Presentazione

In questa silloge di Ferdinando Giannone si assiste ad un incessante gioco al massacro, disperante nelle sue parole e dolorosamente umano nelle riflessioni, e con parole che sfregiano il cuore e straziano la mente, vengono vivisezionati i ricordi d'un uomo riportando alla luce le stagioni vissute, le improponibili "certezze di cui saziarsi" e si affollano incombenti i "crudeli pensieri", le delusioni cocenti, le ingiurie del tempo.

In questa congerie di emozioni tutto si ammanta di "ombrosa malinconia" e lo sguardo è spietato nel fissare le esperienze d'amore, quasi tempeste sentimentali che conducono al naufragio su terre deserte, tragedia annunciata e infausto destino d'un uomo dal cuore ferito e sanguinante.

Ecco allora che l'amore non ha più respiro, si fa incerto e ingannevole, traditore e beffardo: in un crescendo rossiniano tutto va in frantumi dopo la spaventosa deflagrazione e niente è più credibile o degno d'esser vissuto.

L'uomo in solitudine, il poeta in contemplazione, non è quasi più in grado di ascoltare la sua voce fattasi ormai strazio e tormento "Sol'io rimango/... sotto un cielo che fugge e che inquieta/... in questo silenzio che ruba il pensiero/... a cercare un immenso mare sereno". A niente valgono il desiderio d'amare e l'esperienza d'una vita perchè le labbra d'una donna che inganna inchiodano senza pietà alla realtà d'un tradimento, avvelenano i giorni nel tentativo di sorvegliar le parole e i gesti, lacerano e allontanano fino al momento della decretazione del fallimento.

E "alla fine non rimangono che il pianto e la parte fredda dei rimpianti", nell'apparente inutilità e nella totale confusione d'un uomo assetato d'amore e condannato a morir di sete davanti ad una sorgente avvelenata: inevitabilmente la guarigione non è contemplata e, in solitudine, non rimane che raccontare i giorni che restano da vivere.

La felicità è sempre in gioco e quante prove devono essere affrontate, sempre in guardia dopo esser stato "toccato" dai dolori e dalle delusioni della vita per ritrovarsi infine ormai serrato, incatenato, costretto come prigioniero in una sofferenza che è pena, condanna a vivere.

"Tutto corrisponde a nulla", tutto svanisce e la felicità è un lampo che a fatica si riesce a racchiudere nelle parole che si fanno specchio fedele dell'intera esistenza d'un "poeta assetato d'amore".

Fragile è l'uomo nel suo percorso, infelice nel labirinto dei sentimenti, incapace di "non sprecare" il tempo che rimane, destinato a lottare dopo la perdita, a rimanere solo davanti alla propria sorte.

I pochi bagliori che regalano un po' di luce sono le parole di "rimpianto" e Ferdinando Giannone, con spontaneità e onestà, offre il suo distillato di appunti esistenziali: aspro e dolce, quieto e travolgente, saggio e rassegnato perché "i rimpianti non hanno mai fine".

Massimo Barile

 

La parte fredda dei rimpianti - raccolta di poesie di cui di seguito alcuni brani

 

LA BESTIA ALLO SPECCHIO

Osservavo dritto negli occhi,

a distanza ravvicinata,

la bestia più malvagia che si possa raccontare.

Fronte protesa,

mascella gonfia,

movimenti goffi,

naso adunco,

pupille lucide e grigie su fondo bianco,

denti in fuori e cuore che pulsava dilatato:

forse voleva sbranarmi ed io mi sentivo debole.

Mi squadrava con i muscoli della sua forza,

fronteggiandomi con la minaccia della sua bocca,

con la bellezza del suo collo,

con le mani in avanti sullo specchio: era l'uomo, ero io.

 

SEGUIRE IL MIO TEMPO

C'è gente che m'osserva sotto sotto

come se l'appestato fossi io,

sarà il mio vestito spiegazzato,

la mia cravatta squinternata

o qualche chiazza di rosso vino negli occhi.

Mi guardano sotto sotto,

cos'hanno da guardare?

Forse intuiscono che so leggere la loro pestilenza,

la loro anima,

il loro fiato che sa di cipolle preistoriche,

di aglio ammuffito,

di coscia di pollo bollita più ore.

Seguitano le bestie ad osservarmi

come se l'appestato fossi io.

 

CINICA AFFERMAZIONE

Mi fa rabbia,

mi girano "i marroni"

Quando

una donna afferma che l'amore non esiste più.

Chi l'ha uccisa?

Chi?

Chi?

Chi ha ucciso l'amore?

Forse lei stessa,

una donna

così cinica da dire: "L'amore non esiste più."

 

CONSIDERAZIONE

Ho visto le "arpie" passeggiare sulla via,

Come le ragazze di oggi con lo zaino sulle spalle.

Erano in centro,

col sorriso scaltro,

i fianchi mobili,

il litigio facile,

il disprezzo per gli altri come le ragazze di oggi.

 

SOLO CIÒ CHE SI VEDE

Avevo un piede zoppo

e

suonavo la chitarra e il pianoforte.

La mia musica era triste.

Le ragazze non notavano il mio piede zoppo,

perché la malinconia della mia musica

faceva vedere solo questo.

Avevo i cappelli radi, un dente mancante

che, anche se ridevo poco, si notava.

Io

come tutti gli uomini,

possedevo una buona dose di malvagità

che si valorizzava nel mio piede zoppo,

nella bocca senza il dente,

nei capelli radi

e

anche

nel suono della chitarra,

nel pianoforte e nella malinconia

che alle ragazze piaceva perché vedevano solo questo.

Da vecchio la mia musica divenne più malinconica,

alle donne piaceva questo, e solo la morte si accorse

che ero vecchio e zoppo, senza più capelli

e senza più denti, lasciandomi nella terra

con tanti vermi sulla mia parte malfatta,

ma alle ragazze piacevo,

perché la malinconia della mia musica

faceva vedere solo questo.

 

IL MALE CHE CI FANNO

C'è un chiodo nel mio cervello,

una voglia spudorata di fare del male,

non sono un buon cavallo,

un buon samaritano,

uno che fa i miracoli a fin di bene.

Voglio

fare

del male,

schifosamente male,

quel male che tutti fanno:

altrimenti perché gli altri possono peccare ed io no?

Così voglio fare del male,

quel male sottile che blocca il pensiero,

quel male d'amore che ti langue l'anima,

quel male che ti incide il cuore,

il male peggiore che ti lascia su una spiaggia

tutta la vita a guardare il mare e meditare.

 

TU PARLI PARLI PARLI

Tu parli, parli, parli, racconti la tua vita,

il giorno come passa,

delle amiche che incontri,

del capo ufficio che ti sfiora,

scusandosi poi per evitare il tuo disprezzo,

del cliente con l'alito da bove e il quiz da porco,

del fidanzato della tua amica,

del medico che ti sorride troppo,

dei tuoi corteggiatori sciocchi,

di tua madre che è cronica di zuccheri,

di tuo padre che non ti ha mai baciato,

di tuo fratello che è più egoista di te

ed

io

che sto ad ascoltare con i pensieri altrove.

 

FRENANDO LA STORIA

Non ascolto più nulla.

Le sirene di Ulisse

sono ricordi che non risvegliano più i miei desideri.

Mi padre e mia madre non hanno più storia,

la società moderna li ha "incaprettati" o facilmente derisi,

relegati nell'ombra come fossero figure inesistenti,

ombre cinesi dal vivo sangue per il divertimento degli altri.

L'insegnante ormai è troppo confusa del suo ruolo,

non indossa più il vestito "ordinato,"

s'è inglobata ai giovani,

pantaloni e giubbotto fa più moda,

fa sentire più leggeri,

come se la coscienza fosse lana a buon mercato

uno "straccio" di stoffa non intonato.

Così

in riga per due,

è facile scambiare l'insegnate per l'alunno,

ma io non ci sto,

non ascolto più nulla,

voglio mio padre e mia madre,

voglio

l'insegnante di mio figlio che si distingua da uno "straccio."

 

COSA HA FATTO LA STORIA?

Cosa ha fatto la storia sifilitica a questi ragazzi?

Il '68? Cosa ha fatto?

Ogni passo ha perduto qualcosa:

il vomito di bocca è continuo negli uomini

e la memoria accetta solo contanti per paura

che un pagherò resti protestato.

Così ci aggrappiamo facilmente alle parole

che noi stessi giudichiamo intelligenti,

alla vanità

che scambiamo per vaghezza,

alla volontà di vivere

che barattiamo con un po' di sesso riciclato

che ormai è lontano dal tempo e dall'amore.

Cosa ha fatto la storia sifilitica a questi ragazzi?

Il '68? Dov'è?

Forse è nelle pistole di quel tempo,

o forse nella donna della giusta parità,

ripristinando, però, anche l'amazzone

senza ventre,

senza seno

e

senza sesso.

La storia è nell'uomo che usa le parole,

non sempre le frasi escono dal cuore,

spesso sono ghirigori infami di dizionari

che cambiano in peggio i figli del domani.

A questo io fremo

e mi fondo con i fiori che dal mio giardino

porterete con una brocca d'acqua nel mio Paradiso.

 

MORIRE SULLA CROCE

Non mi piacerebbe morire sulla croce,

neanche se Dio mi facesse uomo,

mi facesse figlio.

Che atto è morire sulla croce?

È di pace,

di guerra,

cruento,

violento

o di autolesionismo?

Non mi piacerebbe morire sulla croce,

neanche se Dio mi facesse uomo,

mi facesse figlio.

 

L'ALUNNO

Non rompere,

prof,

non chiedere a me,

di restare fra i banchi composto.

Prima

fammi vedere le tue nobili nozioni,

cosa sai fare?

Prova a guarire i tuoi pensieri da vecchio,

le tue mani che tremano al sole,

a misurare le giuste parole di storia,

i significati di eccezione alla filosofia,

la reale portata di bandiera politica

che offusca spesso il tuo cuore.

T'avverto,

prof,

al mio percorso d'esame,

tira fuori l'orgoglio e l'onore,

ragiona nella mente di oggi,

con gl'ideali d'insegnamento più forte,

non fare come la "puttana" o la pecora nana,

che restano indietro dal gregge,

vai avanti,

fatti valere!