimberga e in tutta la Germania ci
sono tante prestigiose sinagoghe, mi chiamo Lavska Karo, Jo-
sef mi ha parlato del tuo arrivo.»
«È da parecchi anni che non frequento più sinagoghe, i
miei ricordi sono fermi all’età scolare e ho visioni diverse di
una sinagoga vera e propria.»
«Interessante. È possibile sapere quali visioni sono?»
«Grotte, mi ricordavo grotte con tante luci...»
«Se la vita ti ha allontanato da nostro Signore e dai nostri
culti,» disse, infelice, Lavska Karo «avrà i suoi buoni motivi,
spero tu possa avere nel cuore la pace che desideri.»
«Non sapevo che i miei desideri potessero essere visibili
all’istante...» disse Judith, non volendo sembrare priva di ca-
rattere.
«Non tu, cara figliola, sono i tuoi occhi che parlano.»
«Allora mi ricorderò di tenerli a bada.»
Il rabbino fece un sorriso che non mitigò la sua mestizia.
«Cosa posso fare nel mio piccolo per te, ora?»
«Se sa qualcosa sui bambini ebrei che scompaiono in ogni
parte d’Europa e che sembrano portare alla città di Praga, me
ne parli, la prego.»
«Ti informo che fino a ora non me ne sono interessato, ho
sempre pensato di stare alla larga da cose che devono essere
risolte dalla polizia investigativa, ma i fatti stanno diventando
così estesi e mostruosi che mi sento in dovere d’intervenire,
fare qualcosa... D’ora in poi indagherò anch’io assieme a te e a
Josef, unendo i nostri sforzi per vedere di sanare quest’orribile
piaga. Tu hai portato qualche novità? Hai un’idea?»
«Ho un nome.»
«Quale?» disse Josef «Non me ne hai parlato.»
«Cercavo il momento giusto per tirarlo fuori. Si chiama
Edvard Vodnik» fece Judith.
«Non ti aspettare più nulla da questo nome, è morto» disse
113laconico Proszynski.
Judith sgranò gli occhi. «Come sarebbe?»
«È stato ucciso nella zona di Nove Mesto.»
«Aveva una moglie, qualcuno che gli fosse caro?» riprese
Judith.
«Io lo conoscevo, una volta l’ho assistito in una sua impres-
sionante ubriacatura, aveva una moglie che frequentava la si-
nagoga di Pinkas, che è governata del mio amico, Karl Ceskè.»
«Bene» fece Judith «cercherò d’indagare parlando con lei,
allora, m’inventerò qualcosa per avvicinarla.»
«No, ti esporresti troppo, la tua voce tradisce la tua nazio-
nalità, parlerò con Karl Ceskè, se la donna frequenta ancora
la sua sinagoga, come presumo, lui sa come farle sciogliere la
lingua senza destare sospetti.»
«Anch’io sono d’accordo su questa linea di condotta. Noi
indagheremo più discretamente, partendo da altri luoghi»
fece Proszynski cupo.
«No problems. Allora bisognerà scandagliare ogni luogo a
luci rosse, fingendoci dediti a ogni sorta di vizio, come se io e
te fossimo amanti.»
Josef aggrottò le sopracciglia. «Stai scherzando spero. Ma
sai quanti sono?»
«Certo, ce ne sono a decine...»
«E da dove vorresti cominciare?»
«Dal quartiere in cui è stato ucciso Vodnik, in quei locali
che usano uniformi militari o armi, specie se ostentano una
Luger come quella che mi sono portata appresso dalla mia No-
rimberga.»
«Mi pare un’ottima idea» s’intromise il rabbino con il suo
solito sorriso mesto.
Josef si scurì in viso. «Anche a me non dispiace.»
«Ma tu, Josef...» disse Judith, guardando negli occhi l’uo-
mo «non avevi lasciato intendere a Johanna che avevi degli
indizi?»
«Hai frainteso» fece l’uomo, cercando con il viso mortifica-
114to il sostegno del rabbino «mi riferivo al supporto essenziale
che potevamo ottenere con l’intervento del caro amico Lavska
Karo.»
«Capisco» fece Judith.
Fuori dalla sinagoga, Judith e Proszynski rimasero in silen-
zio.
Fu l’uomo a rompere la pausa.
«Perché hai voluto ostentare il tuo cinismo su Dio al rabbi-
no, ce n’era proprio bisogno?» bofonchiò, come se una nuvola
scura si fosse adagiata sul suo viso.
Judith guardò davanti a sé. «Sia chiaro una volta per tutti,
Josef, io so odiare... e chi sa odiare e cercare vendette non può
parlare con Dio.»
«Il fatto è che tu non solo non parli con Dio, ma nemmeno
con gli uomini.»
«Sì, Josef, lasciamo perdere la mia vita personale, d’accor-
do?» disse risentita la donna.
«No, non lascio perdere, anch’io ho perso tutto quello che
avevo nei campi di sterminio, solo che tu sei giovane e hai tut-
to il tempo che vuoi per riprenderti la tua vita, io alla mia età
non ho sbocchi. Le mie speranze si sono fermate a Mauthau-
sen e non ho né avrò altri giorni che possano ringiovanirmi...
farmi riconquistare il bene della mia dolce moglie e il calore
del mio adorato figlio.»
«Mi dispiace, Josef, non volevo ferirti...» disse Judith.
«No, lascia perdere tu, ora... non sono le tue parole che pos-
sono scuotermi, sono io che mi massacro ogni volta che mi
guardo allo specchio...»
Judith, avrebbe voluto ribattere che anche lei soffriva, lo-
gorandosi nel pensiero incessante dei suoi quindici giorni tra-
scorsi ad Auschwitz, ma preferì non incrudelire il discorso; la
differenza di anni che c’era fra lei e Proszynski le fece prendere
la decisione di tacere, almeno per portare rispetto a un uomo
che aveva sofferto e non aveva più la sua stessa età.
115«Senti,» disse con un dolce sorriso «facciamo una tregua?»
«Cosa proponi?» fece l’uomo un po’ sollevato.
«Tanto per cominciare... se andiamo in un quartiere a luci
rosse non possiamo presentarci io con un look normale e tu
diciamo, diverso. Devi tagliarti un po’ i capelli e le treccine, la-
sciare a casa la tua sgargiante papalina e le spalle curve, carat-
teristica inconfondibile di ogni ebreo che si rispetti, chiaro?»
«C’è un motivo speciale perché io debba rinunciare alla mia
identità visibile di ebreo?»
«Sì, dobbiamo risultare credibili nella parte che imperso-
neremo, altrimenti il nostro intervento sarà un fiasco.»
«D’accordo, è giusto, sacrificherò i miei beni personali...»
disse fra i denti Josef, rifacendosi taciturno e cupo.
Josef Proszynski era stato fra i primi ebrei a essere prele-
vato dal ghetto di Praga e fatto viaggiare in treno per raggiun-
gere il campo di sterminio di Dachau, lasciandosi alle spalle
moglie e figlio che avevano fatto in tempo a nascondersi in un
posto considerato sicuro.
Josef nel campo di concentramento si era salvato la vita,
grazie alle sue doti di falegname che risultavano utili per la
costruzione di edifici in legno, non essendoci nel campo mano
d’opera specializzata a sufficienza. Nascose, però, il suo hobby
artistico di fotografo. Chi era in grado di scattare foto, restava
nella lista della morte in quel campo.
Non più da recluso nel senso stretto della parola, ma da
uomo che lavorava all’aria libera a costruire case e capannoni
in legno, Josef poté assistere a quello che accadeva agli ebrei
di quella parte d’Europa occupata da truppe germaniche.
Ogni giorno assisteva al loro cammino in fila ordinata su un
largo viale, spesso toccato dalla nebbia e da un clima umido,
non piacevole, che rendeva sinistro l’aspetto dei bunker e delle
altre costruzioni tutte in forma rettangolare.
I loro passi erano ordinati, non sbandavano, né i loro visi
erano mai gli stessi, cambiavano giorno dopo giorno e si muo-
116vevano in stato di decadimento, tanto da sembrare un filo, un
segmento che serviva per orientare la costruzione di una stra-
da.
Poi, girato a destra, all’inizio di un corridoio, una donna
kapò, con un frustino in mano, li attendeva ritta negli stivali
neri e con il viso di una Gorgone.
Era come se la kapò fosse mossa dal vento, con gli occhi di
un serpente cerchiati di nero e la coda in movimento esaspe-
rato.
Senza provare compassione alcuna, spronava i deportati ad
accelerare l’andatura, facendo spesso ruotare il frustino stret-
to in mano come a disegnare cerchi nell’aria.
Tutto questo per sospingere quegli uomini a trottare per
sbrigarsi e attraversare una porta laccata di fresco che immet-
teva nelle camere a gas, ai fini di espugnare fisicamente la loro
identità.
Josef, costretto ad assistere giorno dopo giorno a questa
brutale danza di morte, si sentiva mancare, pur mangiando in
modo privilegiato, dimagriva a vista d’occhio.
Il suo pensiero andava alla moglie e al figlio, che avrebbero
potuto attraversare una di quelle porte di un qualunque luogo
di strage e non uscirne più.
Ormai Josef sapeva cosa succedeva nei campi di sterminio
nazisti, soffrendone.
Non riusciva più a sopportare l’odore dolciastro dei corpi
bruciati, o la crudele ripetuta battuta degli aguzzini nazisti che
affermavano, anche di fronte alla visiva realtà che emergeva
dai loro comportamenti, che tutto era normale, indicando la
scritta posta sul cancello in ferro battuto all’entrata del cam-
po: “Il lavoro rende liberi”.
Josef, ormai, non si toglieva più dalla mente la regola che
vigeva a Dachau: i deportati, una volta entrati a Dachau, la-
sciavano fuori ogni auspicio di restare vivi, scherniti da quella
scritta posta sul cancello.
Il falegname intuiva che stava cominciando a delirare e il
117suo pensiero correva assillante ai suoi congiunti, tanto che fu
richiamato più volte dagli aguzzini del lager per la sua maniera
di lavorare distratta.
Intuì anche che da un momento all’altro poteva essere de-
stinato alle camere di sterminio, che ormai erano un’immagi-
ne stampata nella sua mente.
Gli occhi dei suoi carnefici glielo indicavano con chiarezza
ogni volta che veniva convocato.
Josef sapeva, inoltre, che centinaia di prigionieri venivano
lasciati morire per inedia o decimati sotto la sferza di un lavo-
ro massacrante, e se un privilegiato tecnico, indispensabile ai
campi di lavoro, perdeva colpi, veniva senza indugi mandato a
morire come tutti gli altri, affinché non parlasse nel caso fosse
stato liberato.
Senza pensarci oltre, elaborò una fuga.
Il campo era attraversato da reticolato ad alta tensione, im-
possibile da superare.
Dei compagni non c’era da fidarsi perché disponibili a sgoz-
zare il loro migliore amico pur di salvaguardare la loro mise-
rabile vita.
Josef considerò una sola possibilità per attuare la sua fuga,
mettendosi per giorni a osservare i mezzi di trasporto che ap-
provvigionavano il campo di sterminio di cibo e materiale va-
rio.
Con la scusa che ci fosse una traversina in legno da siste-
mare, avuto l’assenso dalla guardia armata, si ficcò sotto il
camion, nascondendo una corda che trasse fuori dal borsone
degli attrezzi.
Prima delle luci dell’alba, si portò sotto il mezzo prescelto,
da lui giudicato perfetto per posizione e tempistica, e si ficcò
nell’angolo di sinistra, legandosi come fosse attaccato al sotto-
pancia di un cavallo.
Sapeva, avendo abbastanza libertà di movimento nel cam-
po, che si sarebbero accorti della sua scomparsa non tanto
presto.
118Il camion si mosse e lo portò nella città di Monaco di Ba-
viera.
Aveva fatto un breve viaggio pieno di paura e sofferenza ma
era vivo.
Con cautela si avvicinò alla stazione, da lì seppe che fra
qualche ora ci sarebbe stato un treno diretto a Praga.
Saltò su un vagone trasporto merci aperto e respirò a pieni
polmoni fino ad arrivare nella sua città.
Con mezzi di fortuna e camminando a piedi, andò dove sta-
vano nascosti i suoi.
L’incontro con i famigliari fu inaspettato, la moglie pianse a
singulti e il figlio urlò dalla gioia.
La famiglia Proszynski passò una notte serena.
Al mattino fu Josef a svegliarsi di soprassalto e dal nascon-
diglio in alto, celato da una botola mimetizzata, vide arrivare
delle camionette di SS che entrarono nel cortile del caseggiato.
Capì subito che erano giunti per arrestarli.
O la loro presenza era casuale, oppure qualcuno li aveva
traditi.
Optò per quest’ultima considerazione, ormai era consueto
anche nella vita civile che qualche ebreo tradisse il vicino di
casa per ottenerne vantaggi.
Furono portati alla stazione di Praga, viaggiando in un tre-
no piombato, come fossero bestie da esperimento ad alto ri-
schio.
Un tragitto interminabile con la famiglia Proszynski quasi
sempre abbracciata.
Josef, conscio che un’orribile fine li aspettava, tenne per sé
ogni forma di dolore.
Pianse di nascosto, Proszynski, a volte trattenendo a stento
i singulti.
Si torceva anche nel silenzio, sapendo di essere impotente
e fragile a reagire.
Pregò il suo Dio, cercando una via d’uscita, senza che arri-
vasse un segno. Addirittura chiese ancora a Dio di mutare la
119sua mano destra in una bomba, per scagliarla contro la porta
del vagone a chiusura piombata, affinché potessero uscire al-
meno i suoi cari da quell’incubo tremendo.
Realizzare che la fine della propria vita stava per giungere
non era una cosa ignorabile.
Josef sapeva, e questo era il dramma.
Moriva ogni istante che ricordava le camere a gas e i forni
crematori che vividi danzavano impietosi dinnanzi a lui.
Seguiva con la mente atterrita, come se fosse seduto nell’a-
rena del toro, l’epilogo di una stilettata alla nuca della bestia.
Osservava con la mente i suoi familiari sorridenti cammi-
nare su quella strada umida di Dachau, arrivare al termine,
girare a destra, imboccare il corridoio e trottare sotto la solle-
citazione di un frustino fino a raggiungere una porta laccata di
fresco, attraversandola.
Ciò lo faceva inorridire e piangere.
I suoi congiunti si accorgevano che soffriva e continuavano
a confortarlo, pensando che ne avesse bisogno perché aveva
già molto sofferto.
L’inquietudine di Proszyncki, si bloccò solo quando si udì il
treno fermarsi.
Scesero e l’uomo si rese subito conto che non si trovava a
Dachau, ma nel lager di Mauthausen.
Aveva già sentito parlare di questo campo di stragi e veder-
ne le alte mura di pietra, La Porta Mongola, unica entrata in
legno di faggio foderata con strisce di ferro.
Di quel campo di sterminio, Josef ricordò che si narravano
particolari atroci, dal comandante di barbarie inaudita, alle ca-
mere a gas che funzionavano ventiquattr’ore su ventiquattro,
ai campi di lavoro mortali, ai reclusi lasciati a morire d’inedia
e di stanchezza, razionando loro il cibo di giorno in giorno e
sempre in minore quantità, affinché avvenisse al più presto la
disgregazione di un’intera razza.
Josef, avvertì un disagio inenarrabile e il cuore che gli scop-
piettava nel petto.
120Man mano che si addentrava nel cuore della fortezza, ov-
vero la struttura dei capannoni, notò le grosse forme di pietra
trasportate da persone lacere e scarne, le kapò dall’aria sprez-
zante, i volti di reclusi non più capaci di alzare gli occhi e di
ragionare, le quantità di fumaioli a becco lungo e di uomini
rancorosi e feroci dalla divisa luccicante e con le armi strette
in pugno, era indubbio che doveva trovarsi in un raggruppa-
mento di lavoro forzato pesante e di devastazione di massa tra
i peggiori che potesse immaginare.
Avvertì il cuore sanguinare.
Ebbe appena il tempo di strusciare la mano sui capelli del
figlio e svenne.
Non sapeva quanto tempo fosse rimasto in coma.
Una voce dall’accento inglese gli parlò appena sveglio.
«Bene, era ora che ti svegliassi. Come va, mi capisci?»
Josef notò la divisa statunitense. «Sì... Dove mi trovo? Dove
sono mia moglie e mio figlio?»
«Rispondo a una domanda per volta, ok?» fece il solda-
to «Questo è l’ospedale principale di Vienna, Austria. Non
sappiamo nulla di tua moglie e tuo figlio. Io ti ho trovato a
Mauthausen dieci giorni fa, il 5 maggio, in mezzo a decine di
cadaveri. I crucchi devono averti lasciato in mezzo ai morti
credendoti spacciato, io ho capito, invece, che eri ancora in
vita. In America ero un bravo figliolo, infermiere... e mia ma-
dre era praghese come te, capisci?»
Josef chiuse gli occhi e iniziò a piangere. «Mia moglie... mio
figlio?»
«Mi dispiace ma io non lo so, ok? A giorni credo che po-
trai lasciare l’ospedale e potrai cercarli, spero tu possa unirti a
loro. Il mio compito adesso che parli e ti puoi muovere è finito.
Ti auguro ogni bene» disse il soldato con le lacrime agli occhi.
«Qual è il tuo nome, amico?» chiese Josef prima che il sol-
dato uscisse dalla stanza.
«Jimmy, mi chiamo Jimmy.»
Il soldato non ebbe cuore di dire a Josef che quando era
121entrato a Mauthausen con la sua 11 a divisione corazzata i te-
deschi avevano fatto tabula rasa, uccidendo quanta più gente
possibile, e che se i componenti della sua famiglia fossero fra
i pochi scampati al massacro l’avrebbero certo raggiunto in
quei dieci giorni, avendo la polizia e il suo Comando america-
no il nome di tutti gli ebrei sfuggiti al martirio.
Non appena poté farlo, Josef si mise a cercare in tutti i di-
stretti di polizia e negli ospedali dove ci potesse essere una
possibile traccia del loro passaggio, parlò con centinaia di per-
sone, facendosi insistente e pernicioso, litigando a volte furio-
samente, ma la risposta fu sempre negativa.
Dimagriva ogni giorno di più nella forsennata ricerca.
A questo si aggiungeva il suo senso di colpa: si sentiva nella
responsabile convinzione che se non fosse fuggito dal campo
di Dachau, se non avesse raggiunto il nascondiglio dei i suoi,
la moglie e il figlio si sarebbero certo salvati.
In qualche modo addebitava a se stesso la colpa, al suo arri-
vo nel territorio praghese, dove probabilmente era stato avvi-
stato e denunciato non appena si era congiunto con i familiari.
Il dolore fu tanto che Josef, dopo mesi e mesi, non ebbe più
forza di cercare, chiudendosi in un mutismo assoluto e rifiu-
tandosi di mangiare, con la ferma intenzioni autolesionistica.
Fu salvato da un’autoambulanza e da uomini che in barella
lo portarono d’urgenza in ospedale.
Poi, il mangiare forzato, il sole che in quei giorni di prima-
vera s’affacciava ogni mattino puntuale alla sua finestra, gli
fecero riprendere forze e ritornò a Praga.
Da quell’istante si dedicò alla ricerca dei criminali nazisti,
senza che per questo fosse abbandonato dal suo senso di col-
pa.
«Io... sono la causa...» si ripeteva in modo assillante, e spes-
so nel cuore della notte.
Poi, quando le sue forze erano più svilite si alzava dal let-
to per guardare le migliaia di foto che aveva accumulato su
Mauthausen, fortezza demoniaca, programmata per annien-
122tare un’intera etnia di uomini inermi, di vecchi, malati, donne,
bambini e madri gravide.
Faceva tutto questo per mantenere vivo il ricordo; era come
cospargersi di sale o lacerarsi le carni con un cilicio arroventa-
to e con l’assoluta volontà di cercare un castigo.
«Oh...» disse Judith, sorridente «Josef, quasi non ti inqua-
dravo, il tuo nuovo look è perfetto.»
Poszynski aveva accorciato i capelli, raso la barba, fatto
scomparire le treccine e indossato un giubbotto di tela bianca
su jeans blu.
«I vestiti è facile cambiarli...» fece Josef, con un lungo so-
spiro «ma non il cuore che c’è qui dentro... Tu, piuttosto, belli
gli stivali e il giubbotto nero borchiato che indossi.»
«E ancora non hai visto cosa ho nella borsa.»
«Posso vedere?»
«No, non prima almeno di aver messo piede in un locale a
luci rosse. Tu ne conosci uno in particolare?»
«Non hai che l’imbarazzo della scelta, sono mesi che giro
intorno alla maggior parte dei locali a luci rosse per indagare.»
«Spiegami come funziona.»
«Non sei mai stata in un locale porno?»
«Mai.»
«Oh cielo... non ti vergognerai?»
«All’occorrenza so chiudere gli occhi e tapparmi il naso. Tu
dimmi solo come funziona, il resto è un problema mio.»
«Devi sapere che Praga è una delle città dove la prostituzio-
ne e i vizi sono talmente estesi che puoi trovare di tutto e per
pochi spiccioli.»
«Tutto fino a che punto?»
«Mi vergogno a dirlo...»
«Non ti fare scrupoli, ho bisogno di sapere per comportar-
mi di conseguenza.»
«Come vuoi... dalla vergine all’anziana, dallo show gay e alle
donne lesbiche, dall’amore di gruppo allo scambio di coppia,
dal sesso consumato dal pubblico in sala durante l’esibizione
123di una coppia sul palcoscenico, dal sadomasochismo al...»
«Ho capito, basta» lo interruppe Judith, storcendo il naso
«conosci un locale dove, queste magnifiche “star” si esibisco-
no indossando divise naziste?»
«Certo.»
«Fammi strada, ti seguo» disse Judith senza altri pream-
boli.
L’insegna del locale a luci rosse a grandi caratteri illumina-
ti, diceva: “La Cave Noir”.
Judith prima di entrare trasse dalla borsa un berretto da
ufficiale della Wermacht e lo indossò sotto gli occhi curiosi di
Josef.
«Inizia a starmi appiccicato addosso come un satiro affa-
mato di sesso» disse Judith senza concedere tempo al suo ac-
compagnatore di commentare.
«Va bene così?» fece Josef, mettendole una mano sulla
spalla.
«Stringiti di più, devi sembrare l’anziano che s’accompagna
a una ragazzina viziosa.»
All’interno del locale c’era una di quelle salette che predi-
sponevano i paganti a un’eventuale esibizione in diretta, so-
spinti dai due porno star che si contorcevano seminudi e stret-
ti sul palcoscenico.
Lei indossava un berretto nazista e lui un giubbotto delle
SS. Non c’era molta gente, solo tre coppiette.
Judith e Josef si sedettero nei posti davanti.
L’attrice dal berretto nazista dopo qualche battuta di spet-
tacolo scese, andandosi a sedere sulle gambe di Josef.
Poi lo abbracciò, sfiorandogli le orecchie con le dita.
«Vuoi fare l’amore con me o con la tua ragazza?» gli sus-
surrò languida.
«Fallo con lei, ti prego, baby, lo sai che a me piace quando
lo fai con le altre» disse Judith.
«Lascia che mi prepari mentalmente, cara, lo sai che non
sempre sono pronto...» rispose Josef, dopo aver superato il
124primo attimo di smarrimento.
L’attrice porno si alzò stizzita, rivolgendo le sue attenzioni
a un’altra coppia. Judith e Josef, passati alcuni minuti, si alza-
rono per uscire all’aria aperta.
«Che schifo» fece Judith una volta fuori.
«Concordo,» disse Josef «anche se l’idea è stata tua.»
«Riconosco di esserne pentita. Non lo rifarei nemmeno se
fossi a conoscenza che dentro ci sia la soluzione alla nostra
indagine» concesse la ragazza.
«Però non abbiamo cavato un ragno dal buco, forse siamo
stati troppo precipitosi a uscire» disse Josef.
«Non avrei resistito un istante di più lì dentro. Ma hai sen-
tito lei, l’affamata di uomini, vuoi fare l’amore con me o con la
tua ragazza? Le avrei dato due calci nel fondo schiena.»
«Ma no, recitava...» disse l’uomo.
«Non ci credo, guarda, sono certa che se tiravi fuori il por-
tafogli non si sarebbe fatta pregare, divertendosi pure... Piut-
tosto, hai qualche idea ora?»
«Sì, girare per locali meno impegnativi, anche se equivo-
ci...»
I due stavano per avviarsi, quando una donna dai capelli
colorati rosso Tiziano intenso e gli occhi che sembravano ma-
lati, tanto erano piccoli, li fronteggiò con un sorriso.
«Scusate, mi è parso di aver capito che non siete rimasti
contenti della Cave Noir. Io forse potrei soddisfare i vostri gu-
sti, se mi dite cosa preferite.»
Judith corrispose al sorriso della rossa. «A noi piacciono le
divise...»
«Ne ho quante ne vuoi, piccina...»
«Fino a che età arriva la tua merce?»
«Nel mio menù c’è un solo limite, non vanno al di sotto dei
diciott’anni, siano maschi o femmine, ho già avuto troppi guai
con i minorenni» fece la ruffiana, smuovendo più volte il capo
con il rosso dei capelli che ondeggiava nell’aria.
«Non conosci qualcun altro che offre divertimento, con
125merce più giovane? Pago bene» s’intromise Josef.
«Mi dispiace» la rossa cambiò espressione e girò i tacchi
«ma i giovanissimi dovete cercarveli fra i vostri nipotini.»
«Simpatica la rossa,» fece Josef, deluso «meriterebbe che
l’adottassimo.»
«A me pareva un tantino melodrammatica, nonostante la
sua ritrosia alla nostra richiesta, sono convinta che, nei mo-
menti di bisogno, per un dollaro venderebbe anche la madre.»
Judith e Josef stavano percorrendo delle strade e viuzze,
nelle quali il movimento dei passanti, le donne con la bor-
sa ciondoloni su una mano, le insegne dei pub con porticine
strette, l’abbondanza di negozi che vendevano liquori a tasso
alcolico elevato, alcuni uomini con abiti chiassosi che fissi sta-
zionavano sotto i balconi delle abitazioni in rovina, l’odore di
pipì sui muri, lasciata dagli avventori durante la notte, volti di
giovani dai lineamenti effeminati, ragazzotte dagli occhi accesi
che facevano capolino dalle finestre del primo piano con i sor-
risi aperti, erano un segno che si trovavano in una zona ad alta
densità di prostituzione a cielo aperto e di feroci magnaccia.
Judith si sentì a disagio in quella zona.
Automaticamente portò le sue dita a sfiorare dall’esterno
la stoffa della sua borsa, sentendo il duro metallico della sua
Luger.
«Non ti senti sicura?» chiese Josef.
«No...» disse la donna «zone così mi spingono a rievocare
i miei periodi peggiori, non mi piace la prostituzione, né gli
spettacoli osceni» disse Judith, riferendosi al suo periodo di
bambina nuda per gli occhi del maggiore Hans Schwarz nel
campo di sterminio di Auschwitz.
«Andiamo...» fece Josef «nelle tue condizioni non è il caso
di proseguire. Ritorneremo domani.»
«Sì. Lo faremo di notte, c’è gente più viziosa in giro e forse
avremo più fortuna a trovare un aggancio, una traccia che ci
permetta di sapere di più.»
«Cosa vuoi fare adesso?» chiese Josef.
126«Sono stanchissima, vorrei mettermi a letto e non alzarmi
fino a domattina.»
«Sono d’accordo con te, io dopo telefonerò al rabbino della
sinagoga Vecchia Nuova per sapere se ha qualche novità, lui è
abituato a muoversi celermente.»
Salutato Josef, la ragazza si portò al suo albergo, si sdraiò
nel letto, ma prima chiese alla reception di svegliarla alle 11 di
sera.
Intendeva andare da sola nelle zone a luci rosse, sentendosi
più libera di agire senza un uomo accanto, specialmente trat-
tandosi di Josef, che le avrebbe certamente impedito ciò che
intendeva fare.
A mezzanotte, Judith si trovava in un locale che si diceva
pieno di prostitute e papponi, un locale tra l’equivoco e il ma-
lavitoso.
Era vestita succinta, con minigonna attillata, calze nere,
scarpe rosse, giubbotto di pelle, trucco pesante, e inforcava il
suo berretto della Wermacht.
Il locale era pieno di gente d’ogni tipo.
Non fece in tempo a ordinare un whisky, che avrebbe fatto
finta di bere, quando un uomo sui trent’anni, bello e muscolo-
so e con fare tracotante, le si avvicino.
«Mi permetti di pagarti il drink?» disse l’uomo.
«Perché no?»
«Sei nuova di qui? Non ti ho mai vista. Hai qualcuno che ti
protegge, che difende la tua attività, la tua vita?»
«No, sono appena arrivata da Berlino. Ero stanca del mio
uomo, non mi capiva e sono venuta a Praga dove si vocifera sia
facile fare denaro.»
«Qual è la tua specialità, bellina, dimmi...?»
«Ho fatto un po’ di tutto, ma ultimamente a Berlino mi
sono specializzata a soddisfare i gusti particolari degli ex ge-
rarchi tedeschi. Sai, hanno preso vizi durante la guerra che
non vogliono abbandonare. Avevo anche accumulato parecchi
127marchi tedeschi, ma quel bastardo che mi sfruttava mi ha la-
sciato senza un centesimo.»
«E che tipo di spettacolo era che ti fruttava tanto?»
«Scusami, non mi sento di dirlo, ti conosco appena.»
«Di me ti puoi fidare, puoi chiedere in giro, io sono simile a
te, per denaro sono disposto a tutto.»
«Anche a difendermi e a uccidere?»
«Perché, pensi di correre pericoli?»
«No, era solo per sapere fino a dove sei valido come dici.»
«Allora ti confermo che sono pronto anche a uccidere se
trovo la donna per cui ne vale la pena.»
«E io valgo?»
«Sì, viso ingenuo sotto il tuo cinismo, tette dure, cosce per-
fette e un sorriso disarmante. Sì, sei il mio tipo. Ma non mi hai
ancora detto di che spettacolo si tratta il tuo?»
«Pedofilia, mi accoppiavo con i giovani e giovanissimi e la-
sciavo che anche gli ex gerarchi nazisti lo facessero con loro.
«Ah...»
«Ti ho stupito?»
«No, ci vuole ben altro... per uno come me. Presumo che i
vostri incontri si svolgessero in appartamenti privati...»
«Sì, come lo sai?»
«È prevedibile se hai avuto solo un uomo senza una vera e
propria organizzazione alle spalle.»
«Forse a Praga non esiste la pedofilia?» chiese Judith.
«No, eccome se esiste, solo che è in mano ai criminali di
guerra sfuggiti al processo di Norimberga e sono potenti e ge-
losi dei loro riti e iniziazioni, non permettono a nessuno di
entrare se non sicurissimi della loro fedeltà. Comunque non
preoccuparti, ci sono tante altre cose che si possono fare, una
come te nelle mie mani è una miniera d’oro. Come ti chiami?»
«Helen e tu?»
«Habib.»
«Che strano nome, di dove sei?» chiese Judith.
«Io sono di Praga e i miei tunisini. Dove sei alloggiata?»
128«In albergo.»
«Ho una casa spaziosa, puoi venire a dormire da me, già da
adesso.»
«No scusami, ma ho proprio bisogno di qualche giorno di
riflessione, sono rimasta ferita dal mio ex e vorrei esser sicura
dei miei passi, ti dispiace concedermi un po’ di tempo? Sono
certa che a Praga se non sarai tu il mio uomo, non lo sarà nes-
suno, te lo prometto questo. E poi devo confessarti una cosa...»
«Sfogati pure, sono paziente io.»
«Ho preso il vizio...» fece Judith sibillina.
«Di che?» chiese Habib credendo di avere frainteso.
«Hai capito benissimo, mi piace accoppiarmi con i giovani
e vederli unirsi con i pedofili, mi fa andare in estasi...»
«Con questo vuoi dire che se non ti organizzo i numeri che
tu richiedi, io sono fuori dal tuo giro?»
«Io ti ho fatto una promessa o vengo a vivere con te o con
nessun altro. Se a Praga non posso dare sfogo ai miei vizi,
cambierò nazione.»
«Anch’io devo confessarti un mio segreto... io non posso
fare a meno di fumare, a giorni alterni, una quantità di oppio
che potrebbe troncare un toro, con un bel narghilè lavorato in
fine ceramica. Dicendoti questo, significa che siamo entrambi
legati. Vedrò cosa posso fare anche per te, per darti la possibi-
lità di soddisfare le tue esigenze.»
«Grazie» fece Judith.
«E tu prenditi tutti i giorni che vuoi per decidere, non ho
premura, sono un tipo paziente, almeno in questi giorni che ti
servono per riflettere. Io mi trovo qui tutte le sere fino a tarda
notte, se hai urgenza di vedermi chiama il telefono del locale,
mi conoscono anche con il soprannome il Tunisino.»
Lasciato Habib, Judith si precipitò a rientrare in albergo.
Il suo sistema di lavorare da sola e libera aveva funzionato,
si sentì in colpa per Josef, ma felice nello stesso tempo. Judith
non credeva di poter recitare una parte così ingrata, ma c’era
riuscita alla perfezione e Habib era cascato nella sua rete.
129Lei non considerava quell’uomo intelligente bensì furbo,
deciso e spietato, ambizioso e assetato di denaro.
Certo, Habib era il soggetto giusto per entrare nell’ambien-
te dei pedofili e già lui si era lasciato sfuggire particolari che la
indussero a pensare di trovarsi sulla pista giusta.
Con questo pensiero si addormentò.
L’indomani alle 10 fu svegliata dallo squillo del telefono
nella sua camera.
«Ho notizie» disse dall’altro capo del telefono Josef.
«Di che tipo?» chiese la donna stropicciandosi gli occhi.
«Karo ha parlato con il suo amico Karl dell’altra sinagoga
ed è riuscito a sapere che il marito della donna, Edvard Vo-
dinsk, trattava i suoi affari aI bar Kafka’s dreams, che si trova
nei pressi della piazza Venceslao. Inoltre, ha accennato a un
orfanotrofio, ma senza dare per il momento informazioni utili
per individuarlo, lasciando capire che potrebbe saltar fuori.
Ha preso tempo, insomma.»
«Magnifico. Raggiungimi in albergo, parleremo» disse Ju-
dith.
La donna poi si alzò e uscì dal letto per andare in bagno
e prepararsi, passando dalla porta di entrata. Da sotto, si ac-
corse che era stato introdotto il giornale di Praga. «Giustizia
Rossa.»
Lo raccolse per dargli una sbirciata.
Nella cronaca campeggiava la foto di Habib, con un trafi-
letto a grossi caratteri. «Notizia dell’ultima ora. Un uomo è
stato ucciso stanotte nella nostra città, dopo avergli strappato
brutalmente la lingua. I particolari alla prossima edizione.»
Judith trasalì, non poteva essere un caso che Habib fosse
morto dopo aver parlato con lei.
Tirò le somme con lucida ragione.
Habib aveva preso sul serio le proposte lucrose di Judith e
all’istante, dopo averla lasciata, si era mosso, parlandone con
qualcuno che conosceva.
Era chiaro che l’uomo si era sbilanciato troppo nel difen-
130derla affinché facesse parte del gioco del gruppo che gestiva
l’odioso mestiere della pornopedofilia e l’avevano eliminato. A
lingua lunga non viene dato scampo in certi ambienti.
Judith si rese conto di trovarsi anche lei in serio pericolo.
Si lavò in tutta fretta e preparò la valigia, aspettando Josef
che non tardò ad arrivare.
Josef notò la valigia pronta. «Cosa succede?»
«Ti spiegherò per strada, ho bisogno di cambiare albergo»
disse Judith, spronandolo ad avviarsi.
«Sei in pericolo? Cos’è accaduto?» chiese Josef sul taxi.
«Credo di sì, ma tu fammi prendere fiato e ti spiego. Piutto-
sto, è sicuro l’albergo dove mi stai portando?»
«Stai tranquilla, il proprietario è un mio nipote.»
«Dunque...» fece Judith, raccontando per filo e per segno
quanto accaduto con Habib.
«Lo sapevo,» disse Josef «Johanna mi aveva avvisato che
sei coccio duro e che avresti agito di testa tua.
«Lascia perdere, Josef. Ormai, pur avendo fatto la fritta-
ta... qualche risultato, con i miei sistemi, lo abbiamo ottenuto
e unito alle tue notizie potrebbe portarci verso la soluzione del
nostro incarico.»
«Cosa intendi fare?»
«Dobbiamo agire diversamente, non più camminando fian-
co a fianco come due poliziotti in assetto di guerra, ma ognuno
per sé. Io andrò nel bar che ci ha indicato... Qualcosa son sicu-
ro che accadrà.»
«No» disse Josef, è troppo pericoloso.
«Proprio per questo dobbiamo separarci, tu mi salvaguar-
derai le spalle, standomi a debita distanza. Senza esca i pesci
non abboccano.»
«Ma non mi piace che tu sia l’esca. Studiamo qualcosa per-
ché sia io a fare da esca.»
«Non ti ci vedo proprio vestito da prostituta, caro Josef.
Possiedi una pistola?»
«No.»
131«La sai maneggiare?»
«Sì.»
«Riesci a procurartene una?»
«Penso di sì.»
«Procuratela allora.»
«Non sono soddisfatto, ma farò come dici tu» fece Josef,
adombrando il viso.
Nel pomeriggio Judith e Josef stavano seduti in tavoli di-
versi del bar, lui all’interno e lei all’esterno, nella veranda ri-
scaldata a gas.
La donna aveva cambiato look, risultando irriconoscibile
dalla ragazza della sera avanti, nel locale dove aveva abborda-
to il losco magnaccia Habib.
Judith aveva lasciato la gonna attillata, indossando ora un
vestito lungo di organza verde a fiori stile ottocento sotto un
cappotto nero aperto d’avanti. Aveva anche alzato i capelli in
quattro treccine per sembrare una di quelle ragazzotte teuto-
niche dei paesini della bassa Baviera, si era truccata poi con un
ombretto dalle tonalità blu forti e sulle labbra aveva messo un
rossetto rosa liquido.
Si alzava di tanto in tanto, facendo rumore con i suoi tacchi
alti e andando avanti e indietro con scuse banali.
Qualcuno l’avvicinò per farle proposte oscene o avances,
ma lei, soppesate le caratteristiche del tipo che non corrispon-
devano ai magnaccia della zona, con le scuse più appropriate e
gentili possibili li faceva desistere.
Dopo ore di attesa, Judith e Josef decisero di rinunciare e
ritornare poi di sera.
Erano le 20.30, Proszynski si sedette nell’interno del bar.
Finse di leggere un giornale, ordinando un caffè e un dolce
alla crema.
Judith preferì fare alcuni andirivieni per la strada prima di
sedersi a un tavolo di fronte a Josef, ordinando un caffè con
panna.
Erano passati venti minuti, quando entrò nel bar una don-
132na che fece sbiancare Judith.
Josef, dal suo angolo, si accorse che la sua protetta stava
smaniando anche se in modo decelerato. L’uomo si alzò con
una sigaretta in bocca, avvicinandosi alla ragazza.
«Ha da accendere, per favore?» le disse.
«Osserva quella donna bionda e in pelliccia lunga che è al
banco e seguila, quando esce di qui... poi ti spiegherò» gli sus-
surrò Judith con il viso di cera.
Quella donna bevve una vodka, salutò il barista con confi-
denza e uscì.
Josef ritornò alcuni minuti dopo.
«Allora?» chiese Judith ancora stravolta.
«Ho dovuto rinunciare al pedinamento, purtroppo, era
attenta, si girava troppo spesso, mi avrebbe notato e il gioco
sarebbe diventato pericoloso. Non ho voluto rischiare di met-
terla in allarme ed eccomi qua. Chi era quella donna?»
«Leonie Hoffmann, una delle kapò del campo di Au-
schwitz.»
Josef, aggrottò le ciglia. «Incredibile, siamo sul binario giu-
sto.»
«Solo in un principio di rotaie...» fece osservare Judith, ri-
prendendo colore e sicurezza di sé. «E ho paura che in questa
città, dove tutti sono sospettosi, a stare qui e seguire persone
particolari o sospette ci si metta troppo in vista e non vorrei
facessimo la fine di Habib...»
«Cosa consigli?» chiese Josef, disorientato.
«Abbiamo bisogno dell’indirizzo di quell’orfanotrofio che
solo la moglie di Vodnik ci può dare.»
«Concordo con te. Andrò al più presto dal mio amico rab-
bino e lo pregherò di fare presto. Posso ordinare un liquore
dolce all’anisetta prima di uscire da qui?»
«Certo» fece Judith, mentre i suoi ricordi andarono ad Au-
schwitz.
Leonie, oltre a essere la carnefice dei suoi genitori, un gior-
no era entrata nella stanze calde del maggiore Schwarz, in
133quanto Judith lamentava dolori al basso ventre e rivoli di san-
gue le scendevano, macchiando il pavimento.
Più per paura che per dolore, aveva avvertito la donna delle
pulizie di ciò che le stava accadendo e quest’ultima aveva pre-
ferito fare intervenire la kapò per scaricarsi eventuali respon-
sabilità.
«Cos’hai?» chiese Leonie alla bambina, sapendo già di cosa
si trattava.
«Mi sono ferita senz’accorgermene.»
«Dove?»
«Qui, dove passa l’urina...» disse la bimba, tenendo le mani
sotto il ventre per nascondere il suo imbarazzo.
«Lascia fare a me, non è nulla ed è normale nell’età della
pubertà che succeda a una donna... è successo anche a me più
meno alla tua età, sai?»
«Cosa devo fare?» disse la bambina.
«Bisogna mettere una fascia di lino sotto le mutande e fer-
mare il sangue che fuoriesce.»
«Ma io non porto le mutandine.»
«Lo so lo so, non preoccuparti siccome ti succederà ogni
mese d’ora in poi, quando scende il sangue dovrai portarle.
Adesso puliremo, lasciando un pannolino attaccato sul tuo
pube e poi ti procurerò l’occorrente.»
«Ogni mese? E quanto durerà ogni volta?» La voce della
bambina le si strozzò in gola.
«Qualche giorno. Su, ora lascia fare a me.»
La bambina non poté apporsi e si fidò della donna malevola
che, preso un panno bagnato e uno asciutto, si mise a pulire le
parti intime della bimba.
L’aguzzina non tralasciò di odorare qualche goccia di me-
struo che sostava sulle sue dita, accarezzando anche con mor-
bosa ebbrezza i peli del pube di Judith appena sbocciati.
Proseguiva la donna nel suo innaturale intento, ormai intri-
gata dal capriccioso piacere, ma Judith la bloccò come se il suo
pensiero fosse toccato dalla ragione.
134«Basta! Smettila, mi vergogno...»
La donna desistette, non perché avesse pietà e considera-
zione della bambina, ma perché conosceva i vizi del maggio-
re Schwarz e non poteva contraddirlo o guastare più di tanto
quello che gli apparteneva.
Passato il tempo, Judith si ricordava velatamente di quel-
la donna assassina, carnefice di inermi e con il marchio della
pedofilia stampato sul volto dagli occhi libidinosi, come se fos-
sero decomposti.
Vedersela davanti in quel contesto, l’aveva fatta rabbrivi-
dire.
“Chi altri c’è con lei?” si chiese anche.
Non si diede risposte, voleva certezze e si chiuse nel silen-
zio, aspettando gli eventi.
«Andiamo.» La voce di Josef la riportò alla realtà del mo-
mento al bar, dopo aver bevuto la sua anisetta.
«Sì...» In quel sussurro, Judith si alzò con il viso devastato.
«Prendiamo un taxi, ti accompagno io. Tu non te ne sei ac-
corta, ma io ho bevuto la mia anisetta con calma, non volevo
interrompere i tuoi pensieri... So cosa sia un ricordo doloro-
so.»
«Si notava che stavo pensando a...?»
«Sì, solo quel tipo di ricordi possono stravolgere in quel
modo il viso.»
Rientrata in albergo, non si era quietata.
Smaniava nella stanza, la presenza di Leonie a Praga e per
di più nel suo cammino non le prometteva nulla di buono.
Decise di telefonare al fratello. Le tremavano le dita.
Cercò di darsi un contegno.
Sasha le aveva fornito tutti i suoi numeri telefonici, per rin-
tracciarlo in qualunque momento.
Fece il numero dove era più facile rintracciarlo. Fu fortuna-
ta, la cornetta dall’altra parte si alzò al primo squillo.
Sasha riconobbe la voce di Judith. «Ciao...»
«Ciao, ti disturbo?»
135«Non del tutto, ma per te non ho problemi, stavo solo stu-
diando un processo che vorrei ultimare prima del Santo Nata-
le, ormai siamo prossimi e vorrei passarlo con i miei genitori
a San Pietroburgo.»
«Sono contenta per te... Dove devi recarti per il tuo proces-
so?»
«A Berlino.»
«Oh, non siamo distanti...»
«Dove ti trovi tu?»
«A Praga.»
«Lo passerai lì tu il Natale?»
«Ancora non lo so, mi trovo in missione.»
«L’ho capito, Judith, hai una voce... c’è qualche problema,
posso esserti d’aiuto?»
«Non lo so...» farfugliò Judith frastornata «ho tanta voglia
di vederti.»
«Non so ancora se sei mia sorella, ma io virtualmente ti
considero tale, sei hai qualcosa che non va, confidati con me»
disse Sasha, schivando l’affetto della sorella come se provasse
timore.
«Tu sei mio fratello... lo giuro.»
«E io ti credo, sorellina, ma non ricordo nulla della vita vis-
suta insieme...»
«Sì, io sono la tua sorellina e tu passi l’intero Natale distan-
te da me...»
«Ti sbagli, Judith cara, rimango ancora scettico, ma non
nascondo che ho scelto un processo a Berlino proprio per pas-
sare un giorno con te a Norimberga prima di andare a San
Pietroburgo.»
«Oh, Sasha, davvero? Ti amo, non ho che te...»
«Come? Non ti è rimasto nessun familiare?»
«Nessuno Sasha, sono sola.»
«Non hai un ragazzo, amici?»
«No, ho solo un’amica carissima che si è trasferita in In-
ghilterra, dove dice che è felice e ha messo radici.»
136«Ascolta, sorellina» disse Sasha, toccato «mi è venuta un’i-
dea: invece di stare chiuso qui nel mio hotel di Berlino a stu-
diare questo grosso faldone che ho in mano, sai cosa ho deciso
di fare? Vengo a Praga, studierò lì, stando vicino a te.»
«Oh, davvero, Sasha...?»
«Non sei contenta?»
«Che dici, sono al settimo cielo.»
«Domani prendo il primo aereo e sono da te» disse il fra-
tello.
L’indomani alle 10.30 Judith si vide arrivare Josef in alber-
go, il fratello le aveva già annunciato che il suo aereo sarebbe
atterrato all’aeroporto di Praga alle 16 del pomeriggio.
«Ci sono novità?» chiese Judith a Josef, stringendogli calo-
rosamente la mano.
«Oh, sì, ho l’indirizzo dell’orfanotrofio.»
«Eureka» urlò Judith.
«Sei su di giri, cos’è il sonno ti ha portato consiglio?»
«Più che un consiglio. Oggi pomeriggio arriva mio fratello
Sasha.»
«Significa che al momento stacchiamo le nostre indagini?»
«No, lui è un avvocato famoso, ha un immenso faldone giu-
diziario da studiarsi e viene da me, vuole stare qualche giorno
con me.»
«È bellissimo, oggi pomeriggio andrò a fare un sopralluogo
all’indirizzo che abbiamo saputo, tu passa con tuo fratello il
tempo che vuoi, se ti senti ci vedremo domani, va bene?»
«D’accordo, scusami ma è importante questo incon-
tro con Sasha» disse Judith con gli occhi sorridenti e dan-
do un bacio sulla guancia a Josef prima di allontanarsi.
L’uomo fece brillare gli occhi in quel bacio come se avesse
perso parecchio astio nei confronti dei suoi simili.
Judith aspetto il fratello all’aeroporto.
Si abbracciarono forte.
«Ti ho prenotato una stanza nel mio stesso albergo. È stato
137un gesto egoistico il mio, ma mi faceva piacere starti più vicino
possibile.»
«Oh, ma ho già prenotato un altro albergo, non conoscendo
le tue intenzioni e non volendoti disturbare.»
Judith aggrottò le sopracciglia. «Cosa?»
«Calma calma, ho capito. Disdico il mio albergo e mi instal-
lo nel tuo, qui?» disse Sasha, sciogliendo ogni sua remora.
Nell’albergo del cugino di Josef, il fratello si trovò a suo
agio.
«Andiamo a pranzo in qualche posticino?» fece Sasha, ri-
volto alla sorella.
«Ho un’idea migliore, ordiniamo qualcosa à la carte a do-
micilio e pranziamo in una delle nostre stanze.»
«Nella tua, allora.»
Ordinarono per telefono, consumando tutto fra una risata e
l’altra, raccontandosi ognuno alcune situazioni della loro vita
trascorsa. Sasha ribadì che i suoi genitori erano favolosi, che
gli volevano un immenso bene e che di meglio non poteva tro-
vare ed era felice.
Judith raccontò di quando furono prelevati dalla Gestapo
assieme ai loro genitori e internati ad Auschwitz.
Sasha non mostrò intesse per questo.
«Mi dispiace, non ricordo nulla» disse a malincuore.
Judith, rispettando la volontà del fratello, azionò un giradi-
schi che diffuse della musica in voga a quel tempo.
«Ehilà, un tango. Lo so ballare...» s’intromise Sasha.
«Oh, balliamo allora?»
Ballarono con passi figurati, restando in un silenzio sincero
e nella più totale tenerezza.
«Dove hai imparato a interpretarlo così bene?» gli chiese
Judith.
«Non ti ho ancora detto che i miei genitori mi hanno man-
dato a studiare in Europa del Nord e nei campus universitari,
il tango era la musica più ascoltata. Mi piaceva talmente che
mi sono dedicato persino a un vero e proprio corso di ballo
138incentrato sui latino americani» fece Sasha.
«Sam... volevo dire Sasha, tu parli sempre dei tuoi genitori
adottivi ma non fai nessun riferimento ai nostri veri genitori:
Nostro padre e nostra madre. Non te li ricordi ancora?» gli
disse la sorella.
«Non desidero ferirti, Judith, anzi sarei entusiasta di po-
terti strappare un sorriso e confermarti di possedere una me-
moria viva sui nostri genitori» disse Sasha, guardandola negli
occhi.
«Nemmeno se provassi a raccontarti qualche dettaglio del-
la nostra vita insieme, quando eravamo ancora una famiglia
serena...»
Sasha si fermò a mezzo giro di tango, staccandosi da Judith
e si precipitò su una poltrona.
«Sono pronto a esaudire il tuo desiderio, piccola.» E si mise
in posizione di ascolto.
Judith per un attimo si sentì destabilizzata, ma recuperò
presto la sua verve e incominciò a raccontare.
«Quando non eravamo ancora nati, la grande inflazione,
in seguito alla costituzione della Repubblica di Weimar degli
anni venti, non dava tregua alla povera gente desiderosa solo
di crescere in pace i propri figli.
L’iperinflazione galoppante impediva a nostro nonno Ar-
thur, come a tanti altri, persino di far vivere la famiglia digni-
tosamente, ma egli andò avanti con sacrifici notevoli, spun-
tandola. Il forno, con l’abrogazione della legge di Weimar,
ricominciò a prosperare, rimanendo sempre su buoni binari.
Papà, poi, conobbe la mamma ancora giovanissimo e non
passò molto tempo prima che si sposassero tanto il loro amore
era possente e sincero.
Da quanto mi è stato narrato, tu Sam, eri un fanciullo timi-
do ma intelligente e avevi bisogno di molte cure e dedizione
secondo nostra madre Rosemunde, perché soffrivi di ripetute
e violente crisi d’asma...»
A questo punto Sasha si agitò nella poltrona e si mostrò in-
139teressato, in particolare, all’ultimo passaggio del discorso del-
la sorella.
«Ho sempre sofferto d’asma da piccolo... Sono guarito solo
verso i quindici anni, grazie ai numerosi soggiorni alle terme»
bisbigliò come se parlasse alla sua coscienza.
Ma Judith imperterrita proseguì:
«Papà, una volta ereditata l’attività del nonno, cominciò
presto a prendere confidenza con il lievito, gli impasti e le ore
piccole che lo obbligavano a svegliarsi all’alba per infornare le
fragranti creazioni di pasticceria che erano il suo vanto.
In poco tempo si fece amare e rispettare dagli abitanti del
quartiere giudeo di Norimberga e anche limitrofi, dove era
noto come “Elias, il delizia palato” e anche quando fummo de-
portati, ricordo che sul treno molta gente lo riconobbe e pregò
volentieri insieme a noi.
Credo proprio che quella sia stata l’ultima volta che ho pre-
gato in vita mia.
Sono talmente disgustata da tutto questo bailamme di vita
e di carneficine che non riesco a proferire una sola sillaba ri-
volta a qualunque entità esista al di sopra di noi, non so più
pregare. Boh... ma questo è solo un piccolo inciso» disse Ju-
dith, storcendo le labbra come a volere infierire su qualcosa di
inesistente.
«C’è molto odio in queste tue ultime parole, cara Judith, io
non so cosa sia l’odio, non mi riesce di odiare...»
«È la memoria che fa l’odio, mio Sasha, ricordo ancora
come a toccarle... le nefandezze che ho dovuto subire da bam-
bina, non riesco a dimenticare...»
A questo punto la donna si asciugò alcuni lacrimoni che le
erano spuntati suo malgrado e risoluta fece l’atto di continua-
re il racconto quando Sasha di scatto le prese una mano e glie-
la strinse forte.
«Dimmi qualcosa su tua... nostra madre.»
«Rosemunde, così si chiamava, era una donnina minuta ma
robusta di carattere e di sentimenti. Non si lasciava sopraffare
140facilmente da nessuno. Almeno così me la ricordo io all’alba
dei miei nove anni, fino a quando ci condussero in quell’orri-
bile luogo di sterminio e... non la vidi più, mi sfuggì tra le dita.
Di lei mi sono rimaste impresse le sue mani, rugose ma agili
ed energiche che non restavano ferme un attimo eseguendo i
lavori domestici, il tricotage e i lavori di sartoria che servivano
ad arrotondare gli introiti familiari.
Poi, non credere, ma anch’io ho un periodo di nebbia fitta
nel mio cervello e non riesco a cogliere alcune sfumature... Ma
ho ben chiaro l’insieme e il concetto principale: ci amavamo
ed eravamo una famiglia unita.»
E così dicendo anche Judith sprofondò in una poltrona
bordeaux che l’avviluppò senza tanti preamboli. Si sentiva di-
strutta ma appagata per aver delineato alcuni punti di storia
dei suoi cari a colui che di più prezioso le restava al mondo.
Sasha avvertì una certa stanchezza, lo sguardo prese a per-
dersi nel vuoto e le mani gli tremarono. Judith stranamente
non provava per lui il minimo senso di compassione o soli-
darietà. Provò un fremito. Era come se l’aver sfogato il suo
vissuto l’avesse svuotata di ogni delicatezza e sensibilità che
fino allora provava per il fratello. Ora Sasha doveva darsi una
mossa, decidersi. Judith prese in considerazione la possibilità
che fosse troppo diversa dal fratello, che non avrebbero potu-
to in quelle condizione avere una vita in comune. O Sasha le
credeva e la considerava a tutti gli effetti la sua vera sorella o
al contrario ne avrebbe fatto a meno, l’avrebbe di nuovo can-
cellato dalla sua esistenza. Restare sola, forse, era il solo modo
per non angosciarsi e tentare di continuare a sopravvivere, a
prodigarsi nella sua opera di ripulitura del marcio e delle ne-
fandezze.
Cercò di recuperare lo spirito sbarazzino e coraggioso e dis-
se, rivolgendosi a Sasha:
«Be’, ora sai tutto quello che io stessa ricordo e che ti può
aiutare a ricomporre il puzzle della tua memoria. Ti pregherei
di usare il materiale con molta accuratezza. Io devo uscire a
141cercare il mio referente, Josef. Mi sembra strano che non si sia
fatto sentire ancora... devo accertarmi che sia tutto a posto.»
«Cosa vuoi fare?» chiese Sasha.
«Telefonare al rabbino della sinagoga Vecchia Nuova... Lui
sa dove si è presumibilmente recato Josef, gli faccio uno squil-
lo... Pronto? Buongiorno rabbino Castlè. Sono Judith.»
«Buongiorno figliola, cosa posso fare per te?»
«Sto cercando Josef, lei ne sa qualcosa?»
«Ieri m’ha fatto una telefonata e io gli ho passato un indi-
rizzo, non so altro.»
Le dispiace, rabbino, se lo cede anche a me quell’indiriz-
zo?»
Segnato su un foglietto il recapito, Judith si alzò, posando
un bacio fuggente sul capo del fratello, si infilò il cappotto po-
sato sulla sedia e abbandonò la camera scendendo le scale di
corsa per guadagnare l’uscita dell’hotel.
«Aspettami, ti accompagno» le urlò il fratello seguendola
precipitosamente.
«Non ti voglio obbligare a fare qualcosa che non ti viene dal
cuore» gli sussurrò Judith una volta che Sasha le fu accanto
prendendola sottobraccio.
«Ma io sono felicissimo di venire con te, almeno potrai con-
tinuare a raccontarmi qualche episodio della nostra infanzia.»
«Cosa vuoi sapere?»
«Narrami qualche aneddoto che ti ha colpito.»
«Come per esempio di quella volta che hai scavalcato come
una furia la staccionata del nostro giardino, perché sapevi che
mi piacevano le mele, e ne hai fatto incetta dall’albero del no-
stro vicino, il gentilissimo Herr Wieler, che non si è minima-
mente lamentato con papà. Ti voleva bene quell’uomo, come
a un figlio. Oppure quel giorno che siamo saliti in collina sotto
una pioggia scrosciante e inzuppati fradici, ci siamo rotolati
giù dal pendio, tornando a casa sporchi e insanguinati per le
ferite provocate dalle rocce. La mamma stava per svenire... ci
siamo giocati il dolce domenicale per almeno un mese!» E così
142dicendo a Judith scappò un risolino involontario.
Sasha le serrò il braccio. «Hai una memoria ben configura-
ta, anche se tu non te ne rendi conto.»
«Sì, ma ora se non ti dispiace preferirei concentrarmi sulla
ricerca delle tracce del mio referente. Comincio a preoccupar-
mi del protrarsi della sua assenza... non è nel suo stile non
dare notizie.»
Così dicendo si stavano dirigendo verso il luogo che era sta-
to indicato a Judith come l’orfanotrofio, dove avrebbe potuto
avere ragguagli utili per individuare i probabili carnefici ex
nazisti e ora pedofili che si foraggiavano proprio in quel posto
per i loro orrendi vizi.
L’istituto era collocato in un antico edificio di origine me-
dievale che vantava ancora una meravigliosa porta in ottone
massiccio, intarsiata ad arte da artisti di quel tempo.
Non era un orfanotrofio tradizionale, ovvero per bambini
abbandonati, ma ospitava apparentemente giovani di tutto il
mondo che avevano perso i genitori durante la guerra della
furia nazista.
In pratica era un’istituzione che faceva da tutori a figli di
ebrei morti, rendendoli indipendenti una volta raggiunta la
maggiore età.
Judith rimase ad ammirare stupefatta l’edificio per qualche
secondo.
Sasha, senza indugiare oltre, suonò il campanello posto al
lato del portone che produsse un suono di campanelle.
D’un tratto una testa fece capolino dal portone semiaperto.
«Cosa desiderano?» chiese una voce imperiosa ma flebile.
«Siamo due giornalisti provenienti... non so se si nota dalla
mia pronuncia, io dalla Russia e la mia collega dalla Germania
e stiamo conducendo un reportage sugli orfanotrofi beneme-
riti e istituti similari fondati nel post conflitto bellico. Ci inte-
ressa in particolare il vostro St Augulf, non fosse solo per la
stupenda collocazione.»
143Ebbe la prontezza di sviscerare Sasha, con la destrezza che
lo contraddistingueva in quanto affermato legista.
La donna fece un sorriso falso. «Nessun problema, siamo
lusingati dalla vostra visita, solo che non so che dire, non ce
l’aspettavamo. Non avete preso appuntamento con la direttri-
ce?»
«In effetti no, ha ragione, siamo stati un pochino precipi-
tosi. Ma il nostro viaggio è stato organizzato in un lampo e
il nostro capo redattore si era riproposto di aprirci la strada,
contattando i luoghi cardine che avremmo dovuto esaminare
ma a quanto pare... non l’ha fatto» cercò di scherzare Sasha.
«Poco male, entrate pure, vi farò attendere in salone men-
tre vado ad avvertire la direttrice, nel caso fosse disponibile»
disse la donna, squadrandoli mentre entravano e sofferman-
dosi soprattutto su di Judith, che era rimasta silenziosa e pen-
sierosa.
Il salone sembrava del tutto normale, una scrivania con un
mazzo di tulipani rossi ospitati in un vaso di cristallo di Boe-
mia poggiato sopra, un’enorme libreria colma di libri, divani,
poltrone e quadri ottocenteschi appesi alle pareti.
Un particolare incuriosì Sasha, oltre ai tanti suppellettili
d’ogni epoca, su una parete spiccava una vetrina con dentro
dei barattoli di ceramica blu, allineati su ogni piano.
I due fratelli si avvicinarono e Judith lesse delle strane
scritte.
«Cosa sono Sasha?»
«Sembrano urne...»
«Lo sono. E ci sono delle scritte illeggibili.»
Sasha si avvicinò. «Sono etichette coi nomi.»
«Sai decifrarli?»
«Sì, certo. Anatole Aroon, Anna Grieffhe, Bob Taylor, Sel
Licosik, Sarah Phelpis, Marisa Pietrangeli, Danuta Secoscki,
Emanuel Nezvel...»
«Cosa? Ripeti...» lo interruppe Judith, sbiancando in viso.
«Emanuel Nezvel.»
144«Ma è il nome del ragazzo che stiamo cercando; è morto,
cenere in quell’urna.»
«Credo di sì, purtroppo... In quelle piccole urne ci sono
nomi di morti...»
«Sì...» fece la donna di prima che aveva udito le ultime pa-
role di Sasha «sono i nomi dei nostri benefattori defunti che
vogliamo ricordare conservandone le ceneri.»
«Possiamo avere le loro caratteristiche, mi piacerebbe scri-
vere della generosa abnegazione che li legava al vostro istitu-
to» disse Sasha.
«Mi dispiace ma io non sono autorizzata, solo la nostra di-
rettrice può, ma al momento non è disponibile, è in riunione
con il presidente del nostro organismo. Mi ha detto però che
non ci sono problemi a ricevervi e di stabilire un appuntamen-
to con voi. Avete preferenze per il giorno e l’ora?»
«Vediamo fece Sasha, oggi è lunedì, domani siamo impe-
gnati a visitare due orfanotrofi... Va bene mercoledì mattina?»
«D’accordo» disse la donna, senza un sorriso.
Nel passare dal giardino, guardando sottecchi, a Judith
sembrò d’intravedere la sagoma di Leonie Hoffman dietro i
vetri di una finestra che poi passo passo seguì, celata nell’om-
bra, il loro cammino attraverso le finestre della bella facciata
medioevale.
«L’appuntamento sarà una trappola...» disse Judith, rivol-
gendosi al fratello.
«Ne sono convinto anch’io...»
«Prima, alle finestre del giardino, c’era sempre un volto di
donna che io già conoscevo.»
«Chi?» fece Sasha.
«Una spietata kapò di Auschwitz, Leonie Hoffman.»
«Ah, quella. Me la ricordo, era fra i nomi del mio diario.»
«Esatto.»
«Che intenzioni hai?» chiese Sasha.
«Bisogna prevenirli, altrimenti ci faranno la festa, ci met-
teranno in un barattolo come benefattori dell’istituto, dove,
145spero di no, hanno già messo, o sono in procinto di mettere il
buon Josef.»
«Sta diventando tutto pericoloso, ci siamo esposti troppo...
la loro spietatezza dimostra che non credono a chi capita sul-
la loro strada per caso. Io ho un’altra idea, non voglio che tu
corra pericoli, ritorna a Norimberga, verrò con te e passeremo
qualche giorno senza preoccupazioni nelle festività del Santo
Natale cristiano.»
«Ah, già, dimenticavo... il Natale... tu in Russia, quando lo
festeggi?»
«Una settimana dopo il vostro.»
«Sasha, fratello mio...»
«Oh, usi il mio nome russo?»
«Mi piace anche il tuo nome russo, e sento di impazzire di
gioia al pensiero di passare il Natale dei cristiani con te, ma...
aver intravisto Leonie Hoffmann come una belva alle finestre
dell’istituto, il ragazzo che cerchiamo ridotto in cenere, Josef
che non si trova, me lo impediscono. Tu piuttosto, parti tu...»
«Sei la sorella più testarda e più bella del mondo, se tu resti,
io da qui non mi muovo.»
Stettero vicini i due fratelli, tenendosi per mano.
«Appena farà buio fondo,» disse Judith «sorveglieremo
l’entrata dell’istituto, le malefatte vengono sempre a galla nel-
la notte e... se ci sono, le noteremo.»
«Ti sei accorta,» fece Sasha «che non c’erano ragazzi in
giro, non se ne è visto uno nemmeno in giardino...»
«Sì, probabilmente li tengono in qualche ala riservata
dell’edificio, lontani da occhi indiscreti.»
A tarda sera Judith e Sasha, si appostarono di fronte all’edi-
ficio nascosti dagli alberi e dalle siepi del viale.
Appena arrivati, videro una macchina blu di rappresentan-
za attraversare il cancello che si era aperto dall’interno in au-
tomatico.
Alcuni altri mezzi la seguirono di lì a poco.
«Ci dev’essere una riunione dentro» disse Sasha rivolto alla
146sorella con un sussurro.
«Entriamo anche noi?» chiese Judith.
«Aspettiamo che arrivi ancora un’auto,» fece Sasha «non
appena entra, sgattaioleremo dentro.»
Non dovettero attendere troppo, arrivata un’altra auto, i
due fratelli approfittarono del cancello rimasto ancora aperto,
per mettersi dietro la scia del mezzo prima di chiudersi, appo-
standosi poi a due passi della porta di entrata della casa.
Una donna in abiti eleganti si affacciò per dare il benvenuto
agli arrivati.
«Heil, Hitler, frau Hoffmann, fecero i tre in coro.»
Erano persone di età avanzata che dal modo di salutare, di
vestire, dal monocolo cerchiato in oro di uno di loro e da un
anello che luccicò sotto la luce della luna si capiva che erano ex
gerarchi nazisti sfuggiti al castigo degli orrendi misfatti perpe-
trati durante l’ultimo sconsiderato conflitto mondiale.
La donna, prima di chiudere la porta, si affacciò fuori con il
busto per osservare, con un sorriso che sembrava una smorfia,
la luna in tutta la sua luminosa interezza.
«Oh...» disse Sasha, coprendosi la bocca con la mano «Io...
io quella donna la conosco...»
«È Leonie, la donna che citi nel tuo diario» disse Judith.
Sasha cominciò a tremare e sudare. «È lei che mi torturava
con i suoi comportamenti...»
«Sasha, tu stai cominciando a ricordare, allora?»
«Sì, ricordo adesso, tu sei Judith, la mia piccola sorellina...
mi ricordo anche dei nostri genitori, di Auschwitz, di quell’or-
ribile donna...»
«Oh, Sasha, tu ricordi, è finito per lo meno l’incubo che tu
potessi avere per sempre dubbi di essere il mio Sam.» Judith
lo abbracciò e lo baciando su tutto il viso.
Sam rimase stretto alla sorella. «Sono felice.»
«Anch’io.»
Sam poi indicò le finestre illuminate. «Ora bisogna pensare
a quei signori là dentro...»
147«Sì, è tutto illuminato ma non si sentono rumori.»
«Allora le stanze sono insonorizzate.»
«Cosa proponi fratello?»
«Possiedi ancora quella tua tecnica naturale dei ragnetti
per arrampicarti sugli alberi?»
«Non sono più una bambina, ma ci posso provare.»
«Magnifico, il basso albero di ampie fronde, che guarda alla
finestra più estesa, fa al caso nostro; da lì possiamo dominare
la casa e osservare cosa succede all’interno.»
Si portarono sotto l’albero indicato.
Sam, spinse la sorella a stare sulle sue spalle per alzarla sul
primo ramo dell’albero.
Judith con inaspettata agilità si portò in alto in pochi se-
condi, nascondendosi fra l’abbondante fogliame.
Sam fece un balzo, s’aggrappò a sua volta a un ramo e la
raggiunse.
«Non hai perso le tue zampette da ragno...» fece Sam, rivol-
to alla sorella.
«Anche tu te la cavi:»
«Non era difficile, ero campione di salto in alto al ginna-
sio.»
Risero in silenzio.
Dall’albero osservarono l’interno dello stabile: c’era un
enorme salone con fiabeschi lampadari e un arredamento in
legno di radica massiccio.
Sulle pareti c’erano ritratti di nudi nei quali si riconosce-
vano ebrei dipinti nei campi di sterminio, anche se in relativa
perfetta forma fisica.
Inoltre, campeggiavano molte foto del Führer in compagnia
di Eva Braun e dei più importanti gerarchi nazisti da Goring a
Himmler, da Hess a von Ribbentrop. Alcune bandiere d’epo-
ca, con le insegne germaniche, facevano da cornice.
I commensali, seduti e pronti per cenare, erano una venti-
na, più cinque ragazzini, tre maschi e due femmine, un mag-
giordomo, la cameriera e Leonie Hoffmann.
148Al centro della lunghissima tavola c’era un posto apparec-
chiato, ma con ancora la sedia vuota.
Dall’albero di osservazione, i due fratelli continuavano a
stare fermi in un silenzio ovattato.
Vedevano che il gruppo all’interno parlava o s’animava al-
zando la voce, ma per Sam e Judith rimaneva tutto in una per-
fetta sordità, in un movimento di labbra sconclusionato.
I commensali di tanto in tanto accarezzavano o cingevano il
braccio sulle spalle dei bambini.
Leonie Hoffmann, che aveva un ragazzino accanto, lo baciò
sulle guance, sfiorandogli, nel ritrarsi, le labbra innocenti.
«C’è anche Leonie...» disse Sam, che si sporse in avanti, fa-
cendo luccicare gli occhi sotto una sottile lama di luce della
luna.
Judith, intuì all’istante che il fratello stava prendendo luci-
dità di quanto gli era accaduto ad Auschwitz, provando senti-
menti contrastanti.
«Cosa ti ha fatto quella donna?» chiese Judith.
«Come sai che mi ha fatto qualcosa?»
«Il mio intuito lo dice, anche se tu non ne hai mai parlato
nel tuo diario, non almeno dal lato scabroso...»
«Non ne ho parlato per vergogna...» disse l’uomo.
«Non vuoi liberarti?» gli disse la sorella.
«Una sera Leonie mi disse con un ghigno: “Hai fatto già la
doccia?”. “Sì” le risposi. “Vieni, ho preparato una torta con le
mie mani, ne vuoi una grossa fetta?”
“Sì...” risposi senza pensare ad altro.
Mi portò nella sua stanza, mangiammo il dolce e mi dis-
se: “Ascolta, ragazzo, sono, fra le altre cose, anche un medi-
co” non era vero “desidero visitarti. Spogliati e sdraiati sotto
le lenzuola del letto, io vado un attimo in bagno, torno dopo”.
Ubbidii senza capire perché, senza pensare al male.
Ritornò senza nulla addosso, nuda... e io provai vergogna.
Mi coprii il viso con le mani e me la ritrovai accanto.
Non capivo cosa stesse facendo... o feci finta di non capi-
149re, illudendomi che fossero le mani di un medico a toccarmi.
“Bravo” disse Leonie, sussurrandomi nell’orecchio “stai con le
mani sugli occhi, coprili, qualunque cosa io faccia.”
Passò le sue mani su tutto il mio corpo, indugiando sulle
mie parti intime anche con la sua bocca. Io rimasi come para-
lizzato per tutto il tempo. Non mossi un dito né proferii una
parola.
Poi, quando arrabbiatissima mi disse di alzarmi perché non
valevo niente, mi sentii sollevato, mi vestii in fretta sotto gli
occhi furiosi di Leonie e mi avviai di corsa nella mia stanza,
dove mi abbandonai a un pianto dirotto e liberatorio. I miei
compagni chiesero cosa fosse accaduto. Io risposi: “Nulla”.»
Judith poggiò, seduta su un ramo, il capo sulla spalla del
fratello, e restarono entrambi in silenzio.
Nel salone i commensali cominciavano a spazientirsi,
aspettando il capo tavola.
Passò ancora mezzora quando finalmente apparve, salu-
tando con il braccio alzato.
Judith trasalì.
«È il maggiore Hans Schwarz, l’uomo che ha ucciso i nostri
genitori.»
«Bastardo!» fece Sam, in russo. «A te cosa ha osato fare
quel verme?»
«È uno schifoso guardone, ti lascio immaginare.»
«Ti ha anche violentata?»
«No, ma è come se l’avesse fatto, ha violentato la mia ani-
ma.»
«Lurido e schifoso... Lo ucciderò» disse Sam.
«L’ho già castigato io, ma si vede che non è bastato quello
che gli ho fatto.»
Judith raccontò al fratello della morte di Frédéric, di come
fosse stato immolato nel grande forno di famiglia.
Raccontò altri particolari sul voyeurismo del giovane e di
come questi somigliasse punto per punto al genitore.
«Mi riallaccio a Leonie,» proseguì Judith «una volta ha
150toccato anche me, con la scusa che fossi mestruata... Io, per
ingenuità, non sapendo da cosa dipendesse il mio inaspetta-
to sanguinare, chiesi aiuto... lei irruppe nella mia stanza e mi
pulì, soffermando le sue luride mani sul mio corpo. Dopo ebbi
paura del mio stato... paura che il maggiore, al suo ritorno, si
arrabbiasse vedendo il mio sangue. Non fu così, la mia consi-
derazione di bambina era del tutto errata. Quando il maggiore
si rese conto della mia situazione, sorrise con una luce abba-
gliante negli occhi.
«Leva subito quello straccio dalle tue gambe, voglio vedere
come scorre il tuo sangue. Non era la prima volta che voleva
vedere defluire qualcosa dal mio pube. Un giorno, mentre ero
seduta in bagno, volle guardare con il viso stravolto la mia uri-
na scorrere, come se fossi un cavallo in un recinto.»
Il fratello posò gli occhi furiosi su Hans Schwarz, che aveva
in bocca del cibo. «Schifoso. Ti farò a pezzi se ne avrò l’occa-
sione.»
La serata trascorse fino a tarda notte fra schiamazzi, portate
di cibi prelibati, di ammiccamenti e discorsi che i due fratelli
dall’albero non udivano, vedendo solo il movimento frenetico
delle loro labbra.
Alla fine gli ospiti si accomiatarono.
Il grosso di quegli uomini montarono sulle loro auto, facen-
do a ritroso la propria strada.
Tre uomini rimasero e dopo aver baciato Leonie e Hans
Schwarz fraternamente, si avviarono nelle loro stanze con le
mani sulle spalle dei bambini, uno per ciascuno di loro.
Leonie restò con il bambino che le stava accanto, desinan-
do.
Il maggiore, invece, portò con sé la ragazzina, la più giova-
ne dei cinque.
«Ormai non ci sono dubbi, sappiamo di che pasta è fatto
l’istituto. Ecco, come finiscono i bambini che scompaiono, op-
pure che vengono inconsapevolmente portati in quell’infame
posto da tutto il resto del mondo» disse adirata Judith, but-
151tando fuori conati di vomito che per nervosismo non uscivano
del tutto.
Sam fremeva e sudava.
«Ti prego, calmati,» disse alla sorella «stai male?»
Judith strabuzzò gli occhi. «Non è niente, mi riprenderò
presto.»
«Sei stanca.»
«No» fece fiera la sorella.
«Aspettiamo che tutti dormano, poi c’intrufoleremo nei
corridoi di quell’edificio, sono certo che scopriremo qualcosa
di particolare importanza.»
Scesero dall’albero per stare più comodi e acquattati dietro
una siepe, e attesero che tutte le luci fossero spente.
Dopo un bel po’, cercarono un punto per entrare all’interno
dell’edificio.
Sam, avvistata un gocciolatoio con a lato un balcone, ne
constatò la solidità.
«Questo mi sembra adatto...»
Judith annuì. «Sono d’accordo.»
«Te la sentì di arrampicarti come un funambolo? Posso an-
che andare da solo e riferirti poi.»
«No, fratellino, grazie, Io m’arrampico, salgo.»
«Bene, non mi resta che appoggiarti.»
«Sappi che sono armata, non mi separo più dalla mia Luger
e seguendo il credo di un amico di New York, Gomez, ho un
affilato pugnale in una fondina legata alla mia caviglia.»
«Non mi stupisci, sorellina, so ormai quanto vali. Comun-
que, io, sapendo che andavamo a caccia di notte, ho porta-
to una piccola torcia a pile. Inoltre, ho notato entrando che
di lato al cancello d’uscita c’è un pulsante che probabilmente
apre una porticina. A questa stregua, possiamo rischiare.»
«Sei un osservatore formidabile, frate...» disse Judith.
«È il mio mestiere che mi aiuta in questi casi.»
Judith in testa e Sam che la seguiva si arrampicarono. Guar-
darono all’interno dell’edificio prima di entrare e si trovavano
152in una lavanderia che dalle dimensioni e dai macchinari esi-
stenti dava a capire che l’edificio ospitava molta gente.
Si portarono lungo i corridoi, sapendo che dovevano fare
presto, qualche imprevisto poteva anche tradire la loro pre-
senza. Alla fine di un lungo corridoio, c’era un ampio balcone.
I fratelli si poggiarono sui vetri, notando che fuori si vedevano
delle costruzioni a schiera recintate da un giardino stretto.
«Ecco» disse a bassa voce Sam «come fanno a mimetizzare
la loro turpe attività di pedofili e di guardoni. Hanno distac-
cato la loro lussuosa residenza dal resto, non facendo in alcun
modo vedere l’interno.»
Era ingegnoso e degno dei sistemi nazisti dell’ultima guer-
ra.
I due fratelli si avviarono ad altri controlli, le stanze era-
no tutte chiuse e senza luci accese o voci bisbigliate, probabil-
mente i gerarchi della passata Germania, soddisfatti i loro tur-
pi scopi, si erano addormentati del tutto spossati in un sonno
profondo.
«Dobbiamo trovare un’uscita che ci porti in quegli edifici in
fondo, sono certo che vi troveremo indizi interessanti» disse
Sam.
Scesero lungo una scala ripida. Alla fine c’era una porticina
che immetteva nel giardino recintato.
La porta era chiusa da un pulsante elettrico che Judith fece
scattare, il fratello mise un fazzoletto nel battente per tenere
aperta la porta in caso si richiudesse con meccanismo di ritor-
no.
Si portarono negli edifici.
Dai vetri delle finestre notarono che le camerate erano pu-
lite, i letti bene equipaggiati e qualche ragazzo, che si era sco-
perto dalle coltri, vestiva il pigiama.
Questo dimostrava che a differenza dei lager nazisti, i ra-
gazzi ospiti erano trattati con riguardo per renderli malleabili.
In pratica, non c’era differenza fra i lager nazisti e quel po-
sto.
153Usavano buone maniere con ipocrisia, ottenendo i mede-
simi risultati dei campi di sterminio sparsi in tutta Europa: la
docilità, l’obbedienza assoluta dei loro giovanissimi ospiti.
Judith rimase colpita da un edificio per la sua conformazio-
ne e perché sul tetto c’era un grosso camino diverso dagli altri.
La porta d’entrata era chiusa a chiave.
Sapevano entrambi i fratelli che dovevano assolutamente
entrare, anche se fosse necessario scardinarla.
«Dammi il tuo pugnale» disse Sam.
Judith obbedì.
«L’ho visto fare a un fabbro, una volta che doveva aprire la
porta di un mio cliente che era stato lasciato fuori casa dalla
moglie...»
Sam ficcò la punta dell’arma nella toppa della serratura con
forza.
Poi, pian piano, e insistendo più volte con perizia e pazien-
za, riuscì a far girare il tamburo e la porta si aprì.
Capirono di trovarsi in una camera mortuaria con forno
crematorio dall’apertura d’acciaio cromato che luccicava sotto
il fascio di luce della lampadina tascabile che Sam teneva in
mano.
«È chiaro, ecco dove finiscono gli indesiderabili...»
«Hanno ricostruito i lager moderni con relativo forno ar-
dente...» disse Judith.
La donna fece alcuni passi avanti, portandosi svelta sopra
una cassa costruita con legna grezza.
L’aprì e quasi svenne.
Josef era dentro, pronto per essere cremato.
«Povero Josef, non meritava questo...» fece in un soffio do-
loroso.
«Dovranno pagare anche questo» disse il fratello, cingendo
al braccio la sorella.
Gli occhi di Judith erano diventati lucidi. «Abbiamo visto
abbastanza, dobbiamo andare ora.»
«Sì, siamo stati già troppo a gironzolare qui intorno, temo
154che qualcuno ci avvisti, fra poco comincerà ad albeggiare.»
Ritornarono sui loro passi.
Nell’imboccare la scala ripida che immetteva nell’ala lus-
suosa e privata della residenza, già qualche luce cominciava
ad accendersi nelle costruzioni che ospitavano i ragazzi tenuti
in affidamento.
Affrettarono il passo, salendo di corsa la scala per trovarsi
nel lungo corridoio che dava sul balcone che avrebbe permes-
so loro di scendere a scivolo dalla grondaia.
«La finestra è chiusa» notò Judith.
«Cosa credevate, di trovarla aperta?» disse Leonie, con la
pistola in pugno dietro le loro spalle.
«Aspetti...» disse Sam «sono un avvocato russo, la mia am-
basciata è al corrente che sono qui per parlare con un ragazzo
che ospitate, se permette le mostro i miei documenti.»
«Ed è a quest’ora, introducendosi furtivamente in una pro-
prietà, avvocato, che lei cerca di parlare con uno dei nostri ra-
gazzi?»
«Ieri abbiamo cercato di parlare con lei, ma non ci ha rice-
vuti.»
«Lo so, vi ho riconosciuti, ma ieri eravate dei giornalisti e
già non mi ero fidata.»
«Capisco che abbiamo sbagliato a mentire, ma la nostra era
solo curiosità, anche noi non ci fidavamo delle apparenze...»
disse Sam che stava prendendo tempo, ben sapendo che stava-
no giocando a gatto e topo e lui era nella figura di quest’ultimo.
«Apparenze? Cosa avreste scoperto?» fece Leonie.
«Nulla, vorremmo che lei ci desse delle spiegazioni, o pre-
ferisce darle alla mia ambasciata?»
«Anche qui lei mente avvocato, non fa che raccontare fan-
donie, noi non abbiamo mai avuto un ragazzo di nazionalità
sovietica che possa smuovere l’interesse della madre Russia.
Ma prima di prendere delle decisioni, desidero consultarmi
con il presidente dell’associazione. Precedetemi, andiamo di
sotto nel mio ufficio, non voglio svegliare né allarmare alcuni
155ospiti che sono nelle stanze di questo corridoio.»
Si avviarono, scendendo le scale, quando Judith si portò
una mano al fianco.
Fece una smorfia di dolore. «Io non c’entro nulla, sto
male...»
«Smettila, stai fingendo, li conosco i tipi come te, magari
hai una pistola in quella tua borsetta nera che tieni con te.»
Judith gettò la borsa lungo le scale. «No, sto male, non ho
pistole qui dentro, guarda, la butto...»
«La lasci andare, signora» disse il fratello «sta male dav-
vero, lei non c’entra in questa storia, è una vera giornalista
tedesca.»
«Non mi fido di voi, su camminate» fece Leonie.
«Non posso, sto veramente male...» intervenne Judith con
studiata sofferenza e si lasciò cadere, ruzzolando lungo tutta
la scala.
«Oh cielo, non si muove» disse Sam dall’alto. «Bisogna aiu-
tarla, la prego l’aiuti.»
«Non conosco la pietà, avvocato, su, scenda.»
Arrivati davanti al corpo steso per terra, Sam si piegò sulla
sorella, poggiando l’orecchio sul suo cuore.
Mostrò un abbozzo di insofferenza mista a panico. «Non
batte più, è morta...»
La donna fece un passo avanti minacciosa, lasciando il fian-
co scoperto a Judith che già con la mano alla caviglia estrasse
veloce il pugnale, conficcandolo da sinistra a destra sul basso
ventre di Leonie con rabbia e violenza, facendola accasciare
sul pavimento.
Sam tese la mano alla sorella che saltò in piedi.
Non conoscendo bene le uscite della casa, Sam disse alla so-
rella di seguirlo, ripercorrendo a ritroso la scala salirono nello
stesso corridoio di prima, aprirono la finestra chiusa dall’in-
terno e con un salto si aggrapparono alla grondaia facendosi
scivolare in basso.
Nel giardino corsero a perdifiato non curandosi più dei ru-
156mori. Solo un inquietante abbaiare di cani li fece voltare in-
dietro.
Quattro feroci alani li stavano inseguendo con un guardia-
no al loro fianco.
I due fecero in tempo ad azionare l’apertura della porticina
e uscire, mentre gli alani grattavano abbaiando il ferro della
porta ormai chiusa.
«Sembra che nessuno ci segua» disse Judith mentre cam-
minavano spediti per la strada.
«Il guardiano avrà pensato a dei ladruncoli. Si accorgeran-
no della gravità della cosa quando scopriranno il cadavere di
Leonie, che presumo faranno scomparire assieme al corpo di
Josef.»
«Dobbiamo andare alla polizia e denunciare cosa accade in
quel lager per bambini, farlo per lo meno indagare» disse Ju-
dith.
«No. Tu sorellina non devi esporti, ci andrò io in veste
ufficiale. Un avvocato ha più voce in capitolo in questi casi.
Solo che, secondo la mia esperienza, i gerarchi nazisti faranno
scomparire ogni traccia dei loro misfatti. La polizia arriverà,
trovando il correzionale con una facciata pulita e a me comu-
nicheranno che mi sono sbagliato.»
«Bisogna allora denunciare qualcosa di preciso» fece Ju-
dith delusa.
«Ci ho già pensato, sorellina, un tentativo va fatto in ogni
caso: denuncerò la scomparsa del giovane Emanuel Nezval,
presentandomi come incaricato dalla famiglia di lui, fornendo
dettagli sulla parte peggiore dell’istituto.»
«Buona idea...» disse la sorella.
«Non so se sapremo mai il risultato...»
«Potrebbe succedere anche questo?» chiese Judith.
«Potrebbero insabbiare» fece Sam.
«Perché?»
«Ti sarai accorta in che lusso vivono e da chi è bazzicato
l’ambiente? Sono tutte persone piene di ricchezza, probabil-
157mente rubata durante la guerra. Denaro fa corruzione, Hans
Schwarz potrebbe anche contare sull’avidità di taluni poliziot-
ti e i loro capi.»
«Che schifo...» fece Judith «Fra i campi di sterminio nazisti
e le grandi città, non trovo differenza.»
Sam andò al posto di polizia centrale di Praga.
Un edificio a più piani, con una moltitudine di poliziotti e di
gente che presentava denunce.
Fu ricevuto dopo un’ora da un ispettore donna.
«Cosa posso fare per lei?» fece l’ispettore.
«Sono l’avvocato Sasha... disse l’uomo, senza completa-
re il suo nome per intero «del foro di Mosca e m’interesso di
casi internazionali e particolari che riguardano l’etnia ebraica.
Sono stato incaricato di cercare il giovane Emanuel Nezval,
manca dalla famiglia da mesi e le sue tracce portano all’istitu-
to... Ho tutto scritto in questo mio esposto.
La donna lesse lo scritto di Sam su cui aveva anche ripor-
tato notizie personali su Emanuel Nezval, compresa la data di
nascita, dal carteggio in possesso dalla sorella.
Terminata la lettura, l’ispettore scosse il capo con un riso-
lino beffardo.
«È strano,» disse «stamattina presto è stata presentata una
denuncia dal reggente dell’istituto... che la notte scorsa l’isti-
tuto è stato visitato dai ladri, ma risulta tutto in regola, hanno
solo rubato un po’ di moneta che era custodita in un cassetto.»
«Sarà un caso... ma a me non interessa, io sono qui per
Emanuel Nezval» disse l’avvocato.
«Bene...» fece senza staccare quel suo sorriso che inquietò
Sam «firmi, indichi i suoi dati del tesserino forense e lasci il
suo esposto qui, faremo le consuete indagini del caso.»
«Mi scusi, ispettore, ma a ben pensarci devo prima chiede-
re ai genitori di Emanuel di chiarirmi un particolare che finora
mi era sfuggito. Ritornerò da lei al più presto» disse Sam, non
volendo esporsi più di tanto lasciando le sue generalità all’uf-
158ficio di polizia.
«Quale particolare, avvocato, è lecito saperlo?»
Saq imbracciò la pratica. «No. È un segreto d’ufficio.»
Uscì salutando con la bocca distorta in una smorfia di di-
sgusto.
«Siamo in un pericolo mortale» disse Sam alla sorella, dopo
averle raccontato dell’approccio avuto in commissariato.
«Mentre tu eri con l’ispettore di polizia, io ho telefonato a
Johanna, mettendola al corrente di quanto avvenuto. Era con-
tenta nel nostro operato, ma anche lei ha detto che siamo in
pericolo e che dovremmo abbandonare il caso per far calma-
re le acque, riprendendo più in là la caccia. Tu cosa ne dici,
Sam?»
«Non sono d’accordo, finché sarà vivo Hans Schwarz, tu sei
in serio pericolo, tanto più adesso che abbiamo tagliato la te-
sta alla Medusa Leonie, suo braccio destro; io posso mimetiz-
zarmi anche in Russia se necessario, ma tu...»
«Ma Schwarz non sa che ci sono io dietro tutto ciò...» fece
Judith, senza esserne del tutto persuasa.
«Se non lo sa ancora, lo saprà, sono convinto che ha ap-
poggi potenti in ogni tentacolo della città, ora starà attento,
indagherà furioso. Non mi pare che abbiamo lasciato tracce
negli alberghi e per le strade di Praga. No, sorellina, dobbiamo
cercare di chiudere la partita entro stanotte con Schwarz, al-
trimenti dovremo lasciare Praga di corsa.»
«Fuggire? No, mai» disse Judith.
«Dobbiamo allora giocare ancora una volta di anticipo,
rendere innocuo Schwarz. Reso lui impotente, il suo castello
di vizi si sgretolerà e tu non correrai eccessivi pericoli.»
«Avrei dovuto uccidere Schwarz assieme al figlio, ficcando
entrambi nel forno ardente di papà. Hai un piano, Sam?»
«Sì, devi affidarmi la tua pistola. Nelle esercitazioni di tiro
a distanza, colpivo uno scarafaggio a dieci passi. Dobbiamo
anche procurarci un’auto.»
159«La pistola sarà tua, fratello, e l’auto la penderemo a nolo,
me ne incaricherò io.»
«Io invece» riprese Sam «mi procurerò alcuni numeri di
telefono dei giornali più importanti di Praga, questo fa parte
del mio piano. Tu finita questa storia che intenzioni hai?»
«In questi giorni ho maturato un’idea, mi piacerebbe ri-
tornare a New York, stare nelle vicinanze di Mosè Holzer e
accettare almeno una volta l’invito a cena che mi era stato già
proposta da Gomez...»
«Mi fa piacere... a New York si passa più inosservati che a
Praga e io avrò la possibilità di vederti più spesso...»
Con l’auto a noleggio i due fratelli si portarono accanto al
cancello dell’ospizio di Schwarz.
«Hai portato il tuo faldone per la causa che hai a Berlino»
disse Judith, mentre il fratello parcheggiava.
«Sì,» fece Sam «non possiamo più ritornare in albergo. Ri-
cordati qualunque cosa accada, lascia la tua roba nella stanza
dell’hotel e prendi il primo mezzo. Meglio se un treno o un
pullman per allontanarti il più possibile da Praga. Prendi poi
l’areo per New York. Io farò altrettanto, andrò a Berlino per
ultimare il processo che mi è stato affidato e rientrerò a San
Pietroburgo. Trascorse le festività di Natale, ti raggiungerò da
Mosè Holzer.
Ah, un’altra cosa: d’ora in poi, qualunque cosa io ti dica di
fare, eseguila senza discutere, precisa e con determinazione.»
«Lo farò, ma tu piuttosto vuoi presentarti da Schwarz?»
«Sì, tu stai di lato dal cancello e non entrare se non dopo di
me.»
«E se ti apre la donna dell’altra volta?»
«Spero di no, altrimenti dirò che sono venuto per l’intervi-
sta.»
Alla porta venne ad aprire un uomo, il guardiano.
«Sono della polizia e mi sto occupando delle indagini sul
furto che avete subito stamattina, con chi posso parlare per
avere delle risposte?»
160«Mi segua» disse il guardiano, dopo che il cancello si era
chiuso.
L’uomo di spalle fu colpito alla nuca dal calcio della Luger
nelle mani di Sam che lo fece crollare a terra.
Sam fece scattare l’apertura della porticina e Judith, entrò,
aiutando il fratello a mettere il guardiano dietro una siepe.
«Uccidilo, dagli una stilettata al cuore» disse Sam. «Dopo
ti spiegherò.»
Judith ubbidì, alzando il braccio e ficcando il pugnale con
violenza nel petto dell’uomo svenuto.
La porta dell’edificio era rimasta aperta, i due fratelli pene-
trarono dentro veloci e in silenzio.
Udirono un uomo che urlava al telefono: «Non m’importa
nulla, cercate, mettete sottosopra Praga, bisogna trovarli e uc-
ciderli. Devo sapere chi ha osato...».
Sam puntò la pistola sul maggiore. «Noi. Siamo noi che
abbiamo osato, sporca canaglia di un nazista sterminatore di
inermi, assassino dei nostri genitori.»
«Tu...» disse il maggiore, posando gli occhi sbarrati su Ju-
dith.
«Sì, io... e questo è Sam mio fratello che, se ti azzardi a fare
anche un solo gesto, è capace di spararti al cuore senza battere
ciglio.»
«Su quel tavolo c’è dello scotch d’imballaggio, legagli mani
e piedi» disse Sam.
Judith ottemperò senza che Schwarz potesse fare una mi-
nima reazione.
Poi Sam lo spinse su una sedia e gli tappò la bocca con una
striscia di adesivo.
Senza perdere altro tempo lo legò alla sedia, poi si rivolse
alla sorella.
«Scannalo. Sei tu che devi farlo.»
Judith, ubbidì ancora senza esitare, e con il pugnale in pu-
gno sotto gli occhi atterriti di Hans Schwarz gli squarciò la
gola.
161«In macchina ho quello che serve per quest’edificio di pe-
dofili e assassini nazisti... Tu sorellina, resta qui un attimo, ti
lascio la pistola e se qualcuno dovesse entrare uccidilo senza
pietà alcuna, tanto qui, tranne i bambini che vivono nell’altra
parte del fabbricato, ogni adulto è un aguzzino.»
Quando Sam ritornò, Judith stava piangendo, non riusciva
più a reggere la situazione.
«Tutto a posto chiese il fratello?»
«Sì...» mormorò Judith.
Poi Sam sparse la tanica di benzina che aveva recuperato in
auto, versandola nella stanza.
Infine, si attaccò al telefono per chiamare i giornali.
«Venite all’istituto,» disse Sam «avvertite anche la polizia
e i pompieri, ci sono ragazzi qui che sono stati oggetto di pe-
dofilia da parte di ex gerarchi nazisti, c’è anche un incendio
e il corpo carbonizzato di Hans Schwarz, uno dei più infami
sterminatori di ebrei e profittatore di innocenti bambine.»
«Cosa facciamo adesso?» Judith era disorientata.
«Darò fuoco alla casa e ognuno di noi due, dopo, si atterrà
a quanto abbiamo stabilito, d’accordo sorellina?»
«Sì» disse Judith, osservando con gli occhi lucidi il fratello
che aveva il viso inaspettatamente trasfigurato, tanto da dimo-
strare più anni.
Ormai Sam aveva perso l’espressione ingenua del ragazzo-
ne che si stupiva per tutto ciò che lo circondava, almeno così
era sempre apparso alla sorella sin da quando l’aveva incon-
trato da adulto sulla porta del negozio di diamanti di Mosè
Holzer, nella città di New York.
L’uomo preparò il fiammifero e, prima di gettarlo sulla ben-
zina, baciò sulla bocca la sorella, concesse uno sguardo al san-
gue fuoriuscito dal corpo ormai senza vita di Hans Schwarz e
pianse in silenzio.
«Adesso che mi è ritornata la memoria... sono consapevole
di essere in grado di odiare.»
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Stampa: Universal Book - Gennaio 2015 -
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