Auschwitz: I Quindici giorni di una bambina - alcuni brani

E' visto dagli occhi di una bimba nel campo di sterminio di Auschwitz nelle mani di un maggiore nazista scopo-filo.

 

Una signora dietro a loro, dal viso rigato dalle lacrime, che aveva udito domanda e risposta, intervenne urlando a denti stretti: «No, no, no, non è un posto di accoglienza! Ho sentito cose atroci su questi campi di sterminio, non avete notato l’insegna? Questo di fronte a noi è Auschwitz».

«Come potete dire certe cose di fronte ai nostri bambini?» proruppe la madre di Judith, girandosi di scatto e presagendo sofferenze dalle quali voleva tenere distanti i propri congiunti.

«Mia figlia usciva con un soldato tedesco che le raccontava molte cose riguardo ad alcuni luoghi di devastazione, principalmente su questo campo, Auschwitz…»

«E dove si trova tua figlia? È qui?» chiese Elias con voce triste.

«Non lo so,» rispose la donna dopo qualche attimo d’incertezza «fu presa prima di me, insieme a mio marito, e furono portati chissà dove. Il suo ragazzo li ha cercati ma invano, finché non si è presentato da me con grande tristezza, dicendomi che il mio sposo e mia figlia erano giudicati dispersi…»

«Ci dispiace» fece la madre di Judith.

Nessuno volle credere a quella donna.

Non sempre si recepiscono talune verità se dette in particolari momenti.

E quella donna, evidentemente, non era stata ritenuta attendibile nemmeno dalla famiglia Cohen.

Ciò dipende dal fatto che l’uomo vive aggrappandosi fino all’ultimo istante della sua vita alla ragione e alla speranza.

Nel campo i nuovi arrivati notarono poche persone pallide e mal vestite, per contro c’erano molti soldati armati di mitra o fucile. In qualche rara finestra degli edifici, come una tela dipinta, s’intravedevano parecchi volti assiepati e con gli occhi sbarrati in cerca di parole o di aiuto.

L’ufficiale delle SS, Hans Schwarz, fermo al centro di un piazzale con una Luger in mano, bloccò i nuovi arrivati urlando: «Fermi in questo punto, state composti, formate una fila compatta, non createmi problemi e tutto andrà per il meglio!».

Un ragazzo dal centro della fila fece sentire la sua voce: 

«Scusate, signor maggiore, quando ritorneremo alle nostre case?».

«Chi ha parlato? Si faccia avanti, chi ha parlato, non abbia timore!» rispose il maggiore senza mostrare risentimento nella voce.

Il ragazzo si fece avanti, era biondo, con gli occhi scurissimi.

«Sei biondo, ma non sei ariano…» disse il maggiore, sorridendo.

«Sì, signor maggiore, sono ebreo» rispose con fierezza.

«Non ho inteso bene, riformula la tua richiesta, biondo ragazzo ebreo…» disse ancora il maggiore.

«Scusate, signore, quando sarà possibile ritornare nella nostra città, alle nostre case?» fece il ragazzo, cercando di mitigare la sua fierezza.

«Presto, molto presto, te lo prometto, biondo ragazzo ebreo. 

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Fra le blokove, una certa Leonie Hoffmann si era macchiata, appunto, di uno spietato delitto a sfondo passionale.

Aveva colto il marito in flagrante adulterio e in un impeto di furore gli aveva conficcato un coltellaccio da cucina nell’addome, lasciandolo morire dissanguato fra gli spasmi più atroci, sotto gli occhi atterriti della sua amante.

Leonie, infine, aveva lasciato vivere la donna, affinché la scena restasse impressa a vita nella sua memoria.

Una volta in carcere, così come ad altre sue colleghe di sventura, le era stato proposto di collaborare con la Gestapo in cambio di un’amnistia che le avrebbe concesso la libertà parziale e uno sconto della pena detentiva.

Leonie Hoffmann aveva accettato subito di buon grado ed era partita verso la nuova avventura che le riservava il camp

o di Auschwitz.

Il suo temperamento aggressivo e tenace l’aveva resa in poco tempo la più temuta e odiata Blokova del lager.

La donna era consapevole del suo stato e ne andava fiera.

Non lesinava neppure di raccontare alle fragili deportate alcuni particolari raccapriccianti sull’omicidio di suo marito, in modo da incutere loro maggior timore e, a suo dire, inculcare quel rispetto fondamentale nella relazione fra aguzzino e vittima.

«Vedete, ragazze, questo triangolo verde che porto sulla camicia?» era solita ripetere all’arrivo di un nuovo elemento nel campo «Contraddistingue la mia fama da assassina… Quindi sappiatevi regolare di conseguenza. Nessuno sgarri!»

E così dicendo, con gli occhi sbarrati e lo sguardo truce, si posizionava con le mani sui fianchi larghi, di fronte ai gruppi terrorizzati che popolavano il campo di sterminio di Auschwitz, nella parte a lei affidato.

Leonie Hoffmann, qualche anno prima, si sarebbe potuta classificare come una bella donna.

Alta, formosa, con grandi occhi celesti e labbra rosate. Ma il tempo e le circostanze avverse l’avevano segnata nel fisico e nell’animo, accompagnandosi anche a una buona dose di malvagità che era già insita nel suo carattere.

Quel giorno di gennaio, con il vento che soffiava inesorabile sopra i cortili spogli e lugubri del lager di Auschwitz, la Hoffmann aveva preso in custodia i bambini che si erano appena accomiatati dal maggiore Hans Schwarz, con una grinta e un cipiglio degno di un consumato caporale, imponendo loro ancora una volta di depositare qualunque oggetto si fossero dimenticati addosso, aggiungendo che dopo avrebbero fatto merenda con pane e formaggio. Cosa, questa, che avvenne.

Subito dopo, la stessa Frau Hoffman ordinò ai bambini di giocare.

Da quell’istante, non vidi mai più mio fratello Sam né i miei genitori.

Dovettero passare anni perché potessi capire l’atroce motivo e il movente perverso della loro scomparsa e rendermi totalmente conto che ero sfuggita per un cavillo del destino a una morte sconsiderata nei forni di sterminio di Auschwitz.

Solo da giovane adulta, seppi che le alte sfere, spronate dallo stesso Hitler, avevano mandato dispacci cifrati, imponendo ai comandanti dei lager di trucidare all’istante ogni ebreo arrivato nei loro campi e di farne sparire le tracce.

Questo era dovuto al fatto che le truppe di liberazione erano alle porte e le SS volevano eliminare quanti più ebrei possibile, cercando di nascondere le miserabili nefandezze.

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La stanza del maggiore Hans Schwarz era più calda del necessario. L’arredamento era composto da mobili interamente liberty, se si eccettuava la scrivania, una sedia, una lampada in stile austro ungarico e una grande vasca

moderna con acqua corrente calda e fredda.

Il ritratto di Hitler s’imponeva sul muro sopra la vasca da bagno, mentre una bandiera delle SS era stata appesa nell’angolo dietro la scrivania.

Il maggiore posò Judith sul divano rosso fiorato con grandi papaveri allungati, come era in uso in epoca liberty.

«Alzati» disse con naturalezza, rivolgendosi alla bimba «togliti la coperta di dosso e ficcati nell’acqua della mia vasca privata; è già calda, ci sono dentro i sali profumati e puoi usare anche il sapone, se vuoi. Ce ne sono di due tipi, all’olio di oliva e alla lavanda.»

Judith rimase perplessa e bloccata con i suoi grandi occhioni neri e i suoi capelli un po’ mossi e lunghi. Non riusciva a capire se fosse un gioco o se dovesse ubbidire come avevano fatto i suoi familiari. D’altronde quell’uomo, che grosso modo aveva l’età del padre, si era comportato bene, non aveva infierito su nessuno, anche se ne aveva il potere e, anzi, come avrebbe fatto un genitore reale, le stava permettendo di usare il proprio bagno personale.

La bambina si alzò per dirigersi nella vasca da bagno, ma tenne sulle spalle la coperta che stava trascinando con le punte per terra.

L’uomo fu imperioso. «No, ferma, togliti la coperta di dosso, fa caldo, non senti?»

«Mi vergogno…» fu la timida risposta della bimba.

«Non ne hai motivo, io farò finta di non guardare…»

Judith non capì bene la frase, ma non voleva contraddire ancora quell’uomo che avrebbe potuto magari fare del male a lei o a uno della sua famiglia.

Con un gesto secco buttò per terra la coperta e corse verso la vasca entrando dentro precipitosamente, seguita dagli occhi attenti del maggiore che cominciò a sudare dalle sopracciglia.