La Sacra Sindone il falso dei falsi - racconto

 

Si trattava del Quattordicesimo secolo: il mondo di quel tempo era in parte cupo e in parte attivo, un formicaio di intenti sia in morte che in vita. Vivere era un gioco di foglie marcite nel vento e le pestilenze si espandevano in molte regioni, accatastando vittime e paure come se il male e il demonio si fossero intrecciati in quell’immensa, orrida diffusione di morte dei popoli medioevali. In questo contesto, c’e un periodo storico, sin dal 1119, che riguarda i Templari, cavalieri che cavalcavano senza temere stanchezza, fame, febbri e carestie per diffondere il Cristianesimo ed espugnare le città dai saraceni. Cosi’, Gerusalemme, punto di riferimento della storia giudaica, era stata più volte liberata, riconquistata e liberata ancora. Questi cavalieri con la spada stretta in pugno, tra l’altro di ordine religioso, medico e valenti commercianti, erano ormai alla fine delle loro gesta, con il rogo di Pont Neuf nella città di Parigi e la morte sul fuoco del gran maestro Giacomo de Molay e del nobile francese Goffredo di Charny, avvenuta il 18 marzo del 1314. Nel 1353, un diretto discendente, omonimo di quest’ultimo, eroe e generale francese, profondo religioso della città di Lirey, nel Nord della Francia e ricco proprietario feudale, convocò Cosimo da Lentini dal nome di una cittadina sicula della parte Orientale.

"Tu, sei cavaliere prode - gli disse con gli occhi lampeggianti come lamelle sospese nell’aria di quell’ala del castello - conosci le lingue, sai leggere e scrivere a dispetto di altri cavalieri che, senza nulla togliere al loro valore, non sanno nè leggere nè scrivere e vivono nella più totale ignoranza, se escludiamo la furbizia acquisita visitando e conquistando civiltà diverse dalle nostre. Quindi, vengo subito al sodo e ti prego di non fare domande. In base alla tua cultura e alle tue conoscenze, tu sai se in qualche parte del mondo esiste un valente maestro d’arte capace di fare la copia di un ritratto su tela di lino? Uno che lavora di fino, che non sbaglia un capello o il colore del sangue. Ti prego di rispondermi e con sincerità.” “Sì, lo conosco mio signore - rispose a lampo, Cosimo, uomo sui trentasette anni dai tratti nobili e dalla voce che tradiva il suo luogo d’origine, poiché è noto che un siciliano non perde la cadenza dialettale della sua terra - ed è molto bravo, non è un maestro d’arte, ma un falsario capace di copiare contestualmente parecchie monete dei nostri paesi in un solo giorno.” “E chi è costui?” - chiese Goffredo di Charny subito interessato senza perdere il barbaglio dei suoi occhi. “Ignazio da Messina che è analfabeta come dite voi di certi uomini, mio signore, ma possiede una mano che è dono Divino.” “E’ un ritrattista?” “E’ tutto, mio signore, ritrattista e copista di qualunque documento, fosse anche scritto in arabo.” “Eccezionale. Un’ analfabeta capace di copiare l’arabo. E dove vive? Al sud o al nord?” “Qui, al nord, nella città di Torino.” “Bene, non è distante. Puoi rintracciarlo?” “Sì, credo di sì se non è morto, è di una certa età da quello che ricordo.” “E’ importante che sia vivo e vegeto e che tu possa condurlo qui al castello, ne avrai la mia gratitudine e lui la ricchezza.” Avviatosi il cavaliere, Goffredo si portò sul torrione e da qui poté osservare il suo fido che s’allontanava al galoppo, sull’erba appena nata della primavera e gli alberi gemmati come stille di rugiada. Poi si poggiò sugli spalti con un’aquila che gli gravitava intorno senza che lui vi badasse. I suoi pensieri erano ormai tutti legati alla ricerca dell’ artista che ora sapeva essere Ignazio da Messina, un falsario. L’idea gli era venuta dal fatto che aveva sentito parlare di una miracolosa Sacra Sindone: sudario in cui stato avvolto Gesù, di cui si erano perse le tracce e che lui non aveva mai veduto o che forse non era neppure mai esistito. Possedere una simile reliquia significava essere vicino alla Chiesa, al papa, al potere, ad un immenso benessere e all’invidia di ogni altro essere vivente. E Goffredo di Charny, era sì un uomo di fede, ma non certo privo di cupidigia e ambizione: il solo pensare al sudario di Gesù gli causò un forte tremolio, come a scuotere un albero di ulivo con i verdi frutti traslucidi che rotolano sulla terra, causandogli sudore sugli occhi, fra i capelli e in ogni altra parte della sua carne. Cosimo da Lentini, ritornò dal suo signore dopo sessanta giorni, accompagnato da un uomo dall’aspetto modesto, con il viso non certo ingentilito dal doppio mento e dagli occhi eccessivamente marrone su una pelle grigiastra, la pancia arrotolata e l’altezza paragonabile ad una sedia da muro tanto era basso. Quest’ultimo non fu molto aperto e cerimonioso nei confronti di Goffredo di Charny, come a tenersi a distanza; al contrario di Cosimo da Lentini che si prodigava in gentilezze ed inchini, non perché mellifluo, solo perché nobile. “Parlatemi di voi.” - disse subito Goffredo, con la sua solita voce tagliente. “Su che cosa? Di che argomento, mio signore? Io sono un povero scrivano che sa solo copiare la natura e cio’ che gli altri scrivono.” - rispose Ignazio da Messina, divenuto artista per vocazione e per essersi prodigato lungamente come autodidatta. “Proprio di questo mi devi parlare - riprese Goffredo con un sorriso che lo legava stretto alle mura di quella stanza studio e libreria in cui si trovavano i tre - proprio della tua maniera di copiare la natura. Rispondimi, puoi tu dipingere e riportare come fosse la natura stessa il corpo di un uomo morto e martoriato su una tela di lino?” “Il corpo di Cristo morto?” fece Ignazio, dimostrando la sua intelligenza. “Come l’hai capito?” - domandò Goffredo di Charny stupito. “Ho udito parlare di una tela di lino molto speciale, con impresso il corpo di un uomo che ha attraversato tutto l’oriente senza che nessuno l’abbia avuta mai in mano. “Vuoi affermare che non esiste?” “Non lo so, mio signore, io finchè non metto mano nelle cose, non ci credo, sono fatto cosi’.” “Bene, non mi hai fatto adirare, se è questo che volevi, anzi mi fa piacere sapere che possiedi un tuo pensiero e una tua dignità. E tenuto conto che sei parecchio sveglio e che mi fido di Cosimo, vengo subito al sodo: ho intenzione di possedere qualcosa di unico, qualcosa che faccia per sempre tremare il genere umano, una sacra Sindone che tu dovrai creare, se mi confermi che ne sei capace.” “Un falso?” - fece di rimando Ignazio, seguito dagli occhi indagatori di Cosimo che preferiva non intervenire. “Un falso che deve sembrare assolutamente vero…” - rispose di rimando Goffredo. “Io ne sono capace, e non lo dico per vana modestia, ma cio’ che non mi piace è il fine del mio lavoro.” “Perché copiare non è il tuo lavoro?” “Copiare sì, ma non quella copia, quel tipo di falso.” “Hai scrupoli religiosi? Guarda che anch’io sono un uomo di estrema fede!”

Era ormai chiaro per Goffredo di Charny che si era sbottonato troppo, dimenticando che spesso la franchezza genera rigetto e malumore. Non avrebbe dovuto accennare ad una Sacra Sindone in grado di far tremare tutto il genereumano. Si pentì, quindi. Cosi’ riprese. “Ripeto, io sono un uomo di fede e tutto quello che faccio è sempre a scopo di bene, qualunque sia il mezzo e il fine da me adottato. Quindi non badare al mio, a volte, schietto modo di esporre i fatti. In realtà tieni sempre presente che agisco in assoluta buona fede, pagando tra l’altro profumatamente i tuoi servigi. O tu non sei capace di fare quanto ti chiedo e accampi scuse, non è cosi’?” “No, mio signore - disse Ignazio colto non solo nel suo intimo, ma anche nel possibile guadagno - sono capace di farlo, solo che mi è impossibile pensare ad un eventuale male che ne potrebbe derivare.” “Nessun male, tu dimmi solo che lo farai.” “E che utile ne trarrò dal lato pecuniario?” “La cifra la stabilirai tu a lavoro ultimato, qualunque essa sia, io te la concederò, hai la mia parola. Da qui uscirai solo ricco, l’importante è che il tuo operato soddisfi il mio pensiero.” - confermò Goffredo osservando di proposito i vestimenti consumati e rappezzati dell’artista. Ignazio, girò i suoi occhi, marrone e grossi come le sue guance, sul volto di Cosimo che fece un cenno affermativo col capo. “Sarò ospite al castello? E qui che lavorerò?” - chiese ancora il falsario, pensando al caldo della legna accesa nella sua stanza e ai cibi copiosi che gli avrebbero di certo servito. “Sì, certo - rispose il castellano senza sorridere. “D’accordo - disse, facendo rotare le mani come fanno spesso gli artisti - creerò un Sacra Sindone con tutti i mezzi a mia disposizione, ricorrendo anche all’alchimia e alla moderna scienza se necessario, tanto che anche il più esperto degli osservatori non potrà avanzare il minimo dubbio, una sola virgola sulla sua credibilità ed autenticità. So quanto valgo e voi, mio signore, rimarrete soddisfatto dei miei servigi.”

Ignazio da Messina aveva ottenuto un’ ampia stanza nell’ala alta del castello in modo che dalla sua finestrella potesse guardare a suo piacere le stelle mobili, la luna al tramonto e i prati fioriti. Egli aveva accesso all’immensa libreria del castello per documentarsi su ogni possibile dettaglio del corpo umano, sulle ferite da lancia, sul colore del sangue, sulla psicologia del tempo in cui si svolsero i fatti della crocifissione di Cristo, sugli eventuali accenni di Sacre Sindoni esistenti sui libri scritti e mirabilmente miniati dai frati del suo tempo. Ignazio se ne stava solo con i suoi colori e pennelli, con diverse metrature di finissima tela di lino, a disegnare, copiare dettagli perché presto voleva ultimare quello che ormai definiva il suo massimo travaglio. Goffredo di Charny, aveva promesso di non disturbarlo finchè non avesse ultimato l’opera, mentre Cosimo da Lentini si trovava in missione commerciale nella lontana Siria. Una volta ultimata l’opera, Ignazio la osservò in ogni parte, in ogni sottile sfumatura, la girò e rigirò ma la sua anima non sorrideva. Qualcosa non quadrava e se ne stava cupo senza provare il minimo piacere, osservando quell’immagine reale impressa sulla tela di lino, con i tratti al punto giusto, le trafitture, le grandi sofferenze, la flagellazione e quant’altro fosse possibile ed immaginabile della morte del Cristo Stava lì fermo, assorto ad osservare. Più le ore passavano e più la tela non gli piaceva. Qualcosa non gli tornava. Ripeté più volte a se stesso: “Qualche punto è fuori posto, non so perché ma qualcuno non prenderà per buona questa tela, manca il corpo, la carne del Cristo!” E questo ripeté ancora infinite volte. Finché, esausto non prese la tela ultimata e la fece bruciare nella legna del braciere che avvampò, alzando le fiamme. Poi, come invasato, ma non pentito di aver distrutto il suo capolavoro, chiamò il signore di Lirey, Goffredo di Charny. Si fece trovare con un disegno a carboncino in mano del Cristo Morto in tutte le sue fattezze, con la viva rassomiglianza delle immagini di molti pittori, tramandate in quel tempo. Goffredo, arrivò di corsa e trafelato, urlando a perdifiato già dalle scale “L’hai ultimata? L’hai ultimata?” “Non ancora - disse piuttosto serio Ignazio, quando furono insieme - ma ci vorrà poco ormai, questione di pochi giorni, ma perché il lavoro venga perfetto, al di là di ogni possibile induzione di falso, dovete, mio signore, procurarmi, un cadavere fresco e con queste fattezze. Riguardo alle ferite, le tumefazioni e il sangue, penserò io a procurargliele.” Dette queste cose, porse a Goffredo il ritratto presumibile del Cristo. Goffredo lo osservò attentamente, intuendo che il suo ospite aveva fatto un magnifico disegno , lo prese in mano e uscendo gli disse: “ Avrai un cadavere fresco che somiglierà in tutto e per tutto a questo tuo bellissimo disegno, te lo posso assicurare, a costo di procurartelo di persona. Dopo solo due giorni, ad Ignazio fu condotto un cadavere ancora caldo portato a braccia dai servi del padrone. Ignazio non chiese da dove provenisse, ne è dato saperlo. Il morto corrispondeva per altezza, capelli, barba e tratti al suo disegno e questo gli diede un moto di compiacimento. Poi afferrò una lancia e lo colpì nel costato, lo punzecchiò nei punti voluti, causandogli ematomi in varie parti del corpo e una contusione al naso. Gli fece poi fuoriuscire del sangue che spalmò abilmente.

Dopo averlo assestato e visionato parecchie volte, Ignazio da Lentini, usò il suo genio di falsario e di alchimista, lo impregnò di un liquido “acquoso” che favoriva il processo di impressione del corpo sulla tela. Fece trascorrere tre giorni interi e poi lo svolse: l’impronta di quel cadavere sul lino era perfetta. Ignazio aveva veramente riprodotto la natura. Stese il Sudario su una corda e chiamò Goffredo di Charny. Questi, appena entrato, restò prima ammutolito e in estasi ad osservare il telo, poi, d’impeto lo abbracciò . “E’ splendido, disse commosso e gli occhi a brandelli per il pianto - e il dipinto più vero che abbia mai visto. Che cifra richiedi, qualunque essa sia ti sarà data e sarai accompagnato da un mio servo nel luogo che tu vuoi. Dimmi, pero’, come hai fatto ad ottenere una Sacra Sindone cosi’ mirabile e perfetta?” “E’ un mio segreto, il segreto dell’intelligenza.” - rispose con tronfia proprietà Ignazio. “E sei sicuro che nessun altro possa fare un simile capolavoro?” “No, nessuno, solo io potrei.” “Bene, avrai quanto mi richiederai. Ti prego, dimmi la cifra. “Il peso di quel cadavere in ambra mio signore - disse senza pensarci, poiché l’ambra in quel periodo era il minerale più prezioso che esistesse. “L’avrai ed anche di più. Tu, prima, pero’, distruggi tutti i disegni che hai redatto, piega correttamente il telo in maniera che si conservi bene, mentre io bado a far pesare il morto, tramutarlo in ambra, preparare un mezzo di trasporto per te e il mio servo in maniera che tu possa avviarti in santa pace. - disse Goffredo con il viso che si sdolcinava in smorfie. La preziosa ambra era già assestata nel carretto, Ignazio stava per salirvi, quando fu afferrato da quattro servi e portato nella stanza della tortura.

Qui senza troppi preamboli, gli diedero una botta in testa, lo legarono, gli tagliarono di netto la lingua e le mani, poi lo cauterizzarono col fuoco, passandogli dei tizzoni sulla lingua e sui moncherini. Goffredo di Charny raccomandò al suo servo di accudirlo, curarlo e accompagnarlo dove aveva detto di voler essere portato con le sue ultime parole, finchè aveva la lingua intera, e di scaricargli l’ambra dal carro. Lo vide allontanarsi e disse fra i denti: “E’ analfabeta e senza lingua, a nessuno potrà ormai cedere il magnifico segreto del suo falso, nè ripeterlo mancandogli le mani.” I tipi come Goffredo di Charny dimostrano che non basta dichiararsi cristiani per guadagnarsi il sigillo di buono: anche il più fervente della fede , può divenire un cinico e bieco assassino.

Goffredo, voleva anche assassinare il valente Cosimo da Lentini per far tacere l’ultimo testimone della falsa Sindone ma, costui, nella città di Baghdad in Siria, era stato coinvolto in affari di donne, di cui i siciliani non si sottraggono mai, e qui, tra le braccia di una donna musulmana, ci aveva rimesso la vita. Goffredo stette alcuni anni, ad ammirare e deliziarsi della Sacra Sindone, finchè non cadde in battaglia. Cosi’ il falso dei falsi, girò per centinaia di secoli e il talento di Ignazio da Messina, sarebbe rimasto inalterato se la scienza del 2000 non avesse “datato con precisione” i fili di lino della preziosa tela, cosa per lui inconcepibile ai suoi tempi, nel periodo di un cupo Medioevo, dove notabili, papi e imperatori intrigavano per far valere “ragioni” e potere.