PREFAZIONE

L’avventura di questo romanzo ‘Le mani nel buio’ inizia il 2 febbraio del 1492, giorno della Candelora1 che dà il via alla benedizione dei ceri. 

Nella Sicilia, accerchiata dagli aragonesi, funestata da pestilenze e odiose sopraffazioni, esiste ancora di fatto l’esproprio delle terre da parte del clero. Detto ciò, non nascondo che mi ha sorpreso la mano e la ricca fantasia dell’autore, Ferdinando Giannone. Egli racconta, senza essere per questo ‘descrittivo’, com’era in uso fra gli intellettuali dell’800, personaggi e luoghi, dove si svolgono i fatti, senza lesinare il filo conduttore che è la grande poesia nella narrativa contemporanea. 

 

Giannone scrive come il passaggio violento di una tempesta che lascia tracce devastate, ma visibili. La poetica dell’autore non si ferma solo ai ‘contorni’, ma si muove soprattutto nei personaggi che s’incuneano magnificamente nello scacchiere di quest’ingegnosa avventura che, partendo dalla Sicilia, ancora nelle mani del buio medievale (da qui il titolo del romanzo) prosegue lungo lo stivale fino alle città toscane, palcoscenico incontrastato del Rinascimento. 

 

Il romanzo, è pieno di dolci e malinconiche amarezze, che si susseguono attraverso personaggi che parlano, si muovono e respirano come a vivere nei nostri occhi. 

« E’ una domanda lecita. - confermò Cimino di Lentini,  e aggiunse - Già l’avevo notato l’altra volta: siete una famiglia totalmente felice. C’è un segreto per questo? »

« Era tutta qui la domanda, eccellenza? La risposta è facile, mio signore: io non canusciu se c’è un segreto, ma reputo che la felicità sia nel rimprovero… »

« Nel rimprovero? » fece eco Cimino di Lentini.

« Noi, non ci rimproveriamo mai, eccellenza… »

« Certo… - riprese Cimino di Lentini - chi non rimprovera l’altro è felice e viceversa… »

 

Se tutto il romanzo fosse nella semplicità delle parole del vecchio e saggio marinaio, sarebbe facile attraversare il cammino di un’intera vita, ma il protagonista principale è preda di ben altre mire. Così è costretto a fuggire dall’allora vescovo di Catania Osterio di Noto, che con la scusa di volere costruire una cattedrale in onore della Santa Patrona, vuole impadronirsi delle sue terre. 

 

Cimino, dopo varie vicissitudini, diventa un assassino, fa amicizie, fugge, attraversa lo stretto ed osserva il fenomeno illusionistico della Fata Morgana nelle sue acque. Percorre le città affamate ed ostili della Calabria, giungendo nella città portuale di Crotone. Qui incontra un giudeo che farà parte della sua vita. 

Raggiunta Firenze, città di sogno per Cimino, tutto non è limpido come presumeva. Diviene killer di una scuola di assassini, sotto l’egida diretta della Repubblica Medicea. Preso da ingranaggi politici, dopo aver partecipato all’assassinio mancato del frate Girolamo Savonarola, è costretto ad uccidere più persone che lo avevano ingaggiato.

Rifugiatosi a Livorno è obbligato ancora ad uccidere.

 

Il romanzo, scorrevole e ricco di spunti, non lascia respiro  alcuno al protagonista che è ‘scarnificato’ dagli eventi. E i ricordi e le nostalgie s’intrecciano come se la felicità fosse inarrivabile. Difatti, Cimino di Lentini, deve osservare con i suoi propri occhi, la fuga dalla Sicilia, la morte dei suo amici, i bordelli a cielo aperto della Firenze rinascimentale, i vizi e le incongruenze degli uomini.

Egli avvertì un urlo disumano nel suo petto. E fu come trovarsi nella situazione di un ‘genio’ che entra nella bottiglia e non ne può più uscire, chiuso da un tappo.

 

E’ evidente che Ferdinando Giannone col suo narrare scarno e preciso, riesce ad inquietare. Poi il ritorno del protagonista nella sua città natale, dove tutto finisce con il seguente brano:  

 

Rivide il fenomeno. Le due rive apparivano aggregate con un lungo ponte. La gente sembrava volare su quel ponte e sulle sponde così unite. I pesci, davvero enormi, guizzavano e gareggiavano. Rivide anche Sarina che urlò del fatto. Rivide Cosimo con gli occhi sorridenti per la prima volta. Rivide se stesso con i suoi amici a fianco e fu artigliato dalla malinconia. Girò il cavallo e si portò nella taverna, dove aveva già un tempo sostato e conosciuto un vecchio soldato di ventura e un oste dedito alla piccola usura. 

Entrò a guardare, ma non c’era né lui né l’esoso vinaio. 

Voleva in fondo salutare un amico. 

Mosse ancora le redini del cavallo, avviandosi al gran galoppo. 

Correva nell’odore del mare per raggiungere la donna amata. 

Sapeva che stava per diventare un santo, ma era consapevole di non essere nessuno, era solo uomo vissuto nel buio  sceso a compromessi con altri uomini per la sua felice e totale tranquillità.

 

Ho avuto piacere di trascrivere le ultime righe del finale di questo romanzo, ‘Le mani nel buio’, poiché, il lettore, deve leggerlo dall’inizio per assaporarne infine il significato reale.

Il romanzo affonda radici nuove. Si snoda e palpita come se nelle mani dell’autore ci fosse un bisturi che incide, taglia e infine lascia il posto alla sutura, come fanno i grandi maestri della chirurgia, certi di arrivare fino in fondo, quando sono convinti che il paziente è salvo. E questo è quello che accade al protagonista del racconto. Egli esce col fisico indenne dalla mano del chirurgo, ma il prezzo da pagare è più alto di quanto s’aspettasse. La sua anima è a pezzi, non è più sua, poiché accetta quello che  la vita gli offre nella realtà: l’ingiusta malignità degli uomini, dalla quale non si esce e non c’è salvezza se non scendendo a compromessi. E l’odioso compromesso per Cimino di Lentini, alla fine di ogni patita sofferenza, è la fuga irreversibile dal luogo di origine e l’annullamento, senza possibilità di scampo, della propria identità. 

 

Aggiungo che Ferdinando Giannone è uno scrittore che penetra con intrepida scioltezza in quella parte cupa del ‘400 siciliano, tuttora ostico anche per uno storico medievalista, poiché parecchi documenti di quell’ epoca sono andati distrutti. Egli usando tutta la sua notevole fantasia, la sua serena anima di poeta-osservatore, ci ha donato pagine intense che fanno riflettere e commuovere anche un vecchio orso della mia mole. 

 

AZEGLIO DEGLI ALFIERI

 

 

CAPITOLO UNO

 

Era il 2 febbraio del 1492. Il priore del convento dei benedettini, si avvicinò con passo svelto a Cimino di Lentini che stava curando l’orto dei frati. Egli, pur essendo laico, indossava lo stesso il saio che poi alla sera, finito il suo compito, smetteva, vestendo abiti civili. Non era frate insomma, ma tale si sentiva nell’animo. 

Cimino, fisicamente, aveva ereditato i tratti normanni: alto, fiero, capelli lisci lunghi e biondi, occhi verdi e indagatori, parlata asciutta. 

« Cimino, il vescovo ti vuole parlare. » iniziò a dire il priore con la sua voce bonaria a cantilena sommessa.

« Quando? » chiese Cimino, fermando gli occhi sul suo viso.

« Al più presto. »

« Strano, non mi ha mai ricevuto. »

« E ora ti riceve. »

« Perché? »

« Non so, ad un povero frate poco ambiziusu non è dato di sapere la volontà di Dio e di monsignore il vescovo. »

Cimino osservò le spalle del priore che erano troppo rigide, come doloranti. Intuì che chi  gli stava di fronte si era appena flagellato, apprestandosi a dire una bugia. Quindi, mentiva sul fatto di non sapere la volontà di Dio e di monsignore il vescovo di Catania, Osterio di Noto.

« Forse è perché mi permettete d’indossare il saio nel convento senza che io sia frate? » azzardò il lentinese, non riuscendo a frenare la sua curiosità.

« No, non mi sembra reato indossare il saio se non ne abusi, se non ti qualifichi frate o Dottore della Chiesa, causando del male. » rispose il priore non nascondendo che la domanda l’aveva preso alla sprovvista.

« D’accordo, andrò. »  fece secco Cimino, iniziando a togliersi il saio, poiché l’orizzonte stava già scurendo in fretta ed era giunto il momento di rientrare nella sua casa.

« Ah, - aggiunse il priore prima di allontanarsi - entra dalla sagrestia, così eviterai la fila di gente che attende di vedere il nostro beneamato vescovo.  Il parroco sa già che monsignore deve riceverti. »

Quest’ultimo consiglio convinse ancora di più Cimino, che il priore conosceva bene il motivo di quell’invito.

Consapevole che i siciliani hanno un tempo di latenza superiore alla media che li separa dal Nord al Sud: i primi con il senso della razionalità, i secondi con il senso spiccato dell’impetuosità, Cimino decise di presentarsi da monsignore l’indomani.

Il giorno dopo, mangiando un’ arancia, miele e pane spruzzato di sesamo prima di uscire, fece alcune considerazioni. 

« Cosa mai può volere, monsignore? Forse impormi di diventare frate, poiché già vivo praticamente con loro? Ma io non ne ho ancora la volontà! O forse vorrà che io stia più concretamente vicino ai  beni spirituali della Chiesa? Bah! » 

Non potendo ottenere risposte, s’innervosì, come spesso accade ai siciliani che non solo ne hanno la parvenza, ma sono realmente sanguigni di carattere. Così chiamò il servo, Cosimo, che assieme alla sorella Sarina, lo accudivano. L’uomo per i lavori pesanti da giardino e da stalla, la donna per le faccende di casa. Cimino senza esitare, si fece preparare dal servo un carrettino per recarsi nella basilica del centro, sede del vescovo. 

Egli era proprietario terriero nella città di Lentini, non distante da Catania, da cui derivava il suo nome. 

Alcuni anni prima la peste, malattia per alcuni aspetti misteriosa in quel tempo, colpì tutta l’aria lentinese, decimando un terzo della popolazione. 

Cimino si poté salvare, grazie ai suoi genitori che a viva forza gli imposero di trasferirsi nella città di Catania. Loro, invece, rimasero. Mai si sarebbero staccati da Lentini. Il padre di Cimino asseriva che il siciliano è come la lattuga, se si sradica della terra, avvizzisce presto. Cimino, distante  da quella nefasta malattia si salvò. I genitori, radici della loro terra, perirono lo stesso. Così rimase nella città di Catania  senza più muoversi, senza mai più vedere Lentini che era stata fonte della morte dei suoi cari. Affidati i suoi averi ad un mezzadro, persona degna di stima, viveva con la rendita ricavata dei suoi vasti  possedimenti. E la sua vita, pur avendo una bella magione e due servi nella città di Catania scorreva semplice, in perfetta astinenza e penitenza. Curava felice l’orto e altre faccende del convento, soddisfatto solo d’indossare il saio benedettino.

 

Cimino attraversò parte della città col suo carrettino e il cavallo al passo. I siciliani sono ombrosi come ad avere sempre le mani nel buio, ma curiosi di sapere senza darlo a vedere. Cimino attraversava le vie. Osservava stretto la gente e ciò che era stato appena edificato. 

Egli, anche se conosceva l’animo dei siciliani e il tipo di  architettura che vedeva tutti i giorni, s’incuriosiva lo stesso. Voleva guardare e riguardare senza sosta, senza mai distogliere lo sguardo dai visi dei passanti, dagli ulivi accostati alla città, dagli aranceti, con le zagare che in aprile profumavano anche nei cortili, i  fichi d’india  dai fiori a ciuffo giallo e rosso ai lati delle piazze, e i muri, egemonia di più architetture delle dominazioni passate e vigenti. Era la sua particolare maniera di osservare e squadrare l’ambiente, di sentirsi  siculo, con la c che pronunciava strascicata. Così, incrociando due soldati aragonesi che dominavano in quel periodo la Sicilia,  arricciò la bocca in senso di faticoso fastidio. Dopo molteplici  giri per la città si sentì più sereno. 

Cimino di Lentini, aveva  appena messo piede nella cattedrale di splendida architettura normanna, quando, innanzi a sé, vide entrare in sagrestia un losco figuro, Januzzo Cordamara. 

Egli era conosciuto nei vicoli catanesi quale prepotente, briccone e possibile assassino. Cimino di Lentini, non riuscì a capire cosa potesse portare un tipo simile in sagrestia che, tra l’altro, aveva  una porticina all’interno che accedeva direttamente nelle stanze del vescovo. In sagrestia, Cimino trovò solo il vice prete, don Manfredi dall’aria sempre seria e indaffarata, aiutante del parroco, don Carmine, e servo di monsignore. Era evidente che Januzzo Cordamara stava intrattenendosi con sua signoria. Aspettò più di un’ora. Poi squillò un campanello e don Manfredi lo fece entrare, dopo avergli assicurato per due volte che il vescovo lo attendeva.

Don Manfredi, era giunto a Catania già prete. Nato a Cefalù, una cittadina non distante da Palermo, si era formato dai frati francescani, abbandonando il saio per disguidi con un suo superiore. Trasferitosi in ritiro spirituale fra le montagne della città di Messina,  ospite nel convento dei Carmelitani Scalzi, di dove si potevano ammirare Vulcano e il golfo delle Isole Lipari e le Eolie. 

Rimase senza più avere contatti esterni per dieci anni, studiando latino ed ebraico e specializzandosi nella riproduzione a colori di miniature per la Bibbia. Terminato il ritiro e lasciate le montagne, si trasferì a Locri, in Calabria, dove fu preso a benvolere dal podestà della zona che lo raccomandò perché facesse parte della prestigiosa basilica catanese.  

Ciò che stupì Cimino di Lentini, fu che don Manfredi usò la chiave a più mandate per aprire la porta e accedere nelle stanze del vescovo. 

Era evidente che Januzzo Cordamara era entrato da quella porta, senza uscirne: non c’erano dubbi che il briccone si era dileguato da una porta riservata e nel più assoluto anonimato. 

Don Carmine, era ad attenderlo dietro la porticina della sagrestia e indicò con il capo la seconda stanza a sinistra, dove entrarono entrambi.

 

Il vescovo vestiva di tutto bianco con abbondanza di ricami in oro zecchino. Portava un immenso anello di topazio viola al dito indice della mano destra che, alzandola, indicava sempre qualcosa. Magrissimo, pur non disdegnando lauti pasti, dimostrato da più cesti di frutta e dolci sul tavolo ovale in centro, un occhialino rudimentale da lettura era stretto nella mano sinistra e sembrava pregare in continuità per come gli tremavano le labbra.

4

Il parroco rimase in piedi accanto al suo vescovo.

Il lentinese gli s’avvicinò e s’inginocchiò, ma non  baciò la mano vecchia, rossa e gonfia che il vescovo stava già portando in avanti.

Non gli piacque lo sguardo di monsignore, coi suoi grandi occhi vitrei privi di bellezza e di colore. Dimostrava chiaramente di stare sempre all’erta e di avere una sincera e irreversibile paura della morte, come se questa gli fosse sempre accanto.

Il vescovo, Osterio di Noto, nato nell’omonima città siciliana, era figlio non riconosciuto del Barone Gregorio Balsamo che sin da bambino, pur non potendo legittimarlo per una questione di successione e d’intrighi politici e famigliari, lo aveva seguito nell’ombra in tutte le sue fasi di crescita, facendolo studiare in varie città del nord. 

Dopo il compimento dei vent’anni, lo fece rientrare a Noto,  affidandolo ai frati domenicani, dove affinò la sua dialettica e formò la sua vocazione ecclesiastica. Divenuto prete, si spostò a Roma, dove con gli appoggi del padre, divenne prima segretario di un vescovo vicino al papa e poi egli stesso vescovo, distinguendosi per le sue doti politiche e specializzandosi nella ricerca di eretici da deferire alla Santa Inquisizione. Si vociferava che avesse strane tendenze. Ed ebbe una denuncia anonima per scopofilia che fu prontamente soffocata da amici potenti. In ogni caso, da Roma, dove avrebbe potuto accedere anche al trono di Pietro, per cautela lo trasferirono a Catania per guidare la basilica di S.Agata, essendo luogo più vicino al padre, ormai deceduto. 

« Alzati, - intimò il vescovo con voce che voleva apparire gentile - dobbiamo parlare. »

Cimino rimase in silenzio, alzandosi e don Carmine non si mosse.  

« Tu sai - riprese monsignore - che il convento dei frati dove passi le tue giornate diverrà una cattedrale col volere di Dio? »

Cimino stentò a rispondere, s’aspettava che ci fosse sotto qualcosa che riguardava lui e il convento.

« Sì, lo so, monsignore, qualche frate ne fa cenno. » rispose pacato Cimino.

« E che cos’altro sai? »

« Che sarà la più grande cattedrale d’Europa, così alta da oscurare l’aria su cui poggerà, e il cielo, in caso di pioggia - »

« Bravo, Cimino di Lentini, sai già tutto. »

« Non tutto, monsignore, io conosco poche parole e pochi fatti inerenti, ma chissà quali e quanti altri progetti ci sono per la sua realizzazione. » aggiunse Cimino senza mostrarsi timoroso, pur essendo la prima volta che sostava innanzi al vescovo.

Monsignore osservò più attentamente il giovane e poi volse uno sguardo di sfuggita al parroco che se ne stava in silenzio, come in disparte, muto testimone di un dialogo fra un inquieto monsignore e un serafico ricco laico.

« Mi risulta - riprese il vescovo, cambiando leggermente voce - che tu non sei contento della volontà di Dio. »

« No, monsignore - rispose con estrema secchezza Cimino di Lentini - non ne sono contento. »

« Quindi, non sei contento della volontà di Dio? » ripeté deciso il vescovo.

« No, monsignore, non della volontà di Dio, ma degli uomini. »

« Cosa c’entrano gli uomini con la volontà di Dio? O tu non ami Dio? »

« Io amo Dio, monsignore, ma non mi fido degli uomini. »

« Che significa, spiegati? »

« No, monsignore, non posso spiegare fatti che riguardano la mia anima, al limite lo potrei fare in confessionale. »

« Vuoi che io ti confessi? »

« Non oggi, monsignore, non sono venuto per questo, ma per sapere della mia convocazione presso vostra eminenza. »

« Bella questa - fece in un sorriso senza senso monsignore – tu, tu tela sei presa comuda, sei venuto quando hai voluto e adesso  mi imponi di venire al sodo, a me, al tuo vescovo! »

« Non volevo mancare di rispetto a vostra eminenza, ma sono qui per qualche motivo, no? »

« Credo di sì - rimarcò monsignore, non tralasciando l’agro delle sue parole - e visto che ci tieni alla chiarezza, ti dico che so tutto sulle tue idee, di cosa ne pensi della costruzione di una cattedrale al posto del convento. Non solo affermi che non deve essere costruita, ma ti comporti anche da eretico, sostenendo che il convento accoglie la povera gente e che una cattedrale invece sarebbe segno dell’opulenza e del potere degli uomini! Non è questo che vai affermando fra i benedettini? Così facendo non fomenti lo scontento e l’evento del demonio? Non fece Salomone grande Dio, costruendo il Tempio dell’Arca? Rispondi, non è così? »

« Eminenza - riprese Cimino - io ho molta confusione nel mio animo e rispondendo alle sue domande in quest’istante cagionerei solo del male a me stesso. »

« Questo significa che sei dubbioso, ma non contrario? Hai capito che ho urgente bisogno di somme elevate per costruire. »

« Preferisco non rispondere, monsignore. »

« Allora se vuoi che la volontà di Dio sia fatta, dimostralo! Cedi, senza indugio, al tuo vescovo, la metà dei tuoi possedimenti che monetizzerò per erigere la cattedrale! »

« Non posso, eminenza. »

« Come non puoi, se li hai già ceduti interamente in mezzadria. Forse i villani, custodi della tua terra, sono più importanti della mia legge e della volontà di Dio? »

« Non è questo, monsignore. »

« E cos’è allora? »

« E’ la volontà dei miei genitori, loro non sarebbero d’accordo, non cederebbero mai la terra che è  loro di diritto. »

« Neanche a fin di bene? »

« Non credo, eminenza, loro s’identificavano con la terra, erano la stessa terra, non avrebbero mai ceduto, non avrebbero mai separato un dito di terra dalle loro gambe! »

 

Monsignore, senza scomporsi, si chiuse in un momentaneo silenzio, mentre ancora echeggiavano le parole di Cimino. Questi sapeva di rischiare grosso, in quanto in Sicilia in quel tempo vigeva ancora di fatto il dominio feudale degli ecclesiastici che dava loro, senza appello, il diritto gratuito di esproprio. Difatti, egli era a conoscenza che opponendosi al vescovo, questi poteva accusarlo di eresia, confiscargli le terre e farlo impiccare o mandarlo al rogo. Cimino aveva già assistito sin da bambino a simili eventi delittuosi che avevano visto protagonisti  altri proprietari terrieri.

Il parroco intervenne, mandando fuori un grosso respiro, per cercare apparentemente di lenire gli animi.

« Cimino - disse, usando le precauzioni delle parole - tu sei un bravo giovane, hai sempre fatto del bene, non sei mai uscito dalla legalità, i tuoi genitori non ci sono più, non sei tenuto a rispettare una volontà che è contro il volere di Dio e del nostro amato vescovo, ora sei tu che devi scegliere, non i tuoi genitori, sei tu che devi dare un segno della tua benevolenza, cedi le tue terre nel nome di nostro Signore. »

Don Carmine era il prete che aveva fatto tutto da sé, non chiedendo mai nulla a nessuno. E forse per questo fra i confratelli che lo avevano conosciuto non godeva di eccessiva stima. 

Abitualmente chi si forma da sé, diventa o troppo altruista o si chiude in un velo di egoismo e di rivalsa. « Io non ho chiesto nulla a nessuno e nulla concedo! » - ama affermare.  Egli, difatti, aveva lottato e sgomitato  da ogni parte per arrivare a gestire sotto la voce del vescovo una basilica che faceva gola ad altri, ma lui, più furbo, più tenace, più pronto a giocare d’astuzia, più portato ad usare la mente e non il cuore, aveva sbaragliato ogni altro pretendente, tenendosi stretto la posizione che adesso occupava e che avrebbe lasciato solo se  fosse stato promosso a più alto incarico. 

« No, reverendo padre - fece senza esitare Cimino di Lentini - non c’è più la loro carne, ma c’è sempre la loro anima, la loro memoria… i miei genitori, vomiterebbero sangue nella tomba se io cedessi le terre! »

Il vescovo s’era del tutto scurito e i suoi occhi che sembravano vetro opaco, girarono da don Carmine a Cimino a da questi alla mobilia della stanza tutta in legno di noce pregiato, lucido ed  intagliato ad arte. Poi, ancora accigliato, accomiatò Cimino con un gesto della mano che nell’aria fece brillare come un lampo il grosso anello al dito.

Uscito il lentinese, il vescovo si rivolse al parroco.

« Cosa ne pensi? »

« E’ testardo e non è un buon credente, è meglio tacciarlo di eresia, scomunicarlo, condannarlo a morte e confiscargli tutti i suoi possedimenti, non è d’accordo, monsignore? »

« Sì, sì - fece monsignore, assumendo toni cupi - sono d’accordo, ma… non è egli l’ultimo discendente del grande poeta Giacomo da Lentini1, non hai tu poc’anzi affermato che è un bravo giovane, che non ha mai cagionato male a nessuno? E poi vive in ritiro diurno nel nostro convento benedettino, forse agendo come tu dici, non avremo il risultato sperato e potrebbe alla fine essere pericoloso per il buon nome della nostra santa fede. »

« Cosa vuol fare, allora, monsignore, lasciar perdere? Permettere a quel giovane altezzoso di passarla liscia, facendo sì che sbavi a destra e a manca, tenendosi le sue terre? »

« No, no, certo che no, fai tornare subito Cordamara, gli devo parlare. »

 

Cordamara, era nato nelle vie più povere di Catania, figlio unico maschio, aveva cinque sorelle. Il padre era un malandrino analfabeta, pronto al litigio e a mettere mano al coltello, era considerato piuttosto sanguinario e temuto da più parti della città. Januzzo, cresciuto in un ambiente violento e schivo di cultura, si distinse sin dall’età di sei anni. Un giorno, giocando con un bimbo di quattro, per un futile motivo, fece al tenero ragazzino ciò che aveva visto fare al padre col coltello ad un altro uomo, raccolse un pezzo di vetro sfregiandogli una guancia. 

Anch’egli analfabeta, prima si era dedicato ai piccoli furti, poi alle imprese di estorsioni, di grassazioni e di duelli, non sempre leali che lo avevano reso tristemente famoso. Un’altra volta, da adulto,  afferrò per i capelli un vecchio ubriaco che lo disturbava, lo tenne fermo e con un coltellino gli sfregiò il viso ai due lati. Circolava anche la voce  che avesse ucciso un uomo alle spalle, ma non era provato.

Ora, Januzzo Cordamara stava in piedi di fronte al vescovo e, senza testimoni, stava rispondendo alle sue domande.

« Oh, Cimino di Lentini, oh, se lo conosco quel picciotto, lo chiamano ‘saio senza carne’ e a me non piace, perché quando mi vede non abbassa gli occhi, né si scosta dai suoi passi accanto ai miei! E lei sa, eccellenza come siamo noi siciliani, non sopportiamo chi ci guarda fissu. Ma… cos’è, eccellenza, vi ha in qualche modo causato offesa? »

« Peggio, caro Cordamara, ha recato offesa a Dio? »

« Oh, allora bisogna stirargli le orecchie! »

« Devi fare di meglio, caro il mio Cordamara, deve scomparire »

« E scomparirà, monsignore, che problemi ci sono, scomparirà… Come volete che accada, per un po’, un po’ tanto o --- »

« Per sempre, Cordamara. Tu non farmi sapere come, ma deve scomparire al più presto e per sempre. »

« Per vossignuria exllentissima questo ed altro. » 

 

La lingua siciliana nella società di quel tempo si stava evolvendo, perdendo vernacolo e cadenza, che era volgare per certi  letterati  raffinati, pronti ad allinearsi alla parlata Toscana, già in uso in buona parte dell’Italia del nord. 

 

Ultimati i preamboli, prima che Cordamara s’infilasse da una porticina segreta per uscire dalla stanza del vescovo, questi gli si rivolse ancora.

« Cordamara - ingiunse, pronunciando il suo nome ad alta voce - non mi chiedi più quale sarà il tuo compenso per questo servizio? »

« No, eccellenza, ormai so quanto siete generoso col vostro umile servo. »

« Ti piacciono le terre del lentinese? »

« Oh, madruzza mia santissima, se mi piacciono, eccellenza: le terre di quella bellissima zona, comprese le città vicine, Carlentini e Francofonte, sono una vera prelibatezza per la produzione di  aranci e mandarini! »

« Bene, ne avrai una fetta. »

 

L’indomani mattina, di buon’ora, Cimino come al solito si stava avviando a piedi per il convento benedettino. L’Etna, scuro e ricciuto, col suo pennacchio lungo come ali d’uccelli che dalla sua bocca s’alzavano in volo, fronteggiava Catania. Non sempre il vulcano era un placido, immenso camino fumante. Dentro, nel suo ventre, digeriva un fiume di lava che in qualunque momento del giorno o della notte s’affacciava ai suoi orli, pronto a scorrere impetuoso e rosseggiante per seminare panico e terrore sulle terre dei  contadini che sostavano caparbiamente ai suoi piedi.

A Cimino piaceva fantasticare, ma qualcosa nei suoi passi non quadrava, ebbe la precisa sensazione che la gente che di solito incontrava non fosse la stessa. Gli sembrò che in giro non ci fossero solamente amici, rilevando con insistenza che alcuni erano sicuramente volti nuovi. 

Non  ebbe dubbi: era controllato. 

Il suo pensiero corse al vescovo e alle sue terre che ormai erano ‘nelle intenzioni’ della Chiesa.

Arrivato al convento, indossò il saio, salutò i frati che già circolavano per i chiostri e si portò sotto un albero di faggio, legno duro per eccellenza. Qui  soppesò con gli occhi i rami, staccandone uno che gli sembrava adatto per quello che aveva in mente. Gli tolse le fronde e lo scorticò per bene fino in fondo, così da restare nodoso e forte. 

Poi lo tagliò a più di metà della sua altezza. Essendo di circa quattro palmi  e mezzo cm, lo soppesò sulle dita e avvertì che era ben bilanciato, lo fece roteare sulla sua testa come una frusta e sorrise.

Il padre di Cimino, sin da bimbo gli ingiunse che doveva essere in grado di difendersi sia dagli uomini che dalle bestie nel caso fosse aggredito. 

Ora, a pascolare le pecore c’era un loro dipendente, che era considerato la migliore ‘lama’ del circondario per come maneggiava il bastone. Difatti, il bastone, che per tradizione serviva a guidare le pecore al pascolo, nelle sue mani era come una sciabola affilatissima, capace di spaccare la testa di un essere umano in due, o picchiando sui lati delle orecchie  causare il decesso. 

Quest’uomo, considerato la migliore ‘lama’ di Lentini, poi morto di vecchiaia, era stato il suo maestro di scherma e di bastone. 

Bastone che Cimino faceva roteare con le dita sulla sua testa e attorno a sé come una veloce giostra. Così, dove colpiva, era la morte.

Cimino si portò a zappare la terra con il bastone nella mano camminando leggermente claudicante. Stava albeggiando, quando il priore gli si avvicinò.  

Aveva sulle braccia una brocca di coccio con dentro acqua di fonte freschissima.

« Cimino è per te. - esordì, guardando il busto del sole sopra i monti. Comincia a far caldo. Ti ho visto da una feritoia della mia stanza che zoppicavi, cosa ti è accaduto? »

« Nulla, priore, solo una storta che in un po’ di giorni si assesterà, non voglio sforzare il piede. Per precauzione, mi sono premunito di bastone. »

« Di cosa ti ha parlato ieri il vescovo? » riprese il priore, cercando di apparire curioso senza scopo alcuno.

« Ah, ieri? - rispose Cimino mostrando indifferenza - Nulla, voleva che per le festività agatine mi unissi ai picciotti che portano le candelore e a vara della nostra Santa Patrona sulle spalle. »

« E già - disse il priore mostrandosi perplesso - in fondo la festa di S. Agata, nostra magnifica patrona, è per dopodomani. Però, è strano, non poteva farti dire questo da me, una cosa così semplice? Non vedo lo scopo di convocarti in arcivescovado per una così banale richiesta. Non è che mi nascondi qualcosa? »  disse il priore, cercando di minimizzare le sue intenzioni nei toni della voce.

« E cosa dovrei nascondere? »

« Hai ragione cosa dovresti nascondere. Ma hai accettato di portare la candelora sulle spalle? »

« E come faccio, priore, sono zoppo… mi toccherà vedere gli altri sotto le candelore ed io godermi la festa. »

« Eh, già hai ragione, ma sei sicuro che il vescovo non ti abbia parlato d’altro? » chiese il priore con l’intendo di stuzzicarlo.

« Voi ne sapete più di me, priore - fu pronto a rispondere Cimino, accettando la sfida - ditemelo voi cosa potesse realmente volere sua eminenza il vescovo da me? »

« Oh, Cimino! - s’infuriò il priore, giocando a carte scoperte - Smettila di dare il formaggio al topo per poi farlo cadere in trappola! Io so benissimo perché sua eminenza ti ha convocato, ma tu cosa hai deciso? »

« Perché non mi avete chiesto voi quello che preme al vescovo?  Forse avrei detto di sì. »

« Quindi, hai detto di no? »

« Ho detto di no. »

« E sua eminenza che decisioni ha preso, te l’ha detto? »

« No, non me l’ha detto, mi ha lasciato in sospeso, alzando il dito per accomiatarmi. »

« Ah, S.Agata mia bedda, santissima, ragazzo, ma cosa hai fatto? - fece il priore conoscendo bene l’alzata del dito del vescovo per accomiatare e che non prometteva nulla di buono - Ti prego, ritorna dal vescovo, ritorna sulle tue decisioni! »

« Questo è fuori da ogni discussione, io non torno indietro, mio padre morirebbe due volte se lo facessi! »

« Che c’entra tuo padre, lui è morto e la terra è tua ormai, tu sei padrone di disporre e di fare. »

« Sì, ma lui non butterebbe mai la nostra terra, né io lo posso fare. Mi dispiace per voi, priore, ma non cedo alla prepotenza, né accetto un’idea che reputo ingiusta! »

« So bene che le tue idee, Cimino, sono blasfeme e ti creerai solo nemici. Come puoi solo pensare che una cattedrale sia un cattivo esempio come spesso affermi? I conventi, le chiese, le cattedrali sono lode a Dio, fonte di culto, di spirito sano negli uomini di buona volontà! »

« Sì, priore, ma io sono fermo come mentalità spirituale ai primi cristiani, alla preghiera spontanea, ai raduni in anguste grotte dove spesso mancava l’aria, l’acqua e il pane, ma dove nessuno si lamentava, e non ai fumosi santuari con i suoi costruttori e possessori di boria, di ori, di anelli  e di grandi ricchezze! Mi capisce, padre? » 

« No, Cimino, non ti capisco! Sei testardo e le tue sono parole fuori dal nostro secolo! » finì col dire il priore, facendo svolazzare l’orlo del saio, nell’allontanarsi.

 

L’indomani Cimino non si presentò al convento, era il giorno primo dei festeggiamenti della Santa Patrona e i catanesi si preparavano all’evento con gioia e scrupolosa coscienza. Preparavano dolci e pietanze particolari, allestendo il vestito della festa, lavando i capelli per le più belle acconciature annodate sul capo. 

Si avvertiva nell’aria la festa e tutta Catania n’era coinvolta. 

Oltre a questo,  la città si riempiva di visitatori arrivati da ogni punto dell’isola, soprattutto dalle contrade vicine, Misterbianco, Belpasso, Paternò, Adrano, Acireale, Giarre e tutta la popolazione che viveva all’ombra dell’Etna. 

Più d’una volta, il maestoso vulcano aveva sommerso possedimenti, case e vigneti che, i siciliani, testardi e masticando amaro, avevano sempre  ricostruito con più rigogliosa bellezza. 

I siciliani sono di scorza dura e scavano nel viso i segni della loro discendenza: fieri in ogni caso, sia col plasma nelle vene di biondi normanni, sia che fossero prevalenti i tratti saraceni, o degli antichi sicani che fra i primi popolarono l’isola triangolata,  formando poco per volta il loro carattere con tutte le persistenze dei precedenti abitatori. In più, un vero siciliano, difficilmente scende patti ed è disposto a rispondere all’offesa anche con il coltello e il sangue, nella certezza di essere un giusto o di  essere un gigante uscito dal mare Mediterraneo, cavalcando filiformi delfini nelle sue acque.

Cimino, seduto in veranda, se ne stava ad ammirare un garofano rosso che Sarina, la sua serva, gli aveva messo sul piccolo tavolo dove lui era solito poggiare un libro. Nel passato,   non aveva badato ai fiori che Sarina gli faceva trovare spesso, ma stavolta fermò i suoi occhi su quel rigoglioso garofano.

Fu un attimo, poi osservò l’orizzonte e capì che non tutto ormai per lui era come ieri. 

« Padrone, padrone… » chiamò per due volte Sarina dallo stipite della porta.

Cimino da Lentini non l’udiva, si era assopito con gli occhi chiusi verso il mare e con sul viso una sottile malinconia che non è insolita nei siciliani.

Alla terza chiamata si svegliò.

« Sì? » sussurrò girandosi dalla parte della serva con gli occhi lucidi di cristalli bianchi, inequivocabile segno che Cimino aveva pianto nel sonno.

« Il pranzo, - annunciò - è  ora di mangiare. »

Sarina parlava con una voce zoppicata, timida, come se ogni volta che proferiva anche le più semplici parole, avesse paura di peccare o cagionare del male senza volerlo. Questa, era per lo più la caratteristica delle docili donne siciliane: amavano, sopportavano e non chiedevano mai pane a nessuno. In più, le serve di allora erano convinte che il padrone le dovesse possedere e lei, Sarina, arrossiva e s‘imbronciava quando il padrone di fronte ai suoi favori, al suo incedere acerbo ma flessuoso, non s’accorgeva di lei, né la strusciava passandole accanto.

 

La tavola grande, nella sala, era apparecchiata con la tovaglia ricamata di fino, i piatti e le posate e i tovaglioli erano allineati in perfetta coordinazione, anche se a mangiare era uno solo, Cimino di Lentini. 

La donna gli servì olive secche macerate nell’olio, insalata di agrumi zuccherata, verdure cotte, carne di coniglio, pane infornato dalle sue mani, vino rosso spremuto nelle contrade dell’Etna, dove la terra lavica fa crescere forti le viti. 

Alla fine gli portò per frutta, fichi d’india appena colti e ghiacciati in cantina. E fichi d’india essiccati per dolce, poiché il robusto sole di Sicilia comprime questo frutto tagliato a fette che, steso sotto i suoi raggi,  in pochi giorni lo orla di miele.

Cimino impiegò più del solito a pranzare. La finestra della sala era aperta e si vedeva il mare che quasi lambiva la sua casa. Bevve ancora un bicchiere di vino sul dolce fico d’india seccato al sole e poi si lasciò andare ai suoi pensieri. Ormai doveva aspettarsi il peggio, in quel periodo così oscuro,  trattandosi di terreni agricoli. 

Chi sosteneva il potere non andava troppo per il sottile e l’uomo che non aveva mai fatto connivenze, privo di potenti appoggi, o cedeva o moriva. 

 

Rivide il vescovo col suo enorme anello prezioso che, venduto, poteva sfamare più famiglie, il parroco, che Cimino sapeva essere arrivista per corridoio di popolo,  e con il timbro di voce che sapeva far girare e mutare ad ogni evenienza, il priore che nella sua semplicità era anch’egli preda di un ingranaggio mal pagato, i frati con cui aveva espresso parole e convinzioni, certamente riportate nel libro dei sovversivi contrari alla edificazione di una nuova cattedrale, ormai in mano al vescovo. In ogni caso, lui avrebbe dovuto essere più riservato, ma per Cimino di Lentini, la libera parola, la terra, l’onore e il non scendere a compromessi, si potevano anche pagare con la vita. 

Più oscuro di tutti gli apparve nel pensiero Januzzo Cordamara. Sapeva bene che egli, lestofante con più sfaccettature, poteva tramutarsi in un possibile sicario. Averlo prima incrociato nella basilica mentre s’avviava nelle stanze del vescovo, gli mise disagio ma non paura. D’altronde, se monsignore avesse voluto seguire la via normale, poteva inquisirlo e scomunicarlo per eresia in qualunque momento, essendosi opposto alla costruzione di una cattedrale decretata dal clero. Se ciò fosse stato, gli sgherri papali o i soldati aragonesi avrebbero già bussato alla sua porta. Cimino di Lentini, aggiunse un pensiero che gli causò freddo sulla schiena, se gli sbirri del vescovo non si facevano avanti come sembrava, egli doveva aspettarsi una visita diretta di Januzzo Cordamara o di qualche suo tristo incaricato. 

Cimino sapeva benissimo che in quei giorni la sua vita era come una catena: i frati benedettini che rapportano le sue idee e parole, il priore che inorridisce e si schiera a suo sfavore, il parroco che va dal vescovo apposta per lui, il monsignore che lo convoca, lo minaccia e si spazientisce di fronte al suo rifiuto di cedere le terre e Cordamara che entra in gioco come l’acqua che assesta e disseta i non possibili consenzienti. Cimino di Lentini stava per alzarsi dal tavolo. Sarina si fece avanti con passo leggero, era solita camminare al pari di un soffio per non fare rumori che potessero disturbare il padrone.

« C’è fuori un picciotto che ha chiesto di voi. » fece diretta senza un sorriso che le aprisse di più le labbra.

« Dove? » chiese Cimino anche se la fanciulla aveva chiaramente detto ‘fuori’.

« Fuori, - ripeté la fanciulla - fuori dalla porta. »

« Non l’hai fatto accomodare? »

« No. »

« Non ti piace? »

« No. »

Cimino non aspettò altro, prese il bastone in mano e fece finta di poggiarsi su un piede, portandosi sull’uscio. Sarina lo guardò cupa e incuriosita non sapendosi spiegare perché egli facesse finta di zoppicare.

 

Non era un picciotto, come si dice abitualmente di un ragazzo, ma sui quarant’anni, robusto, occhi scuri, baffi e ciuffo di capelli sulla fronte. Forse per questi capelli a ciuffo che lo ringiovanivano, Sarina l’aveva preso per un picciotto, oppure non gli aveva dato età come spesso succede alle donne di Sicilia che danno appena uno sguardo agli uomini e si fermano al fatto che possa piacere o no senza capirne l’età o la ragione. 

In ogni caso, dare del picciotto ad un uomo nella fantasia popolare, spesso,  era sinonimo dispregiativo.

« Che volete? » chiese Cimino senza farlo entrare in casa e tenendo il bastone saldo nel pugno dietro la mezza porta chiusa, fuori dagli occhi di quell’uomo, che egli giudicò cattivi.

 « Scusate, eccellenza - enfatizzò in fretta e con la cadenza del dialetto palermitano che era meno dolce di quello catanese, a volte anche stridulo fino ad infastidire - siete voi, no, Cimino di Lentini? »

« Sì. » rispose Cimino secco e senza sorridere.

« Sono Rosario Spinuzza e faccio parte di una santa congregazione di anime buone, stiamo facendo la raccolta di denaro per la Patrona. Sapete che domani è la sua festa? Se voleste fare un offerta. »

« Non siete palermitano voi? Non siete devoto a S. Rosalia? Cosa c’entrate con S. Agata? » disse Cimino senza fingere, mostrando chiaro il suo livore.

« Oh, eccellenza, molti palermitani sono riverenziali e devoti alla beddissima S. Agata! »

Cimino per non trattenersi troppo con quell’uomo e per saggiarne le sue reali intenzioni, mise mano alla borsa.

« Cosa fa eccellenza? » lo interruppe il palermitano.

« Faccio l’offerta di denaro! Non sei venuto per questo? »

« Sì, eccellenza, ma non è un’offerta di denaro che dovete fare. »

« Chi ti manda? »

« La congregazione. »

« Che congregazione? »

« Glielo dico subito, eccellenza, si chiama congregazione per la costruzione della nuova cattedrale in onore di S. Agata. »

« E che tipo di offerta dovrei concedere? »

« Terra, eccellenza, terra. »

« Io non ho terra per la tua congregazione. »

« E così sia, eccellenza, dunque, non avete cambiato idea? Non cambiate, no? »

« Ascolta, tirapiedi venuto apposta da Palermo, - rimarcò infuriato Cimino di Lentini, ma senza tirare fuori il bastone - di’ a Januzzo Cordamara che l’ho visto gironzolare per l’arcivescovado e intrattenersi con il suo pari vescovo e che non ho paura di entrambi! »

« Eccellenza io sono un corriere senza cavallo, dovevo solo parlare. E poi, chi è Januzzo Cordamara, io non lo conosco. Lo conoscete voi? »

« Fila! » urlò senza altri preamboli Cimino di Lentini.

« Filo, eccellenza, filo, ma posso prima ridere? » rispose il palermitano che rise, gli girò di spalle e si avviò a lunghi passi, muovendo vistosamente fianchi e braccia.

 

Uno scritto antico così parla della festività della Santa Patrona: S. Agata è permanentemente nel cuore dei siciliani. La devozione è  costante, e i tre giorni stabiliti per i grandi festeggiamenti, che si susseguono senza interruzione dal mattino alla sera, portano ‘a vara’ (fercolo),  fra due ali di folla. Osannata, attraversa  buona parte della città, incuneandosi nelle strade  popolari, nei vicoli e nei quartieri della ricca borghesia. I catanesi s’inginocchiano e pregano al suo passaggio, fanno più volte il segno della croce, urlando anche il suo nome.  Il vestito della Santa è d’argento, impreziosito d’oro, di rubini, di smeraldi, di zaffiri, di topazi e di brillanti. La  magnanimità dei siciliani è stata sempre così imponente che il tesoro di S. Agata ha fatto gola a parecchi briganti durante tutta la sua storia.

 

A vara s’avviava ora cadenzata ora aumentando il passo, portata sulle spalle dai più forzuti giovani dei vari quartieri di Catania o artigiani che ci tenevano a mostrare la loro forza segno di devozione e di riscatto nei vecchi rioni della città. A vara era seguita da pesanti candelore poggiate sulle spalle di uomini particolarmente forzuti che gareggiavano in corse sfrenate per arrivare primi in una strada in salita o in discesa. Non era raro che qualcuno cadesse, facendosi male seriamente e subito fosse rimpiazzato da un altro. Le candelore, invece, avevano un vessillo, con le insegne che indicavano la categoria e che spiccavano per bellezza di intaglio e fantasia di colori. 

C’era la candelora dei pescivendoli, dei fruttaioli, dei giardinieri, dei macellai, pastai, panettieri, pizzicagnoli e vinai. Ognuno di essi, reputava umiliante perdere le corse di bravura e forza. Non era raro che alla fine della disputa, fuori dagli occhi della Santa, nascessero risse e malumori, con qualche coltello che appariva come per incanto, sfolgorando veloce nell’aria. 

Oppure si covavano lunghe faide che si protraevano per anni. Perdere anche una sola gara, significava, per la categoria a cui tenevano quei gruppi di  catanesi,  vergogna e dileggio. 

Le strade della città erano addobbate a gran festa. Fiaccole, fuochi,  giocolieri, venditori di semi abbrustoliti nella sabbia, pistacchi rosolati al forno, mandorle e dolci erano dappertutto e la gente del popolo, anche con i figli neonati in braccio o per mano se più cresciuti, dava fondo ai risparmi accumulati durante l’anno per onorare S. Agata. 

C’erano devoti che si spostavano a piedi da lontano, camminando per più di trenta chilometri per ammirare la fanciulla martire che si fece estirpare il seno senza cedere d’un passo alle voglie brutali del nero musulmano, uno dei tanti briganti che avevano messo piede nella splendida isola dorata.

I soldati aragonesi stavano tra l’indifferenza della folla, solo qualche ragazzino li spintonava, facendo finta di cadere per poi ridere assieme ai compagni in corsa.

Cimino era tra la folla con il bastone in mano, facendo finta di zoppicare. Egli non poté fare a meno di notare Januzzo Cordamara in testa alla candelora dei pescivendoli. Era a dorso nudo, i muscoli tesi,  tarchiato  di collo, i capelli folti ed ondulati, gli occhi semichiusi per lo sforzo che gli ingigantiva la mascella e lo faceva sudare. 

La strada era in forte pendenza di discesa, quindi ancora più pericolosa delle salite qualora fossero in corsa, e le candelore tutte in quel momento lo erano. 

La candelora dei pescivendoli, alta e protesa in avanti, acquistava velocità palmo su  palmo, con Cordamara che gonfiava le vene del collo, sbuffando fiato caldo e sudore dagli occhi e dalle labbra. 

Dietro, le altre candelore cercavano di guadagnare vantaggio, senza riuscirvi. Cordamara spronava la candelora del suo mestiere, con urli e incitamenti che mortificavano l’aria in nome di S. Agata e per l’onore del suo rione. Gli uomini tutti, con le pesanti candelore sulle spalle, non si risparmiavano in sforzi, voce e incitamenti. 

La candelora dei macellai stava per superare Januzzo Cordamara, ma lui forte e caparbio, dopo aver lanciato un urlo d’offesa in faccia ai suoi rivali, si protese con i muscoli e le gambe, ritornando caparbiamente in testa. Nessuno, secondo Januzzo Cordamara, doveva superare la candelora dei pescivendoli e il suo capo. 

La corsa era quasi alla fine della discesa. La penultima candelora, quella dei fornai, fece uno sbalzo avanti e l’uomo in testa cadde. Tutti gli altri ruzzolarono e la candelora come per miracolo fu trattenuta in piedi dai portatori per lo più per terra, ma con le mani ferme, attanagliate sugli appigli del sacro cimelio. 

La candelora appresso non si fermò e quasi calpestando qualcuno, superò senza indugi i perdenti. La gente, uomini, donne, bambini, con in mano cornetti di carta pieni di semi di zucca abbrustolita, correva ed incitava, pressandosi e sgomitando con un urlo d’assieme,  come ad essere  un interminabile barrito di  elefanti  al grande trotto. 

Januzzo Cordamara si era poggiato sulla bara della sua candelora per qualche attimo di riposo, molti lo stavano abbracciando e complimentandosi con lui per aver vinto la più importante discesa di tutte le gare in palio. Cimino di Lentini si fermò a pochi passi da Cordamara, trovandosi viso a viso. Egli sorrideva, mostrando i denti. Cimino, senza esitare, si portò il pollice destro in alto sul naso e lo fece scendere lentamente fino alle labbra in segno di sfregio. 

In tale gesto, c’era la sfida aperta di Cimino di Lentini a Januzzo Cordamara. Quel gesto, usato dai catanesi quando c’era attrito fra due uomini di sostanza, Cimino lo aveva maturato durante i pensieri  dell’intera notte. Ed ora Januzzo Cordamara di fronte ai suoi concittadini che avevano assistito alla scena  ammutoliti o con smorzati  brusii, doveva dimostrare tutto il suo onore e rispetto per il lentinese, incontrandolo da solo, senza sgherri o amici prezzolati. 

Cimino stava facendosi largo tra la folla, il sole stava per tramontare ed incontrò Sarina a braccetto di sua madre, poichè il padre  era deceduto quando ancora era in fasce, coinvolto in una rissa. L’abito bianco, il rettangolo di lino ricamato sul capo e lo scialle di pizzo, la facevano più donna, più bella. 

Egli salutò con un cenno della testa e Sarina che sembrava cupa, sorrise. Poi madre e figlia si spersero fra la folla. 

Cimino, che in altre feste della Patrona aveva visto sempre la famiglia di Sarina insieme, unita, si stupì che questa volta non ci fosse con loro il fratello Rosario, suo servo.

« E bravo lui, - pensò, non avendolo mai incrociato con una donna - starà con una fanciulla, era anche ora! » Lasciata la calca,  pur udendo gli urli provenienti dal centro della città per i festeggiamenti ancora in atto, si avviò. Le strade attorno erano spopolate, la marina quieta. La Santa doveva rientrare nella basilica prima che fosse buio, così pure le candelore, ma le celebrazioni dei catanesi si protraevano fino a notte, gozzovigliando e bevendo vino e birra nelle taverne. Le poche nuvole, che non nascondevano la luna che si apprestava ad uscire, per l’indomani promettevano pioggia. 

 

Cimino stava rientrando per l’unica strada che portava a casa sua, ma stava all’erta, aspettandosi il peggio. Egli avvicinava i suoi occhi dietro ogni albero o cespuglio, tenendo saldo il bastone in pugno e facendo finta di zoppicare. 

Difatti, poco dopo, vide chiaramente che delle fitte macchie di capperi selvatici si muovevano senza che ci fosse vento. Cimino, senza mostrare paura, si avvicinò, aumentando di colpo il  passo e parandosi frontalmente nell’istante in cui  due uomini  incappucciati e con lunghi coltelli in mano sbucavano fuori.  

Egli fece roteare il bastone come un mulinello e il primo che era in avanti cadde stecchito senza un gemito. L’altro ceffo fece un passo di lato indietreggiando a salti di qualche metro. Cimino fece turbinare il suo bastone ora sul capo, ora sulle spalle o davanti a sé. 

Quell’arma era così minacciosa da mettere paura anche ad un demonio. Egli, avanzando, si espose alla luna e l’altro aggressore, ancora con l’arma in mano, si tolse il cappuccio, urlando: « Fermo, padrone, sono io Cosimo! » 

Cimino rimase stupefatto ma non smise di far girare vorticosamente il suo bastone in senso di minaccia, finché il suo servo non gettò il coltello oltre la strada dove si sentiva la risacca del mare sulla sabbia.

« Tu? » fece Cimino di Lentini senza abbassare la guardia,  col bastone fermo in pugno.

« Sì, io, padrone, il vostro umile servo, perdonatemi, non sapevo che foste voi l’uomo da scannare, solo quando la luna vi ha illuminato ho capito con chi avevo a che fare, altrimenti non avrei accettato l’incarico! »

« Chi ti manda? Januzzo Cordamara? »

« Non lo so padrone, ho avuto l’incarico attraverso l’uomo che avete appena ucciso. »

« E chi è costui, lo conosco? Togligli il cappuccio! »

‘Ecco, padrone, è Rosario Spinuzza da Palermo. » disse Cosimo, togliendogli il cappuccio.

« Lo conosco! - urlò Cimino - è l’uomo che è venuto a casa mia a minacciarmi di cedere le mie terre e a mettersi bene in mente il mio viso nel caso dovesse assassinarmi! Tu non hai visto quando è arrivato da me? »

« Non, padrone vi giuro, no,.. »

« Ah, sì, ricordo che quel giorno eri alla fiera di Scordia per mio incarico, per vedere se trovavi una brocca di rame, possibilmente antica. »

« Adesso ricordo anch’io, padrone: se Rosario è venuto quel giorno, ero proprio alla fiera e non ho trovato la brocca da segnalarvi come piaceva a voi. »

« Anche se dovessi crederti, rimane il fatto che sei un sicario e che volevi uccidermi per denaro. » rimarcò Cimino abbassando il bastone senza però rilassarsi.

« Ma se avessi saputo che eravate voi, non  avrei mai accettato quest’incarico, primo perché non avrei avuto scampo, conoscevo come maneggiate il bastone, ho visto allenarvi spesso nel vostro giardino, secondo, a voi non avrei mai fatto uno sgarbo. »

« E cosa me ne faccio della stima di un servo che ora so essere un assassino a pagamento? »

« E’ tempo di lupi niuri, patruni, di fame e di chi può acchiappare acchiappa! Ci sono più sicari nella nostra Sicilia di quanto i vostri e i miei capelli si possano immaginare. In queste condizioni, cosa deve fare unu comu a mia, che non sa né leggere e né scrivere, se non fare il sicario per arraffare qualche soldo, metterlo da parte e magari farsi una famiglia. »

« Io ti credevo onesto. »

« Pochi, padrone, sono troppo pochi gli onesti, ormai, siamo in pieno buio e sfacelo. »

« Ritorniamo a noi, non divaghiamo! - proruppe corrucciato e ancora scosso Cimino - Sei sicuro che non ti ha mandato Januzzo Cordamara per scannarmi? »

« Sicuro no. Una sera ho visto parlare fitti fitti Rosario e Cordamara, non so cosa si dicessero, ma il fatto che si conoscessero e parlassero… »

« Certo, è lui che vi ha ingaggiato. E dimmi, come avreste fatto scomparire il mio cadavere, non certo buttandomi in mare, presumo dovessi scomparire ‘in bianco’ senza che di me si trovassero più nemmeno le ossa. »

« Si, padrone, c’è già nel cimitero una fossa più profonda del solito, dove domani dev’essere sotterrato un morto di morte naturale, così, invece di uno, sareste stati due: voi sotto e il vero morto sopra di voi. »

 « Bene, non è distante il cimitero da qui, caricati il cadavere di Rosario Spinuzza sulle spalle, e andiamo a vedere questa fossa, se non ce la fai ti aiuto. »

« No, padrone, ce la faccio, ce la faccio, ma voi cosa avete intenzione di fare di me? » disse Cosimo, caricandosi il pesante fardello e avviandosi in direzione del cimitero.

« Non lo so ancora. » fece secco Cimino di Lentini, seguendolo di spalle.

 

Il cimitero sorgeva sui ruderi di una vecchia abbazia, dove nel giardino evidentemente i frati avevano creato le prime tombe di persone appartenenti alla loro congregazione. L’area faceva parte della città e nessuno si stupiva di quel cimitero a vista. Anzi, i credenti e chi ancora aveva nella memoria i propri scomparsi, passava e s’inginocchiava, oppure si faceva la croce in segno di riguardo e di rispetto per i morti. 

La fossa era stata scavata nella parte vecchia a ridosso dei  ruderi più alti. Era profonda più del solito, in modo che il cadavere assassinato, adagiato sotto, fosse coperto da uno strato di terra e ghiaia con sopra il secondo  vero cadavere della degna sepoltura.

Cosimo chiese a Cimino di Lentini cosa dovesse farne del cadavere di Rosario, anche se aveva ben capito che doveva prendere il posto del suo padrone.

Cimino gli diede l’assenso e lui lo sotterrò, aspettando poi altri ordini. 

Cimino di Lentini sapeva che non poteva perdere tempo: per lui il tempo ormai era divenuto un nemico. Così, senza pensarci due volte, ingiunse a Cosimo: « Seguimi, vado a regolare un conto, tu non intervenire qualunque cosa accada, e per non avere guai, stai nascosto. Esci fuori dal tuo nascondiglio solo se io sarò ancora vivo, altrimenti fuggi, fai quello che vuoi, sei libero di agire secondo tua coscienza. »

« Ho capito - disse mesto Cosimo - voi stanotte volete affrontare Januzzo Cordamara. E non pensate a me, comunque vada la cosa io ne uscirò malconcio. »

« Anch’io ne uscirò malconcio, ormai, ho già ucciso un uomo, ma ciò che ho deciso va fatto, non è solo una questione d’onore, o la mia vita o quella di Cordamara! La tua partecipazione, seguendomi, sarà la maniera di espiare i tuoi peccati d’assassino. »

Cosimo non aggiunse parola e seguì il suo padrone che s’era già avviato senza aspettare altre risposte dal suo servo.

Cimino sapeva che entrambi erano ormai in pericolo costante, aspettandosi pesanti ritorsioni sia da parte dei famigliari di Rosario che di Cordamara.

Le famiglie siciliane, avevano l’abitudine, di vendicare i loro cari in caso di morte violenta, anche se questi fossero briganti o sicari.

E questo lo sapevano sia Cosimo sia Cimino di Lentini. 

Inoltre, c’era il vescovo che voleva le terre di Cimino e le avrebbe ottenute facilmente, impiccandoli, tenuto conto che Cimino di Lentini era ormai un assassino, anche se per legittima difesa  e il servo suo complice.

I due percorsero alcune strade sconnesse e costeggiarono un boschetto; sotto s’udiva il mare infrangersi sugli scogli calcarei del litorale catanese. 

La casa di Januzzo Cordamara era nelle vicinanze e, tenuto conto dell’ora, non poteva essere rientrato dai festeggiamenti popolari ancora in pieno svolgimento. 

In ogni caso, egli, doveva transitare da lì forzatamente, essendo la sola strada obbligata che conduceva alla sua abitazione. 

Aspettarono acquattati fra gli alberi, vedendo di tanto in tanto  persone che rientravano stanche o brille dalla festa, inneggiando a S. Agata. Dopo un paio d’ore, videro arrivare Cordamara che, seppure in lontananza, fu immediatamente riconosciuto dai due, per la sua maniera larga e lenta di camminare, spostando i suoi passi da un lato all’ altro come fanno i colombi  tronfi e pieni di sé.

Cimino di Lentini gli si parò davanti col bastone sotto l’ascella, mentre Cosimo restò celato dagli alberi.

« Chi sei? Che vuoi a quest’ora? » chiese stupito Cordamara, mettendo la mano dietro alle braghe, dove celava un’arma.

« Non tu devi chiedere, Cordamara, ma io che sono l’offeso. »

« Offeso di che? Io non ti conosco! » rispose l’uomo arrivato dai festeggiamenti di S. Agata, dopo aver vinto le gare più impegnative di corsa e di forza.

« Sicuro che non mi conosci? Che non sai che sono Cosimo di Lentini, ricco proprietario terriero? Eppure chi hai mandato alle mie spalle  mi conosceva. »

« Mandato, mandato, io non ho mandato nessuno, chi ti conosce? Forse t’avrò incontrato qualche volta per le strade di Catania, ma quanto a conoscerti, solo adesso so il tuo nome e che sei catanese… »

« Lentinese, Cordamara, lentinese… ma, cos’è, tremi? » puntualizzò Cimino forzando i tempi.

« Io tremare? Di te? Ho capito! Tu conosci il mio nome ma non sai chi sono! »

« So chi sei: Januzzo Cordamara, un nome che non onora la Sicilia… » disse Cimino, brandendo il bastone a metà nel pugno.

« Conosco quell’arma - rispose sorridendo Cordamara - e se, come penso, la sai ben maneggiare, saresti troppo in vantaggio contro un coltello, la tua arma nelle mani giuste vale cento dei coltelli che io ho con me, o sei tu che tremi senza il bastone di pecoraio in mano? »

« Io non ho paura di te, Januzzo Cordamara, non te l’ha detto questo, vero,  Rosario Spinuzza che ora giace nella tomba al posto mio? »

Il sorriso di Cordamara si spense ed egli tirò fuori un lungo coltello curvo tipico di quel tempo di dominazione aragonese nell’isola, e senza esitare fu pronto a fronteggiare Cimino di Lentini.

« Te l’ho detto che non ho paura di te, Cordamara. »  riprese Cimino, buttando lontano da sé il bastone e traendo a sua volta un  coltello per combattere alla pari.

« Stai zitto, cozzula fitusa, hai buttato il bastone ed è l’errore più grande che potevi fare nella tua breve vita!’ disse ancora Cordamara, facendo un balzo di lato, poi dall’altro lato, passando il coltello da una mano all’altra con estrema abilità. Era agile e, Cimino, che confidava sulla sua muscolatura più asciutta, si rese conto di non avere quell’uomo in pugno. Cordamara non si esponeva alla luna e girando veloce, come se stesse giostrando con una candelora, si portò alle spalle del bianco satellite che illuminava quasi a giorno. 

Cimino, disturbato dai raggi lunari, non vide chiaro di fronte a sé e Cordamara gli fu addosso, colpendolo di striscio sul cuoio capelluto. Entrambi rotolarono a terra e per strano che fosse Cimino di Lentini avvertì contemporaneamente l’odore salmastro del mare e la punta del coltello di Cordamara che già stava per entrare nella sua carne dalla parte del cuore. 

Non si rese conto di tutto, vide una figura in ombra che colpì ripetutamente Cordamara con un grosso masso calcareo sulla testa. 

Poi vide ancora l’uomo che stava per ucciderlo sbarrare gli occhi cattivi, e girarsi di lato, lasciando cadere il coltello sul suo petto. 

Cosimo, con ancora il masso in mano, aiutò Cimino di Lentini ad alzarsi da terra, porgendogli la mano libera.

In piedi, Cimino osservò il suo servo e il corpo senza vita di Januzzo Cordamara.

« Di spalle ci vai pesante, vedo che non dai speranze. » disse spostando il corpo con il piede per essere sicuro che fosse morto.

« Se lo meritava, padrone, o la vostra o la sua vita, lo avete detto anche voi. E in fondo, se avessi indugiato ancora qualche secondo, vi avrebbe penetrato cuore e fegato non solo con la lama del coltello, ma anche con tutta la sua ferocia! »

« Mi duole, ma devo purtroppo ringraziarti. » rispose Cimino di Lentini, pulendosi la fronte macchiata appena  del sangue colato.  

« Eravate in vantaggio, padrone, non dovevate gettare il bastone, Cordamara era fituso e non vi avrebbe mai concesso armi pari se ne avesse avuto la possibilità. »

« L’uomo che non accetta compromessi per i propri vantaggi, rispetta anche le cose giuste, ricordalo. » disse Cimino, osservando di sfuggita la luna che stava per essergli fatale. 

« E sì, padrone - formalizzò Cosimo come a leggergli nel pensiero - la luna può essere rossa e generosa con gli amanti e crudele se fredda e chiara! »

Cimino di Lentini che non aveva sempre considerato Cosimo non più di un servo, bifolco ed analfabeta, dovette ammettere che era sensibile ed intelligente ed aveva il senso dell’onore, a suo modo.

Cimino riguardò la luna e non gli sembrò troppo bianca, si stava  ingrigendo e una rozza nuvolaglia si avvicinava ad essa per attanagliarla. Pensò anche al suo maestro di bastone alla sue remote lezioni, il primo avvertimento che gli aveva impresso, nel caso dovesse affrontare un aggressore, era che non doveva mai esporsi alla luce della luna, rossa o bianca che fosse, per non cadere in svantaggio di fronte al suo avversario. E lui non si era ricordato di questo, preso dalla foga come accade di solito al novizio, a chi ha appena cominciato a combattere per salvare la propria vita e per uccidere.

« Cosa ne facciamo di questo cadavere che già puzza, padrone? » chiese  Cosimo.

« Portarlo al cimitero e unirlo a Rosario Spinuzza, mi pare insensato… Non più tardi di domani, quando si noterà l’assenza di Cordamara che, tra l’altro, non si presenterà ai compagni di gara delle candelore, tutto si ricongiungerà a me e di conseguenza anche a te per via di Rosario. Avremo quattro picchetti di malintenzionati addosso: i palermitani, i catanesi, il vescovo e i suoi uomini e la sbirraglia aragonese. In Sicilia ormai non avremmo scampo! »

« Cosa volete fare? Pensate ad una fuga, padrone, al continente? »

« Forse. » fece Cimino di Lentini, scrutando il viso del suo servo che gli aveva ancora una volta nel pensiero.

« Non da solo, padrone! » disse terrorizzato.

« Perché non da solo? »  rispose asciutto Cimino.

« Perché voi da solo potete cavarvela, siete istruito, avrete senz’altro denaro, ma un servo analfabeta e che non possiede pecunia non ha speranze fuori dalla Sicilia! »

« E’ solo per questo? » chiese Cimino di Lentini, pieno di sottintesi, avendo già giudicato il suo servo intelligente e volendone saggiare le capacità più profondamente.

« C’è anche che io ho ucciso un uomo per salvarvi, e voi avete ucciso costretto ad uccidere, ma nulla cambia, siamo nello stesso fango, padrone, io non posso fare a meno di voi, e voi potreste ancora avere bisogno di me: voglio dimostrarvi di essere sincero e vero siciliano forte d’onore! »

« D’accordo - riprese Cimino con la luna ormai fasciata dalle nuvole e i rioni nel buio più totale - fai strada e avverti i tuoi famigliari che dobbiamo partire subito! »

« Come i miei famigliari? Che c’entrano loro? » esclamò Cosimo, accigliandosi forte sul rossore delle sue gote. 

« Non ci arrivi con la tua intelligenza? - riprese Cimino - Se non potranno prendere noi, i parenti di Rosario e Cordamara si vendicheranno con totale furia sulla tua famiglia, principalmente su tua sorella Sarina che è giovane. »

« E’ vero, sono famiglie sanguinarie e vendicative, potrebbero benissimo farlo, ma poi non dormirebbero di notte, li andrei a cercare uno per uno nel sonno! »

« Anch’io agirei così, ma questo non restituirebbe i nostri cari, se morti. » rispose Cimino di Lentini pensando anche ai suoi genitori.

« Ditemi come mi devo comportare, allora. » acconsentì Cosimo, convinto che fosse giusta la decisione di Cimino e che stava assumendosi un impegno generoso, non essendo uno della sua famiglia. 

« Bene, ascolta, fai così: prepara un carretto  e un  cavallo per me, e imponi ai tuoi di lasciare ogni cosa come si trova in casa, senza toccare nulla, senza portare nulla se non i vestiti che indossano. Prendili di peso se è il caso, ma non permettere loro di portare qualcos’altro, neanche una spilla. Chi verrà a cercarli, deve pensare  che si trovano ancora in Sicilia. Lo stesso vale per la mia casa, io ho del denaro nascosto in essa, sotto una tavola del pavimento, lo ritirerò e il resto deve rimanere inalterato, devono pensare che siamo nascosti nella zona o scomparsi ‘in bianco’ perché uccisi e sotterrati in qualche cimitero sconosciuto. Questo ci darà vantaggio per attraversare lo stretto di Messina. Una volta giunti nello stivale, non ci prenderanno più. »

« Farò come mi dite, padrone, ma sarà dura convincere la mia vecchia e Sarina, voi sapete che un siciliano preferisce piangere e strapparsi i capelli tutti i giorni piuttosto che lasciare la propria casa. »

« Vai, ora! » ingiunse ancora nel buio Cimino di Lentini.  

« E voi non mi seguite? »

« No, ci vediamo nella mia casa, tu fai come ti ho detto, io ho una cosetta da fare con l’aiuto di S. Agata… ma prima dammi una mano e buttiamo questa carne in mare, in Sicilia anche i pesci sono alla fame! »

 

Cimino di Lentini si portò nella chiesa della Patrona, masticando fra i denti alcune parole fisse: « Voglio vedere nei suoi occhi che faccia ha il diavolo! »

 

I festeggiamenti erano terminati e tutta Catania ormai stanca dormiva. 

Cimino fece il giro della basilica, trovò una finestra a vetri che ruppe senza indugio, entrando. Accese una candela, rendendosi conto di trovarsi nelle tombe di alcuni prelati. Imboccò le scale e fu nella navata principale della basilica. La Santa Patrona stava adagiata sul suo fercolo al centro, preparata per uscire al mattino sulle strade della città. Brillava sul viso e sui gioielli per via dei ceri accesi ai lati delle colonne che sostenevano i muri. 

Cimino non fu preso da cupidigia, vedendo tante ricchezze addosso a S. Agata. Rubare alla Patrona di Catania, non era solo un reato, ma anche un odioso disprezzo della fede, mancanza di vero onore in un siciliano. 

Sapeva dove andare, dirigendosi diretto in sagrestia. Aprì lo sportello della credenza e fu fortunato: sotto, in uno degli scomparti, trovò una cassetta dei ferri che servivano al sacrestano per i lavori di falegnameria più urgenti. Prese lo scalpello più grosso che infilò all’altezza della serratura della porta che immetteva nelle stanze del vescovo. Spinse e forzò lentamente, facendo meno rumore possibile, finché la serratura non cedette. Cercava la stanza da letto di monsignore e non si poteva sbagliare, tutta Catania era a conoscenza che il vescovo russava in maniera particolare e forte, tanto che chi dormiva nelle altre stanze, copriva le orecchie con del cerume. Attraversò il corridoio illuminato da lampade ad olio. Poi, appena girato, udì  nel fondo a sinistra un russare inconsueto che guidò i suoi passi alla porta della camera da letto del vescovo. Bastò  un tocco delle sue mani e l’uscio si rivelò aperto. Evidentemente monsignore soffriva di qualche malattia e i servi o i cerusici dovevano essere pronti ad entrare nel caso fossero chiamati d’urgenza.

Egli stava russando nell’ampio letto a baldacchino, con la biancheria bianca ricamata in oro, come tutto del resto. Cimino gli si avvicinò puntandogli il coltello alla gola, monsignore si svegliò con gli occhi sbarrati senza rendersi conto di cosa si trattasse, stava per urlare, ma Cimino gli tappò la bocca con una mano, stese il coltello sul suo petto e con il dito gli fece cenno di assoluto silenzio.

Il monsignore continuava a tenere gli occhi sbarrati, paralizzato dal terrore e senza sapere cosa fare. Cimino ancora con la mano sulla sua bocca e il dito in segno di silenzio, gli fece un cenno con la testa per indicargli, se fosse d’accordo, di mantenere l’assoluto mutismo. La riposta fu pronta, il monsignore abbassò ripetutamente il capo. Cimino riprese il coltello e glielo puntò di nuovo alla gola, e infine, gli tolse la mano che gli serrava la bocca.

« Zitto, eminenza - esordì - non siete in pericolo di vita, ma lo sarete se prima di urlare non mi fate parlare, chiaro? »

 « Si, sì - balbettò sua eminenza - ma che vuoi, perché sei qui di notte, nelle mie stanze, nelle stanze del tuo vescovo? »

« Eccellenza, io ho ammazzato due uomini stanotte, - proseguì Cimino mentendo a metà, essendo Cordamara stato ucciso da Cosimo - uno forse voi non lo conoscete perché arrivato fresco da Palermo, l’altro è persona a voi cara, Januzzo Cordamara. »

« Oh, Dio mio, cosa è accaduto? Mi fai paura, figliolo - disse il vescovo, cercando di rabbonire Cimino di Lentini, temendo ancora di più per la sua vita alla notizia che il suo sgherro era deceduto, ucciso da chi gli stava di fronte con un coltello alla sua gola. Il vescovo, vecchio, potente e ricco, aveva sempre avuto paura del dolore e della morte, malamente sopportava anche la puntura di un ago. Si raccontava fra i fedeli che una notte aveva urlato come un ossesso e ininterrottamente per la puntura di una zanzara. »

« Bene, eccellenza, visto che mi considerate come figliolo vostro, mi dovete fare un favore: io stanotte parto per Palermo, rifugiandomi sulle montagne di Montelepre, luogo inaccessibile per i vostri sgherri e per gli sgherri aragonesi, ma non certo per le famiglie dei due defunti che conoscono al pari di me ogni nascondiglio della nostra Sicilia e possono arrivare, se vogliono, in qualunque pertugio dell’isola. Ora sapete qual è il vostro compito, eccellenza, e il favore che mi dovete concedere, non dite a nessuno dove ho deciso di rifugiarmi, non mandatemi i vostri uomini o le milizie aragonesi, altrimenti, come vi ho trovato adesso, scenderò dalle montagne palermitane e vi avvicinerò, staccando la vostra testa dal busto, dopo avervi prima strappato gli occhi dalla fronte, chiaro? »

« Lo farò te lo giuro su Dio, ma tu non farmi del male né ora né mai! Io sistemerò tutto! - rispose  terrorizzato monsignore - Giuralo anche tu, su Dio, che non mi farai mai del male, giuralo! » 

« Lo giurerò e su Dio, monsignore, ma il nostro patto, come fosse stato fra due uomini intimi amici del demonio, deve completarsi con un altro vostro impegno, giurato su Dio: le terre della mia famiglia non si toccano! Voi le lascerete a chi le ho messe in mano. Il mezzadro e la sua famiglia è gente onesta, contadini che sanno sudare senza lamentarsi e che mi faranno avere il ricavato dei raccolti fino all’ultima goccia di olio, di grano, di agrumi o di foglia di verdura, come abbiamo stabilito soltanto sulla parola, con una stretta di mano! »

« Sì, lo farò, accomudu tuttu io, te lo giuro su Dio e sulla nostra amata Patrona, ma giura anche tu che non mi farai mai del male! »

« Ve lo giuro, monsignore, su Dio e la nostra Patrona, mai vi cagionerò  del male! »

Cimino da Lentini tolse il coltello per mettere alla prova monsignore perché non gridasse. Non lo fece. Per il vescovo,  la paura e il dolore fisico erano più importanti della vita degli altri e del denaro.

Cimino si allontanò dalla stanza camminando piano, senza far sentire i passi, varcando le porte d’uscita dell’arcivescovado e la finestra della basilica per trovarsi sulla strada. Qui prese a correre per arrivare a casa. 

 

Cosimo e la sua famiglia erano sul carretto, il suo cavallo con le briglie in mano a Sarina. Entrò come una folata di vento nella sua casa, aprì un listello di legno dal pavimento, prese la borsa con i soldi e saltò sul suo cavallo, seguito dal carretto guidato da Cosimo. 

Fecero tutta la marina catanese, per portarsi sulla via per Messina. La strada per Palermo si trovava dall’altra parte, e Cimino aveva mentito, nel caso il vescovo non avesse mantenuto le sue promesse. Ma Cimino di Lentini, che aveva ormai in mano le debolezze terrene di monsignore, era quasi sicuro che non l’avrebbe fatto. 

Questo per troppa paura e, altresì, per non alzare un polverone che sarebbe risultato amaro anche per lui, con due morti eccellenti della Sicilia malavitosa dell’ultimo scorcio di quel secolo di povere mani sospese nel buio.

 

La luna aveva lasciato in parte le nuvole che prima l’avvolgevano. Illuminava a sufficienza il percorso. 

L’Etna dall’alto borbottava e un rivolo di lava si vedeva scendere in lontananza lungo il pendio che portava al paese di Belpasso. L’odore del mare che giungeva dalle coste, era intenso e dava un senso di profumata frescura. 

La primavera in Sicilia arrivava presto. Era nell’aria e sui mandorli già gemmati o in qualcuno già in fiore. I quattro,  Cosimo con le briglie in mano, sua madre e la sorella rannicchiati sul carretto e Cimino di Lentini sul suo cavallo che batteva il tracciato.

Non galoppavano. Andavano a marcia sostenuta per non dare nell’occhio: era consueto che i contadini di quell’epoca si portassero presto sui campi rischiarati dalla poca luna, oppure al primo affacciarsi del giorno. Difatti, stava albeggiando, e Cimino vide in lontananza i primi carretti avviarsi per i campi e i giardini. Ingiunse alle due donne di coprirsi del tutto con la coperta che era sul carro, affinché nessuno le notasse. I contadini che ormai incrociavano a piedi o sugli asini ed altri mezzi, amavano salutare, poiché i siciliani se non toccati nella loro suscettibilità e nell’onore, sono squisiti e affabili, sapendo dosare bene i favori e i doveri dell’ospitalità.

Cimino di Lentini sapeva d’aver confuso le acque ai suoi eventuali inseguitori: un morto ‘in bianco’ sepolto senza nome e mai più rintracciabile, Rosario Spinuzza; un altro ucciso a colpi di pietra lavica, dilaniato e reso certamente irriconoscibile dai pesci che abbondavano su quel litorale marino, Januzzo Cordamara, Cosimo e i suoi famigliari scomparsi nel nulla, nel caso fossero collegati alla sua persona, avendo egli vivo il ricordo che il suo servo era un sicario al soldo dei due morti. Inoltre, Cosimo, aveva informato il vescovo del suo prossimo spostamento sulle montagne palermitane per darsi alla macchia. E questo era credibile agli occhi di monsignore, tenuto conto di quanto dettogli, di come l’aveva spaventato e di essersi addossato i due delitti, lasciando fuori il suo servo. 

Erano  a metà strada da Messina. Ed era quasi mezzogiorno.

Giunti nel paesino di Forza d’Angiò, Cimino disse al suo servo di recarsi dal pizzicagnolo per comprare pane caldo e companatico, vino e frutta. Avrebbero fatto una sosta in campagna. Non potevano fermarsi nelle taverne per alimentarsi e riposare, dovendo evitare di  dare dell’occhio.

Fermi sull’erba, dentro un bosco, i quattro mangiarono, dopo aver provveduto a rifocillare i cavalli.

Subito dopo, furono le stesse donne a dire di mettersi in cammino, non volendo apparire deboli e d’impaccio. Non sapevano nulla di quanto era accaduto, non c’era stato tempo di raccontare, ma, a seguito di una fuga così precipitosa, capivano la gravità della situazione e che il congiunto e Cimino di Lentini erano in  seri guai.

Le donne stavano sparecchiando, Cosimo era sul carretto pronto a partire e Cimino osservava i monti vicini.

Udirono dei passi arrivare dal fondo. Cimino si girò e notò dal modo di vestire che non erano siciliani, ma di tutt’altra parte, forse albanesi. 

C’erano parecchie colonie albanesi sui monti da tempo immemorabile, tanto che alcuni gruppi di montanari di quella parte della Sicilia, parlavano la loro lingua. Erano in quattro armati di doppi coltelli alla cintola che tenevano fermi con le mani.

« Ciao, paisà. » salutò Cosimo senza ottenere risposta.

Gli uomini ormai a pochi passi, si mostrarono con gli occhi alterati e minacciosi. 

« Cosa volete? » s’intromise duro Cimino di Lentini.

« Denaro. » - rispose uno dei quattro con i baffi e un cappello che sembrava il tipico copricapo dei briganti di montagna, parlando appunto siciliano ma con la cadenza albanese. 

« E poi? » chiese ancora Cimino di Lentini.

« Uno dei vostri cavalli, e la giovane. »

Le donne si portarono spaventate fra Cimino di Lentini e il carretto con sopra Cosimo. 

Tutto si svolse fulmineamente, i quattro estrassero i coltelli, il servo afferrò il bastone del suo padrone che stava sul carretto e lo fece volare fra le sue mani.

Uno dei quattro briganti, lesto di mano, avvezzo a situazioni cruente e pericolose, lanciò un suo coltello contro Cimino di Lentini, che si era distratto per afferrare il bastone. La madre di Cosimo, con slancio, si mise davanti al padrone dei suoi figli, parando l’arrivo dell’arma destinata al suo petto.  

Cimino di Lentini si portò avanti facendo roteare con estrema potenza il bastone. Il brigante più avanzato cadde stecchito. Il secondo, quello con i baffi, fece la stessa fine. Gli altri due, fra i quali l’uomo che aveva lanciato il coltello per uccidere, non aspettarono oltre, fuggendo.

Cimino si prodigò subito accanto alla donna con i figli già a lato e vide solo che la vecchia donna guardò la figlia e sorrise, guardò lui e chiuse le palpebre sul suo volto triste. Cimino di Lentini non indugiò oltre, saltò sul suo cavallo e col bastone in pugno, inseguì gli uomini per la campagna.

Avvistandoli, quasi sorrise per la irrefrenabile ferocia e voglia di vendicare la madre dei suoi servi. Fu loro addosso in pochi secondi, incuneandosi con il cavallo in mezzo a loro e il bastone saldo nelle mani. Ci fu un turbinio furioso, sudore sulle fronti e un mulinello omicida nella mente del lentinese che fece stramazzare i due lestofanti per terra, morti. 

Ritornato sui suoi passi, vide Cosimo e Sarina piangenti e addolorati che già preparavano la fossa per la madre. Capì che  nel dolore aveva prevalso la ragione di chi doveva continuare a vivere. Loro, sapevano che non c’era tempo per  fermarsi. 

E Cimino si rese anche conto che il sacrificio eroico e generoso della madre, il suo sorriso alla figlia, lo sguardo nei suoi occhi prima di spirare, erano i segni inequivocabili che aveva percepito l’infatuazione di Sarina per il suo padrone. 

Il cammino fu mesto. 

Cosimo aveva spesso gli occhi arrossati, pensando alla madre. Sarina, sotto le coperte, stava come imprigionata dal dolore. S’udiva, come una nenia, mentre cercava di soffocare lacrime e singulti. Decisero di costeggiare più che  possibile il mare, percorso ritenuto più affidabile. Poi, in uno dei tanti paesi di pescatori, videro un maniscalco con le insegne per il commercio di cavalli  e di carretti. Prima di essere notati dal mercante, si fermarono in una viuzza. Cimino di Lentini, chiese a Sarina se sapesse cavalcare. La ragazza rispose di sì. Si rivolse poi a Cosimo, dandogli del denaro e dicendogli di andare  a vendere il carretto a qualunque prezzo e di comprare un cavallo per la sorella, affinché viaggiassero con meno ingombro e più celermente. D’altronde, nella città di Messina, per attraversare lo stretto,  avrebbero dovuto liberarsi del mezzo e non sarebbero potuti passare inosservati.

« Mi dispiace per tua madre, - disse Cimino a Sarina, mentre il fratello trattava con il maniscalco  - non potrò mai disobbligarmi con te, la vita di una madre è il bene più prezioso che possiede una figlia, ed io non avrò mai abbastanza ricchezze per ripagarti della sua vita. »

« Ormai… » rispose Sarina, con l’apparente serenità delle donne di carattere, facendo affacciare, una silenziosa lacrima sugli occhi scuri che scese veloce sulla guancia pallida.

« E mia la colpa, avrei dovuto morire io, ha dato la sua vita per salvarmi. » proseguì melanconico Cimino di Lentini.

« No, voi non c’entrate, padrone, è il destino di noi siciliani che restiamo servi per morire di fame o per una coltellata. Anche mio padre per una banale lite con un vinaio, si prese una coltellata che gli forò un polmone. Oh, non morì subito, ma dopo sei mesi non c’era più. »

« Non sapevo di tuo padre. »

« Nessuno si vanta se il proprio padre muore di morte violenta, al massimo si può rimpiangere, come piangerò spesso la morte di mia madre. »

« Io… spero che un giorno finirà in Sicilia il tempo della fame, del rogo e del coltello. » rimarcò Cimino di Lentini alzando il collo e chiudendo gli occhi con un forte sospiro, ma non poté continuare oltre, perché interrotto dall’arrivo di Cosimo.

« Ho tardato - disse - ma, ho dovuto mercanteggiare al centesimo e in maniera taccagna per non metterlo in allarme, non volevo si facesse l’idea che nascondessi qualcosa! »  

I tre salirono sui cavalli, galoppando fino a che non furono alle porte della città di Messina.

La città era ben tenuta. Affollata e stravagante di commerci. 

Contadini e montanari scendevano dalle campagne e dalle montagne, riversandosi sulle strade fino a tarda sera con i prodotti della loro terra, muovendo scambi o vendendo, senza preferenze, o con  l’una o con l’altra cosa. I  mercati erano colmi di piccoli acquirenti, ladri, bambini, e curiosi. Altri, più ricchi, s’affaccendavano mercanteggiando tappeti, stoffe, vettovaglie, cesti di pesci, carne, verdura e frutta, spostandosi da un punto all’altro della città, caricando di tutto su cavalli, muli e asini a pariglia, coadiuvati  dai servi. 

Al porto, c’era un via vai di persone con le mercanzie imballate  perché giunte con le barche o i velieri  dal continente o perché venivano imbarcate per viaggiare sullo stretto.

Sarina si stupì di vedere due uomini che portavano in groppa un enorme pesce spada. Il mercato ittico della città era prosperoso e richiamava anche la gente della provincia. C’era ancora la luce del sole che brillava alta sui muri,  forse ne avevano  per un’ora. 

« Voglio chiedere quando è la prossima partenza di un veliero per il nord, e nel caso ci voglia troppo tempo, voglio tentare di attraversare stasera, non mi piace soggiornare a Messina, nemmeno per poco, è troppo pericoloso per noi. - disse Cimino di Lentini che aveva adocchiato delle grosse barche con i traghettatori a lato - Voi aspettate qui e badate ai cavalli, non solo a Catania operano i ladri, io provo a sentire. E poi, è meglio restare separati più che sia possibile. C’è molta soldataglia aragonese  in giro, e anche preti e frati. »

Al suo ritorno Cimino era scuro in viso.

« Non c’è niente da fare, il prossimo veliero che imbarca passeggeri e merci è fra cinque giorni e  per stasera le barche non traghettano. E’ già tardi, il mare ha correnti contrarie, e non vogliono rischiare, anche se avevo fatto una buona offerta, i nostri cavalli in cambio della nostra traversata. Erano felicissimi di accettare il baratto, ma rimandano a domani. Riconosco anch’io, guardando le acque, che sono pericolose al momento, ma il problema nostro è ora di dove dormire. Mi sono informato, non ci sono posti letto nelle locande e poi non mi sarei sentito sicuro in un luogo così esposto. E’ stata sempre così questa città, ha troppa gente che va e che viene e i letti per dormire non sono mai sufficienti. Già un’altra volta sono stato qui, quando ero di appena nove anni, e mio padre non ebbe il coraggio di attraversare lo stretto per vedere Reggio Calabria! Affermò che sarebbe stato come abbandonare la sua Sicilia, la sua terra! Io, invece, volevo andare a vedere l’altra parte. »

« Domani la vedrete, padrone - disse Cosimo con un sorriso - e anche a noi sarà concesso questo meraviglioso piacere. »

« Adesso,  però - riprese il lentinese - risolviamo  il  problema di dormire tranquilli. Restare qui, nel cuore del porto così transitato, non va bene. Avviamoci più in là, verso Ganzirri, si dice che si mangia pesce buono e cozze nere, dolci e grosse come quattro dita della mia mano; forse lì accetteranno la mie proposte. »

Ganzirri era un piccolo borgo di pescatori e raccoglitori di molluschi con molte barche ormeggiate per la pesca del più ‘cacciato’ abitante del Mediterraneo, il pesce spada. Le barche erano suggestive, provviste di  quattro remi e una lunga piattaforma di avvistamento, sormontata su un albero in verticale, e una  tavola orizzontale a prua, per il fiocinatore che doveva ‘cacciare’ ed  arpionare  il grosso e prelibato pesce. 

In quel borgo, le case erano edificate in pietra e paglia, con su spalmate delle sostanze vegetali che coloravano e preservavano le costruzioni dalle intemperie. 

I pescatori erano cordiali come del resto in ogni parte del mondo. Per giunta, non avevano malizia negli occhi come spesso si vedeva nelle persone che vivono nelle città più avanzate. 

Non c’era molta gente in giro, probabilmente il borgo si riempiva  di sera con i forestieri che venivano a Ganzirri per assiepare i locali dove si praticava la cucina tradizionale a base di pesce e  molluschi.

I tre senza scendere da cavallo si avvicinarono ad un pescatore tarchiato, con la pancia prominente e un berretto di panno largo sul capo. Egli era intento  a cucire una rete e non alzò la testa  nemmeno quando i tre cavalieri lo coprirono con  la loro ombra.

« Buon uomo, - si fece avanti in groppa al suo cavallo Cimino di Lentini che ben conosceva le maniere piuttosto riservate di alcuni pescatori di quella parte della Sicilia - cerchiamo una barca per attraversare lo stretto, sapete indicarcene una? »

« Per stasira signori? » rispose il pescatore senza distogliere gli occhi dalla rete e dal grosso ago. 

« No, so che stasera non si può andare per mare sullo stretto, per domani. »

« Io ho la barca. » enfatizzò l’uomo, alzando appena la testa e continuando a cucire.

« E per dormire? » fece Cimino.

« Per quello vi duviti arrangiare. »

« Impossibile. Tutta Messina e dintorni è come un uovo pieno di pulcini, non si trova un posto libero. »

« Io non so cosa farci, signore, non sono un albergatore, datemi una rete da cucire e ve la rammendo, ditemi dove dovete andare per mare e vi ci porto, ma non ho stanze per nessuno. » - proseguì serafico e con la filosofia spicciola di certi uomini di mare che hanno avuto una stretta e significativa predominazione greca.

« Voglio farti una proposta seria e onesta - soggiunse Cimino, scendendo da cavallo e mettendosi davanti all’uomo che abbassò il capo come se non avesse mai parlato.

« Che proposta, signore? » disse, senza più alzare la testa.   

« Noi abbiamo tre cavalli che, se venduti, ci potremmo ricavare una buona cifra, sono tuoi se t’impegni a portarci di là dello stretto domattina all’alba e di farci dormire stanotte sulla tua barca, procurandoci solo delle coperte. »

« Si può fare » disse l’uomo mettendo da parte le reti con scioltezza, balzando in piedi sorridente, allettato dal lucroso affare.

« Avete dove mettere i cavalli al momento? » aggiunse ancora dando uno sguardo compiaciuto agli animali.

« No. »

« Ho un tugurio dove tengo i miei attrezzi da pesca, farò del posto e ci metterò gli animali, poi domani troverò una sistemazione più adeguata oppure li venderò. »

I tre seguirono l’uomo che, avviandosi per le strade, indicò la sua casa come a tranquillizzare i suoi inaspettati clienti della sua specchiata correttezza.

« Quella è la mia abitazione, ci vivo con moglie e due figli. » disse con esagerata semplicità.

Fecero un giro e si portarono dietro la casa. L’uomo aprì la porta  della stamberga e dentro c’era di tutto,  stipato senza più un buco libero. Lì, senza perdere tempo, cominciò a buttare fuori le cose meno impegnative. Cosimo si fece avanti e lo aiutò. In pochi minuti i cavalli erano sistemati. Poi si portarono dove era ormeggiato il barcone d’alto mare, predisposto di timone e di albero per la vela.

« Questa è la mia barca. - disse con orgoglio - Domani all’alba partiremo e mi farò aiutare da mio figlio. Avrete fame, presumo: per mangiare, sapete dove andare? »

« No.  - rispose Cimino - Sapete indicarci una taverna? »

« Si vede che siete galantuomini e la madamigella che v’accompagna  è timida e graziosissima. »

« E’ la sorella del mio amico. » - si affrettò ad annunciare Cimino.

« Si viri. - confermò il barcaiolo - sono due gocce d’acqua. In ogni caso, noto che siete stanchi, se vi accontentate della cucina di mia moglie, potete mangiare alla mia tavola. »

Cimino di Lentini si girò dalla parte di Sarina e di Cosimo che assentirono. Sarina sorrise, anche.

L’interno della casa era tipica dei pescatori del luogo, pinne di pescecane e spade di pescispada essiccati e appesi ai muri, delle reti da pesca, un guscio di tartaruga gigante, poche sedie e di diverso tipo attorno ad un tavolo sistemato ad una gamba con tavoletta e chiodi, una credenza, due lettini, messi alla rinfusa, il camino acceso che serviva da cucina e da riscaldamento, un’entrata ad arco e senza porta, con su una tendina di vimini, stava ad indicare che di là c’era un’altra stanza, certamente la camera da letto dei due coniugi. 

La moglie era una donna che sorrideva sempre, piena di carne addosso e felice di non essere magra come un chiodo e capace di accudire bene i due figli, il maggiore  di dieci anni  e la sorellina di sette. I ragazzi, molto garbati, non si lamentavano mai, qualunque cosa il padre chiedesse loro. La madre non comandava nulla, chiedeva solo con gli occhi. Era una donna semplice. Se i figli non l’ascoltavano, si muoveva con sveltezza: lo faceva lei, prima che qualcuno fiatasse, convinta che l’esempio è l’educazione migliore che si possa impartire ad un ragazzo. 

Fecero le presentazioni. Naturalmente, i tre non concessero i loro veri nomi. Infine, il pescatore, andò nella stanza acanto, ritornando con delle coperte.

« Se volete, - sostenne - mentre mia moglie e mia figlia apparecchiano a tavula, noi possiamo portare le coperte sulla barca. »

Le strade erano ormai al buio, illuminate da qualche torcia qua e là. Le stelle erano come se ruggissero sopra una luna cangiante, simile ad una fanciulla coi colori sul viso per apparire  più rosata e  bella. 

« Domattina - annunciò il pescatore con l’aria di un gatto che si muove nel suo territorio - sarà una giornata di mare calmo per arrivare in Calabria. »

Poi si rivolse al  figlio.

« Tonino - comandò - vai nella nostra casupola, dove ci sono le masserizie, troverai confusione e tre cavalli, prendi il materasso intrecciato di paglia e portalo all’attracco. Servirà stanotte a questi signuri per non dormire sul tavolaccio della barca. »

L’uomo aveva parlato col figlio come un comandante su un veliero, con il tono di un vichingo dalla voce forte, e solo allora, giacché teneva gli occhi sempre quasi socchiusi, forse per effetto di miopia o  per suo carattere, illuminato da una stilettata  di luna, Cimino si avvide che aveva gli occhi grigio azzurro.

Al ritorno in casa, la tavola era apparecchiata con una tovaglia di lino bianco immacolato e dai ricami a fiore che certo stonava con l’ambiente pulito ma trasandato dei mobili e dei colori della stanza. Sulla griglia nel camino arrostiva un misto di pesce che emanava odore del mare e imbandito sui piatti c’era del pesce spada essiccato e del tonno in conserva, baccalà stufato con olive, patate, capperi e peperoncino, come solo la gente del luogo sapeva preparare. 

Il profumo era forte ed invitante.

« Prego, accumudativi - disse sorridente e ospitale la padrona di casa - sarà poca cosa ciò che abbiamo, ma la offriamo con animo, assai volentieri. »

Poi la donna fece un segno al marito, indicando le quattro sedie e lui si rivolse al figlio e alla figlia quasi vergognandosi.

« Tonino, e anche tu, Giacoma, andate dalla vicina a farvi prestare tre sedie, e dite che abbiamo ospiti importanti! » disse senza vergognarsi, poiché era chiaro che tra vicini si favorivano l’un l’altro.

Da questo e da altri particolari, Cimino si convinse che per quella famiglia di pescatori il loro arrivo nella loro casa era un evento straordinario, legato anche al fatto che la generosità mostrata dai tre, che cedevano i propri cavalli per una traversata sullo stretto, capitava  una sola volta nella vita. Né, tra l’altro, il pescatore si sentiva in dovere d’indagare ponendo domande. 

Un siciliano, gentile d’animo, si basa sulle sue intuizioni nel giudicare il bene e il male dei suoi simili. 

 

L’indomani, l’alba era densa di profumi di mare e di fiori per la brezza che arrivava dai monti. 

I tre avevano dormito sulla barca profondamente. La stanchezza del viaggio, gli eventi, la libagione alla tavola del pescatore, accompagnata da più vini bianchi, compreso lo ‘zibibbo’ di Lipari, isola a poche miglia di mare da Messina, e i dolci alla mandorla fatti in casa dalla moglie, avevano fatto le veci di un sonnifero. I tre s’erano addormentati vicini, Cosimo a fianco di Cimino di Lentini e la sorella allato del fratello, ma di piedi. La notte era trascorsa tranquilla e Cimino di Lentini ebbe l’impressione che, nel sonno, Sarina, avesse dormito con le mani poggiate sulle sue caviglie, essendo egli più lungo del fratello.

Furono svegliati dal marinaio e dal figlio Tonino.  Sarina si stava premurando di arrotolare le coperte e porgerle al ragazzo che le avrebbe portate in casa, ma il padre disse di non preoccuparsi che sarebbe stata più comoda la traversata con delle coperte e un materasso a bordo.

Il ragazzo tolse con perizia l’ormeggio e con un salto fu sopra la barca, mettendosi subito ai remi, il padre srotolò la vela. 

Fuori del porticciolo, il mare era già turbinoso e Sarina sbarrò gli occhi, il pescatore la tranquillizzò.

« Non vi preoccupate - disse - il mare qui, quando è calmo, fa sempre così. »

« Voi dite? - fece Sarina ancora preoccupata del mare nel suo ignoto - A me sembra che dai gorghi debbano uscire degli enormi pesci per divorarci. »

« Tranquilla, madamigella, sono i gorghi di più mari che s’incontrano nel nostro stretto che fanno quest’ effetto, in realtà non c’è pericolo. Magari avessimo questo mare sempre così quieto. » riprese il pescatore, ripetendo nelle ultime parole ciò che aveva affermato poco prima.

A vela spiegata e con il timone in mano al ragazzo, il natante navigava veloce per i venti che spiravano sulle acque. Sarebbero arrivati dall’altra parte dopo circa un’ora. La barca a volte sobbalzava e s’inclinava ai lati, ma il ragazzo era qualificato e mantenne la rotta, nel punto più breve dello stretto, portandosi distante da Messina velocemente.

Al largo, Sarina, ormai tranquillizzata, Cimino e Cosimo coi visi tesi, vedevano l’isola allontanarsi, farsi più minuta e una nostalgia visibile era già sui loro volti. Sul mare, da più parti, si vedevano le barche di altri traghettatori , le paranze dei pescatori con le reti già sulle fiancate e gli uomini che si salutavano da una parte a l’altra, chiamandosi per nome o urlando. Scorsero anche, senza staccarne facilmente gli occhi, le barche a quattro remi dei cacciatori di pesce spada con la vedetta sul traliccio e il fiocinatore ritto a prua, con la delfini era appuntita in mano. D’improvviso, al centro, sotto un cielo come di madreperla azzurra, fra la punta estrema della Sicilia e la punta arrotondata della penisola, s’affacciarono una moltitudine di uccelli stretti a schiera che, festosi, stavano attraversando, simili  a nuvole scure, il mare. Era un’ imponente massa di uccelli migratori, i più avanzati alla vicina primavera, che stavano percorrendo ad ali spiegate lo stretto, provenienti dall’Africa. Dopo averli seguiti, fino a vederli scomparire, notarono che erano quasi arrivati e un veliero si stava staccando dall’importante porto calabrese a vele spiegate.  

Tonino abbassò velocemente la sua vela e si mise ai remi, sotto la vigilanza attenta del padre, attraccando  più a nord di Reggio. 

Approdati sul suolo fertile che era l’inizio del continente, Cimino mise mano alla borsa per porgere del denaro al pescatore, anche per ringraziarlo dell’ospitalità che aveva saputo dimostrare.

« No! - disse questi, fermandogli la mano - Ci resterei offeso, eccellenza. I vostri cavalli sono più che sufficienti, e, poi, a me casa non è un taverna, ma una famiglia di pescatori che vi ha ospitato! »

« Capisco e vi ringrazio,  siamo anche noi siciliani e vi comprendiamo.’ fece Cimino di Lentini fiero e commosso, anche perché nell’addio, il pescatore gli aveva dato dell’eccellenza in segno di stima, anche se, né lui né gli altri, gli avevano concesso la fiducia dei loro nomi per non lasciare tracce ad eventuali inseguitori. 

« Posso ancora fare qualcosa per voi? »  aggiunse il pescatore.

« Sì - riprese Cimino - Potete indicarci un maniscalco, qualcuno che ha cavalli da venderci. »

« Certo, a trecento metri da qui, prima di arrivare al paese. Dite ad Alfio Ciumara, che è mio amico, che vi manda Filadelfio il messinese, pescatore e traghettatore, sono certo che non barerà sul prezzo. »

Filadelfio, prima che si lasciassero, strinse il polso di Cimino e di Cosimo, abbracciando Sarina che a sua volta abbracciò il  figlio Tonino.

« Grazie di tutto - gli disse  - sei già un uomo. »

« Ritornerete? » chiese il ragazzo.

Sarina guardò il fratello e Cimino di Lentini che rispose.

« Non lo possiamo sapere, forse. »

Il pescatore aggiunse: « Se passate ancora da Ganzirri, la nostra casa è sempre aperta per voi. »

 

Cimino, per i nuovi tre cavalli spese meno di quando avrebbe pagato in Sicilia, sapendo bene i prezzi. 

Al nome del pescatore Filadefio, Alfio Fiumara fu gentile e disponibile. Non che i calabresi non lo fossero, sia come indole e sia come cadenza dialettale, anche se un po’ più testardi e meno teneri, restavano vicini ai siciliani. 

Evidentemente Filadelfio godeva di buona stima in Calabria e i tre non avevano dubbi su questo. 

Un vero galantuomo, anche se fuori dal suo distretto, sa farsi  stimare.

« Cosa facciamo, ora padrone? » chiese Cosimo già sul cavallo.

« Ascoltatemi - rispose Cimino di Lentini - guardando per un istante una cicogna volare - non rivolgetevi più a me come padrone, non mi è mai piaciuto, mi rimbomba nelle orecchie come l’infame  canto dello schiavismo. Consideratemi un amico, è sufficiente. Riguardo a dove andremo adesso, è stato sempre mio desiderio visitare Reggio, prima città del continente. Mio padre mi impedì d’arrivarci e stamattina  abbiamo la possibilità di dissetare questa mia grande voglia! Inoltre, bisogna procurarsi una carta geografica e notizie fresche di dove andremo a poggiare i piedi, se non troviamo un veliero che ci faccia proseguire. »

Al galoppo arrivarono nella città di Reggio Calabria, a prima vista non sembrò dissimile dalla città di Catania avendo avuto parecchie simili dominazioni, si notavano le tracce dei greci, degli arabi, degli angioini, dei normanni, degli aragonesi anch’essi, parallelamente alla Sicilia, padroni della città. Poi, man mano che si addentravano per le strade e per le piazze, rilevarono le diversità fra le due città, principalmente il porto che era imponente e pieno di velieri con le insegne aragonesi. Cimino di Lentini si rese subito conto che nelle insenature mancavano le navi da trasporto e che la gente non s’affaccendava come aveva notato nella città di Messina. Il commercio era vivo ma non turbinoso. Ebbe anche l’impressione che ci fossero meno persone in giro, meno animali da soma e più preti e soldati.

D’improvviso Sarina lanciò un urlo. « Là, guardate là, ci sono dei mostri nel mare dello stretto! »

Cosimo guardò e fu anch’egli spaventato.

Cimino di Lentini sorrise osservando, sapeva che si trattava di un miraggio, non che l’avesse già visto, ma ne aveva sentito parlare più volte. Era come i miraggi del deserto, dove l’aria calda, riflettendo sulla sabbia, fa materializzare cose inconcepibili. Nel caso dello stretto di Messina, il sole, lo scirocco africano e il mare, davano quel tipo di miraggio, solo quel tipo di miraggio, chiamato Fata Morgana. Quest’ultima,  si narra, esistita ai tempi di re Artù.

« Calmatevi, è  un miraggio - riprese Cimino di Lentini, dopo il riso dilungato  - non avete mai assistito ad un miraggio? »

« Oh, sì, ma non di questo tipo e portata! » rispose ancora agitata Sarina, mentre il fratello corse in avanti per meglio osservare, ridendo apertamente per la prima volta. Difatti, lo stretto sembrò animarsi di pesci enormi che affioravano in superficie, gli edifici sulle sponde si univano al mare e la gente frettolosa ci camminava sopra come a levitare, distanziandosi e deformandosi, come accade alla pupilla di un occhio miope che s’allunga e si dilata a seconda della posizione assunta.

I tre s’accorsero di non essere i soli ad osservare il fenomeno, anche molti altri cercavano con gli occhi febbrili la scena, commentando incuriositi.

Ad un tratto, così com’era apparso, l’enorme miraggio che si era materializzato sullo stretto, scomparve con i suoi mostri e le sue fantastiche animazioni.

« E’ quasi mezzogiorno - disse Cimino di Lentini guardando la meridiana della basilica normanna sulla piazza principale della città - non sarà il caso di mangiare qualcosa? Andiamo in quella taverna sulla destra della piazza, mi sembra abbastanza decente. »

Dopo aver affidato i cavalli ad un maniscalco, entrarono nella taverna. 

L’interno era brulicante. 

Cimino si guardò attorno: i tavoli erano promiscui, assiepati d’avventori costretti a sostare a gomito di gente sconosciuta. Così, adocchiato uno strano tipo, un uomo pensieroso e con il bicchiere di vino vuoto in mano, vi si diresse, tallonato dai suoi compagni.

« Possiamo sederci? » chiese Cimino al vicino.

« Oh, sì, certo. »  rispose l’uomo colto alla sprovvista, dato che non era abituato a quel genere d’educazione.

L’oste si avvicinò al trotto  per prendere l’ordinazione dei nuovi arrivati.

« Vino locale - convenne Cimino, leggendo sul muro il menù  con i cibi del giorno - ceci a brodetto, pesce fritto, un cesto di insalata e una brocca d’acqua fresca. »

Stavano mangiando e Cimino osservava di sottecchi e con particolare curiosità quell’uomo accanto a loro che con gli occhi fissi sulle grandi botti poste di fronte, non ordinava vino.

« Voi non bevete, messere? » indagò Cimino di Lentini con gentilezza, avendo anche lo scopo di chiedere più notizie possibili per avventurarsi verso il nord.

« L’oste non si decide a riempirmi il bicchiere. » rispose l’uomo senza distogliere la sua fissità dalle botti di vino.

« Scusate, ma posso farvi una domanda senza che ne restiate offeso? » fece Cimino di Lentini, cercando di non indispettirlo.

« Potete, signore. » acconsentì l’uomo, senza nascondere una lucente malinconia, dopo aver fatto scivolare  gli occhi sui tre commensali seduti accanto a lui.

« L’oste non vi  mesce da bere perché ha paura che vi faccia male? »

L’uomo sorrise con un’amarezza che si notava spesso sul viso dei calabresi di quel tempo. E fece un gesto, strisciando il pollice e l’indice e mosse le medesime dita per dire che non possedeva il becco di un quattrino.

« Vi offendete se riempiamo noi il vostro bicchiere vuoto? » 

« Avete uno scopo, signore? » chiese l’uomo, non del tutto convinto di quel gesto premuroso.

« Sì, messere, desidero delle informazioni. » fece secco e con franchezza, Cimino, sapendo che certi uomini necessitano di sincerità per diventare loquaci.

« Siete delle spie? » esclamò l’uomo, fraintendendo e scurendosi in viso.

« Perché pensate questo, messere? » proseguì Cimino.

« Perché sono stato un soldato, ed ho perso questa! » proruppe l’uomo, mostrando la coscia destra mancante della parte sotto.

« Mi dispiace sinceramente, amico, ma non l’avevo notato e non siamo spie. Le uniche informazioni che vogliamo  chiedervi riguardano gli stati che dobbiamo attraversare. Tranne che voi, amico, non siate in grado di fornirci notizie sulle condizioni di disagi e pericoli a cui andiamo incontro, percorrendo le impervie foreste calabresi. Se sapete darmi risposte e volete che il vostro bicchiere sia pieno, accostatevi pure a noi. »

L’uomo si strisciò sulla panchetta dove era seduto e con il bicchiere in mano fu vicino a Cosimo, che alzata la caraffa versò il vino a tutti, cominciando dall’uomo mancante di una gamba.

« Cicciareddu… » sussurrò l’uomo interrompendosi e bevendo il vino avidamente.

« Cicciareddu cosa? » chiese Cosimo.

« Cicciareddu è  u me nomu, capite? »

« Come no! Siamo siciliani! Cicciareddu, o sia Cicciu o sia Francesco! » esultò Cosimo, potendo così dimostrare con fierezza la sua sicilianità.

« Mangiate con noi anche qualche pesce fritto, assorbirà bene il vino. » riprese Cimino, rivolto a Cicciareddu.

« No, signore, prima fatemi le domande. » 

« No, c’è tempo… prima mangiamo. » ribatté Cimino di Lentini.

Cicciareddu, a pancia piena e qualche bicchiere di vino di troppo divenne di lingua sciolta. Non stava più nella pelle. Voleva parlare. Spesso diceva, bevendo, che poteva subito rendersi molto utile, ma Cimino non gli fece aprire bocca, finché non terminò  l’ultimo boccone.

« Ecco, messere, è giunto il momento di farvi sfogare, parlateci ora della Calabria. »

« Oh, avete scelto l’uomo giusto, signore - rimarcò Cicciareddu con la bocca impastata di vino - conosco  la Calabria,  perché ci sono nato e ci ho combattuto in lungo e in largo, rimettendoci i miei avveri, la speranza e la gamba. Oh, gente di testa dura i miei compaesani, ma anche gente di sostanza, diffidenti e orgogliosi, capaci di mozzarvi la lingua se parlate male di loro, e, se osate toccare le loro donne, vi potrebbero squartare, ma anche capaci di accogliervi profondamente nel loro cuore se sapete come comportarvi. »

« E come si ci deve comportare per entrare nei loro cuori? » domandò Cimino di Lentini.

« Arrivare sinceri, rimanere sinceri e non cuntradilli mai. »

« Questo per le contrade e le città civili, ma nell’interno,  sulle montagne e lungo le coste disabitate? » 

« Uno sfacelo, eccellenza, gli angioini prima, e gli aragonesi fino ad adesso, ci derubano come fossimo bestie e, ognuno di noi, ogni calabrese, ha dato loro qualcosa di troppo: le terre dopo averle rese vive, sane e fertili, una gamba un braccio, un occhio o la vita per difendere il paese, la proprie donne, l’onore, … »

« Anche in Sicilia abbiamo avuto gli  stessi conquistatori e sopportiamo i medesimi vostri soprusi. » 

« Certo, siamo troppo vicini, per non soffrire le stesse pene, per non conoscere gli stessi volti degli stranieri che ci imbastardiscono e ci sbranano, ma i calabresi sono stati più toccati, basti dire che voi, con i ‘Vespri Siciliani’, avete avuto il coraggio di cacciare gli angioini a pedate nel sedere e noi che abbiamo cercato di seguire il vostro esempio, non ci siamo riusciti, tenendoceli in casa ancora per decenni! Uno sfacelo, credetemi, e oggi non è da meno. I calabresi sono così stanchi che scappano dalle città e dalla campagna e si rifugiano sulle montagne per non essere raggiunti dalla corona aragonese, dalle loro tasse e dalle loro angherie. Sapete, vi confiderò un segreto che mi ha raccontato un mio ex compagno di ventura: sembra che francesi e spagnoli siano interessati ad invadere la Calabria, forse avremo  di meglio, chissà… »

« O di peggio… »  aggiunse Cosimo con la sua a volte micidiale laconicità. 

« Toglietemi una semplice curiosità, messeri, dove dovete andare esattamente? » domandò  Cicciareddu.

« Più in su della Calabria, verso il nord. » rispose prontamente Cimino, non volendo far sapere del tutto le sue reali intenzioni.

« Perché allora non cercate di prendere un veliero che vi possa portare fino a Salerno? Sarebbe più comodo e almeno evitereste molti pericoli. »

« Al porto non ho visto velieri da trasporto, se non quelli militari, sapete quando ce ne sarà uno adatto a noi che faccia rotta verso Salerno. » s’informo’ Cimino.

« Stamattina ne è appena salpato uno, abitualmente ci vogliono parecchi giorni per il prossimo, tra arrivo, scarico e carico e nuova partenza. »

« Non abbiamo tutto questo tempo da fermarci. » ribatté Cimino, pensando alla sbirraglia e alle famiglie di Rosario Spinuzza e di Januzzo Cordamara che potevano già essere sulle loro tracce. Anche il  destino si era beffato di loro, avendo incrociato sullo stretto il veliero che poteva  portarli a nord se solo avessero traghettato la sera prima. 

« Ah, se è così. » fece Cicciareddu.

« Purtroppo! - confermò Cosimo - Ma una volta  avviati, di che cosa ci dovremmo guardare lungo il tragitto, di cosa dovremmo temere? » 

« Innanzitutto di madamigella. » riprese Ciacciareddu serio, bevendo un sorso di vino.

« Cosa? » fece Cosimo interrompendolo cupo, mentre la sorella sbiancava e Cimino prendeva ad accigliarsi. 

« Oh, non vi offendete, e non fraintendetemi, vi prego - aggiunse, posando il bicchiere ancora a metà - devo essere sincero con voi: madamigella è semplice e bella e guarda solo quando e necessario e dove è necessario. Una fanciulla così pura e particolare, non passa certo inosservata, farà gola ai briganti delle strade, alla soldataglia affamata di donne e di stupri, agli sbandati, agli sfaccendati  e ai capi rione che non mancano in tutta la Calabria! »

« E oltre che per l’incolumità di mia sorella, di cosa dovremmo guardarci ancora? » chiese Cosimo, con il viso tumefatto dai pensieri.

« Dei vostri cavalli, della vostra borsa e della vostra vita! »

« Siete stato sincero, amico, - puntualizzò Cimino - ma cosa dovremmo fare allora? »

« Tornare indietro, nella vostra bella città du liotru e di S. Agata. »

« Avete capito che siamo catanesi? » borbottò Cosimo.

« Sono bevuto, con una gamba in meno, ma so riconoscere i dialetti siciliani per esserci stato parecchio, assoldato dagli aragonesi per stanare i ladroni che infestano le Madonie e alcuni borghi palermitani. »

« Ma noi, dobbiamo proseguire, - ingiunse  Cimino di Lentini - abbiamo dei traguardi da raggiungere più su, nell’alto nord. »

« Almeno, signore mio - riprese seriamente preoccupato Cicciareddu - portate indietro madamigella o affidatela ad un convento di suore, qui a Reggio ce ne sono a bizzeffe, un’infinità! »

Cimino guardò Cosimo che restò come di pietra, poi portò gli occhi su Sarina che aveva ripreso colore sul viso, facendo ripetutamente diniego con il capo.

« Non abbiamo né donne né cavalli da lasciare indietro e la nostra borsa e la nostra vita la difenderemo, se necessario! » riprese Cimino di Lentini, bevendo d’un fiato un bicchiere di vino.

« Non vi manca il coraggio, signori e m’inchino, non so cosa dirvi d’altro. »

« Potete procurarci una carta geografica? » azzardò di getto Cimino.

« Io ho una carta geografica dettagliata della Calabria che ho preso dalle tasche di un ufficiale aragonese morto. »

« Potete cederla, la pagheremo bene? »

« Ve la cederei volentieri, siete stati gentili con me, ma, purtroppo, si trova in mano all’oste che è un usuraio, assieme ai miei migliori ricordi riuniti in un sacco. Sono spiacente. »

« Oste! - chiamò subito Cimino di Lentini - portateci ancora una caraffa di vino e il sacco che tenete per questo signore, desidero saldare il suo conto! »

L’oste non si fece pregare, ritornando di volata con un sacco di tela bianca ormai annerita e la caraffa di vino.    

« Ditemi cosa vi devo di tutto! » disse ancora Cimino di Lentini. Pagato l’oste, porse il sacco a Cicciareddu che non credeva più ai miracoli e aperto l’involucro, trasse la carta geografica in pergamena che mise nelle mani del suo benefattore.

« E’ vostra, eccellenza! » proruppe commosso.

Cimino la spiegò, rendendosi subito  conto che era di rara fattura,  preziosa e circostanziata in ogni suo punto, adatta per attraversare una regione sconosciuta.

Cicciareddu trasse ancora dal sacco un pendente  con l’insegna dei Cavalieri di Malta che poggiò sul tavolo.

« Madamigella, scusatemi, - sussurrò - siete credente? »

« Sì. » rispose Sarina arrossendo.

« Permettetemi, e vi prego di accettare, di farvi dono di questa croce in argento, avuta dalle mani del Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri  di Malta, per essermi distinto in più combattimenti. »

Sarina prima di accettare cercò con gli occhi inumiditi il fratello che le fece un segno affermativo, non perché la donna fosse del tutto assoggettata al fratello, ma perché questo era il costume e l’educazione dell’epoca. 

Cimino di Lentini si alzò per indicare che era ora di andare. 

Cicciareddu si mosse mettendo il vino in avanti.

« Non bevete il vino, eccellenza? » segnalò.

« Abbiamo bevuto troppo, non credete? L’oste ve lo terrà da parte e potrete berlo alla nostra salute anche domani. »

Cicciareddu rimase come inebetito di tanta cortesia e i tre si alzarono per andarsene. 

Cimino di Lentini trasse ancora del denaro dalla borsa e lo mise nelle mani dell’uomo, scomparendo all’istante. Non intese dargli il tempo di rifiutare per non intaccare oltre il suo orgoglio che era stato già ferito abbastanza, anche se tutto era stato fatto in totale simpatia e buona fede.

 

I tre, Sarina, Cimino e Cosimo, imboccarono la strada che li aveva portati a Reggio. Rifecero il tragitto del maniscalco che  aveva venduto loro i cavalli, osservando con piacere la riva che li aveva ospitati sbarcando e incitarono i destrieri al gran trotto. 

Avevano fatto provviste di cibo per viaggiare e coperte per dormire. Costeggiarono il Mediterraneo che si intravedeva alla loro sinistra. Osservando il mare si sentivano più sicuri. Quindi, cercarono di starne a fianco più che fosse possibile, evitando, con convinzione, le fitte montagne dell’Aspromonte e la rude Locride. Passarono luoghi, borghi e comuni importanti, senza avvicinarli, guardando spesso  la carta geografica e cercando di seguirne le indicazioni. Di tanto in tanto campeggiavano su strade biforcute e sugli alberi i nomi di contrade e paesi: Seminara, Palmi, Taurianova,  Polistena, Cittanova. Finché non arrivarono a Mileto, che sembrava un paese abbastanza esteso e tranquillo. Decisero senza indugio di fermarsi.

Nell’interno, i paesani, accolsero con estrema diffidenza i tre viaggiatori e gli uomini, chiusi nel loro mutismo, masticavano fra i denti frasi incomprensibili. 

E più che osservare,  fissavano con insistenza Sarina.

« Ritorniamo sulla strada. - disse Cimino di Lentini - non mi piace questo paese. »

Fecero il giro della piazza, girarono i cavalli, portandosi nuovamente per sentieri aspri e strade percorribili. Incontrarono contadini e boscaioli intenti a lavorare, tutta gente dei luoghi che non accoglieva volentieri gli stranieri anche se solo di passaggio. Qualcuno, ma raramente, salutava senza particolare entusiasmo. Chi s’avventurava per andare al nord o per arrivare al sud,  preferiva, con ragione, sfidare le vie navigabili infestate da sporadici briganti del mare, piuttosto che affrontare le impervie strade interne. I suoi abitanti, infatti, non erano gentili in quel periodo di particolare dominazione  della corona aragonese, considerata ladra e dispotica. 

Attraversando alcune campagne ricche di grano e alberi da frutta, a Cimino di Lentini piacque il nome di una città che stavano  per raggiungere, Vibo Valentia. 

Vi s’inoltrarono sicuri, attraversando le sue strade con l’intento di fermarsi. 

Volevano rifocillarsi  e acquistare provviste. 

Gli abitanti li guardarono con circospezione  e curiosità, ma loro decisi si portarono  dal maniscalco per ferrare i cavalli.

« Mi sembra una bella cittadina la vostra. »  disse rivolto al maniscalco Cimino di Lentini. 

« Lo è. »  confermò questi con palese arroganza.

« Potete ferrare i cavalli? » proseguì gentile Cimino.

« Come no! E’ il mio lavoro, lo faccio da trent’anni, come fossero stati trent’anni di gogna! » rispose quasi a sputare una spiritosaggine, ma riuscendo solo a rendersi antipatico.

« Vi ringrazio. - fece ancora Cimino  - Vi dispiace se noi ci  rechiamo dal pizzicagnolo per acquistare qualche provvista, nel frattempo? »

« Non mi dispiace, no, no, non mi dispiace per nulla! »  acconsentì l’uomo, come a dare frustate con la sua voce.

« Pane, pesce in conserva e carne secca, per favore, messere. » proferì Cimino di Lentini al pizzicagnolo che, senza sorridere, si apprestò a servirlo.

« Messere, - chiese Cimino, mentre l’uomo gli porgeva la merce acquistata - ci sono locande, più avanti, verso Salerno? »

« Non lo so, - rispose il pizzicagnolo, non riuscendo a formattare le parole che gli si rivolgevano  - forse a Salerno. »

« Ma io ho chiesto prima di Salerno! » incalzò Cimino.

« Non lo so, non so proprio nulla io, per me il mondo finisce dove c’è l’uscita del mio paese! » blaterò il pizzicagnolo, presentatosi come un oracolo. 

Era evidente che gli abitanti di quella zona erano, piegati, affamati, feriti ed impauriti  dalla sopraffazione soffocante di chi li aveva conquistati e dominati. 

Cimino pagò senza chiedere altro. 

Fuori c’erano un gruppetto di quattro giovani mal vestiti e un quinto, un uomo dall’aspetto spavaldo e con una camicia bianca aperta fino all’ombelico, che non impartiva ordini a voce, ma che con lo sguardo si faceva capire dai suoi amici. I quattro giovani si pararono frontalmente.

« Voi - esordì uno di loro dall’accento volgare e strettamente calabro - siete ricchi, avete cavalli, denaro e una beddissima fimmina… Di dove siete, ah! »

« Paisà, - rispose Cosimo per dare tempo a Cimino di Lentini di guardarsi attorno e trovare una soluzione, nel caso ce ne fosse bisogno - noi siamo come voi, parliamo la stessa lingua, siamo della stessa razza, fratelli. »

« Sì, fratelli, fratelli, ma voi siete ricchi, paisà! » - fece eco il giovane, avvicinandosi minaccioso.

Cimino di Lentini, guardandosi attorno, si rese conto che il mastro ferraio non aveva ancora ferrato i cavalli che sostavano davanti alla sua bottega e il suo bastone era celato sotto uno di essi. Alla sua sinistra, accanto  alla porta del pizzicagnolo, c’era una sedia di legno duro. L’afferro’ e la fece roteare come un bastone sulla testa dei quattro ad una velocità incredibile, facendoli cadere feriti e disorientatati. Il quinto, il capo, sorpreso e impaurito di tanta veloce reazione, si gettò di lato sull’asfalto, per non essere colpito. Sarina e Cosimo che si tenevano per mano, erano già in corsa verso i cavalli, tallonati da Cimino che aveva buttato addosso al malandrino della cricca la pesante sedia. Il maniscalco uscì per impedire loro di montare sui quadrupedi. 

Cosimo, spinta la sorella in avanti, gli assestò una testata, facendolo ruzzolare a terra. I tre, lesti, saltarono sui loro destrieri, allontanandosi al gran galoppo, lasciando sbigottiti gli abitanti che  urlavano e sbraitavano al centro della strada, anche se gli animali,  ormai lanciati ad un galoppo sfrenato, erano scomparsi dalla loro vista.

« Non possiamo proseguire per Salerno, dopo aver chiesto al pizzicagnolo della città appena attraversata, precise indicazioni sul percorso che avremmo preso. » puntualizzò Cimino di Lentini, guardando la pianta geografica.

« Cosa pensi di fare? » chiese Cosimo al suo ex padrone che per sua volontà aveva voluto concedergli la parità. 

« Bisogna abbandonare questa strada che porta a Pizzo Calabro e spostarci più a desta, costeggiando il mar Ionio per arrivare a Catanzaro e da lì a Crotone che su questa pianta indica avere un porto di rilievo. Allungheremo, ma eviteremo di trovarci i ‘malandrini’ di Vibo Valentia che malconci avranno chiesto aiuto ad amici per mettersi sulle nostre tracce. » 

« Ne siete sicuro? - chiese Sarina che ancora non si era abituata ad essere più confidenziale con Cimino di Lentini - Non saranno stanchi di cacciarci, leccandosi le ferite dopo le legnate? »

« Al contrario, saranno inferociti, hanno incassato una pessima figura agli occhi dei loro compaesani e non possono farcela passare liscia! Sono malandrini, ne và del loro onore e credibilità. E poi i calabresi sono caparbi per natura, come i greci da cui vantano lunga discendenza. Oggi, sono oppressi dalle potenze straniere e  vorranno vendicarsi, prendendo i nostri averi come i conquistatori prendono i loro, senza farsi scrupolo di applicare la  legge del taglione: ciò che  mi fanno, io lo faccio agli altri! Una cosa è certa, però, d’ora in poi, finché non mi sentirò al sicuro, qualunque città attraverseremo, non toglierò dalle mie mani il mio bastone, a costo di fingermi zoppo a vita! »

 

Così, invece di proseguire per Lamezia, scesero per Soverato, dirigendosi verso Catanzaro, ma non per soggiornarvi, pur essendo una grande città, preferirono starne lontani perché edificata sulle colline. 

Stettero più vicini possibile alle coste  ioniche, notando qua e là tracce appariscenti della civiltà greca. Udirono anche  provenire spesso dalle foreste poco distanti, gli ululati dei lupi.

Stava per scurire e decisero di fermarsi. 

Notati alcuni casolari, non distanti dalla costa, osservarono bene l’ambiente, rilevando che poche  persone sostavano presso l’uscio.

« Fermiamoci qui per il momento - propose Cimino di Lentini - al limite proseguiremo e dormiremo durante la notte in riva al mare, ma ben celati da qualche anfratto, cespuglio o scoglio. »

Gli abitanti, piuttosto anziani, senza dubbio contadini, con i vestiti a brandelli o rappezzati in più parti, avevano arato e seminato poca terra e i giardini non erano ben curati. C’era poca frutta tra l’altro attaccata dai parassiti, i vitigni  feriti dal sole, una dozzina di animali da cortile e alcune caprette smagrite. 

« Buonasera. » salutarono i tre sorridendo al primo vecchio che si fece avanti. Gli altri erano rientrati nelle loro case dai tetti e dai muri malandati .      

« Chi siete? » chiese il vecchio per essere sicuro che non fossero malintenzionati, non del tutto tranquillo anche se c’era di mezzo una donna giovane che abitualmente veniva considerata una presenza serena.

« Non temete, messere - fece il lentinese - io sono Cimino di Lentini e questi sono i miei amici, fratello e sorella, Sarina e Cosimo. »

« Cosa posso fare per voi? » chiese il vecchio rinfrancato dal quadro incisivo descritto da Cimino di Lentini e dal loro rassicurante aspetto. 

« Vogliamo informazioni se possibile e dell’acqua che, anche se non fresca, ci soddisferà. Veniamo dalla Sicilia e siamo assetati. » riprese Cimino di Lentini stanco di non dire il suo nome e di dove proveniva, trovandosi ormai distante da Catania.

« Accomodatevi - accondiscese il vecchio, mostrando un sorriso d’asceta - abbiamo un piccolo pozzo e anche un bicchiere di vino se ne volete, per le informazioni spero di potervi essere utile. »

Il vecchio, camminando a fianco di Cimino, Cosimo e Sarina, in pratica sortiva da garante. Gli altri abitanti, maschi e femmine, uscirono fuori dalle loro case, facendo cerchio attorno agli ospiti. Si notava nel gruppo che mancavano i famigliari giovani e i bambini. Poi si portarono davanti al pozzo. Il vecchio che li aveva ricevuti, tirò su un secchio d’acqua e con un mestolo diede da bere ad ognuno di loro, iniziando da Sarina. Un altro anziano, dall’aria canzonatoria, propose di farli accomodare nella sua casa per offrire del vino.

L’interno era modesto e prettamente rurale. Poche masserizie,  una sola sedia, un tavolo sgangherato, una xilografia sgualcita di scena pastorale appesa al  muro, un lettino di paglia, frutta e uva secca legata al soffitto.

« Troveremo intoppi per arrivare a Crotone? » chiese Cimino al vecchio che li aveva ricevuti, bevendo vino in piedi come tutti gli altri, escluso il padrone di casa che stava seduto nell’unica sedia esistente in quella stanza.

« E’ possibile, ormai la Calabria non è sicura. Vedete i giovani, e le loro mogli e i loro bambini qui? No, amici. Sono sui monti, fuggiti dalle mutilazioni, dalle violenze quotidiane, dal baronato, da tasse e sopraffazioni! »  

« Vi riferite agli aragonesi, messere? » chiese Cimino di Lentini.

« Agli aragonesi? Oh, ai tiranni aragonesi, al clero, ai malandrini, ai manigoldi e ai loro fiancheggiatori di zona che succhiano il sangue a noi calabri! Sapete, signori, che  un tempo da qui a Reggio c’erano i raccolti più fiorenti di tutto l’emisfero, la gente più coraggiosa, l’armonia più perfetta, scuole prestigiose con a capo Platone e il suo discepolo Aristotele, Pitagora e tanti altri che preferirono soggiornare nella nostra bedda terra, invece di starsene in Grecia! »

« Come mai  - chiese Cimino di Lentini, anche se intuiva la risposta - non avete seguito i vostri figli, le loro mogli e i vostri nipoti sui monti? »

« Non siete siciliano voi, signore? E anche proprietario terriero, se non sbaglio? - rispose il vecchio, squadrando il volto di Cimino di Lentini  - Pertanto, dovreste sapere la risposta: uomini come nui non abbandonano la loro terra, piuttosto, chi ci spadroneggia, dovrà concimarla con la nostra carne e abbivirarla con il nostro sangue! Però, i nostri figli ci vengono a trovare di tanto in tanto.’ finì col dire il vecchio con evidente amaro rancore. »

La realtà di quei vecchi era che di lì a pochi anni non sarebbero più stati al mondo. 

La malinconia di non poter rivendicare un passato glorioso, sapere che i loro  giorni stavano trascorrendo senza avere accanto il conforto dei propri famigliari e la certezza del domani, li faceva vivere nel dolore.

Era tangibile la sofferenza del proprio stato d’animo, il terrore di essere stati soggiogati e decimati da uomini arrivati da lontano,  più forti, più cattivi e più potenti di loro, rendendoli più poveri della stessa povertà. E si può benissimo immaginare quando fosse realmente estesa questa loro sofferenza, costretti a vivere in totale indigenza, senza più  la campagna ricca di pascoli, le greggi, i caseari, l’artigianato e le  arti, dove vantavano scultori che  furono celeberrimi nelle loro zone. 

E poi le lettere, attraverso se stessi e i magnifici filosofi ellenisti. 

Di questo aveva parlato il vecchio e questo pensavano gli altri anziani del gruppo che si esponevano senza difese, con i figli suoi monti, aspettando dolce la morte, anche per mano violenta.

« Sapete se nel porto di Crotone, ci sono velieri passeggeri che viaggiano dallo Ionio all’Atlantico? » riprese Cimino di Lentini, dopo aver provato estremo disagio e pietà.

« Voi, signore mio - rispose il vecchio, allargando le braccia - mi chiedete troppo, noi non ci siamo più quasi mossi da qui e sconosciamo ormai le rotte dei velieri. Sono parecchi anni che non ci aggiorniamo sui nomi  e su le nuove civiltà dei mari, nel caso ce ne fossero. Siamo spiacenti di non potervi aiutare, ma, se volete, possiamo ospitarvi qui da noi, se vi contentate di un pagliericcio, anche in onore di madamigella che sarà certamente stanca. »

« No, vi ringrazio, messere, ma c’è una luna che è bianca come il latte delle vostre capre, preferiamo proseguire. » rispose senza indecisioni Cimino di Lentini, pensando che potessero, per un motivo qualsiasi, scendere i giovani delle montagne per andare a visitare i loro padri, ed egli non era sicuro che  fossero così cordiali e poco bellicosi.

Cimino e i suoi compagni proseguirono sotto la luna chiara. Si fermarono, quando un cartello in un angolo di alla loro sinistra, indicò il paese di Cropani, alla destra Isola di Capo Rizzuto e Le Castella. 

Non salirono a sinistra, portandosi  presso una stradina a destra che sbucava al mare. A ridosso, c’erano alberi d’alto fusto e cespugli.  Qui sostarono nel più assoluto silenzio, facendo abbassare i cavalli e consumando una cena frugale. 

Poi si prepararono per passare la notte. 

Non distante di dove avevano deciso di pernottare, ben nascosti, osservarono il mare placido  e un imponente castello normanno costruito nelle sue acque.

« Dobbiamo stare attenti - sentenziò Cimino - non tanto per i siciliani o i calabresi che ci danno la caccia da tutt’altra parte ormai, ma per una maggiore sicurezza. Dove ci sono paesi e castelli, albergano uomini e sembra che tutto il mondo si sia uniformato in quanto a rivalse, crudeltà e soprusi. Facciamo così: tu ed io, Cosimo, faremo turni di sorveglianza da due a tre ore ciascuno. E, appena farà l’alba, c’incammineremo per Crotone. »

Cosimo fece il primo turno. Il secondo spettò a Cimino.  E Sarina dopo un po’ s’affiancò a quest’ultimo.

« Non hai sonno? » chiese il lentinese stupito.

« Ho sonno - ribadì la fanciulla - ma voglio anch’io partecipare ai vostri travagli, decidendo per ogni vostro turno di passare mezz’ora con ciascuno di voi a farvi compagnia, chiacchierando, affinché vi si spezzi il sonno. »

« Sei gentile, e noto che stai cambiando, prendendo delle decisioni di tua volontà, oltremodo personali... »

« E che altro potrebbe fare una donna, nel caso volesse vivere e correre coi tempi? » proseguì Sarina, cercando argomenti che l’avvicinassero a Cimino di Lentini.

« Può curare di più la sua persona - sottolineò Cimino di Lentini, sorridendo - essere più femminile, acquisire sicurezza, passare dalla fase adolescenziale e dei sogni, alla maturità. civettare anche se vuole, nei limiti del contegno.. »

« Voi… »

« Non voi, Sarina, tu… »

« Tu - riprese la fanciulla - pensi che io sia civettuola? »

« Noi siamo, siciliani, Sarina. »

« Che vuoi dire? »

« Che i siciliani sono di natura prevalentemente araba e cavalleresca insieme, gelosi, passionali e possessivi. Una donna non deve apertamente civettare con proprio corpo, ma dialogare in modo da incuriosire un uomo, muoversi con grazia, indossando, magari, abiti fruscianti che celino la sua bellezza da occhi indiscreti. » riprese Cimino di Lentini, volendo essere aperto e facendo precisi riferimenti al comportamento di Sarina nella sua casa di Catania.

« Riconosco d’essere giovane. E come donna faccio ciò che posso, ma  nel mio armadio c’è un solo vestito della festa. O forse tu vuoi farmi rilevare la mia condizione di serva? » fece accigliata la donna, unendo le braccia e guardando le stelle che s’azzuffavano come pesci attorno alla luna.

« Perché? Io non ti ho mai offesa o trattata come una serva, né ho mai pensato di fartelo rilevare, ferendoti o toccando la tua dignità. Io, volevo dire, che non è sufficiente la semplicità, anche se fa brillare gli occhi ad un uomo, per essere una donna desiderabile. » insisté  Cimino di Lentini, volendo chiarire con i sottintesi, fino in fondo,  la posizione dei suoi sentimenti. 

« Quindi - si schermì Sarina, fermando per alcuni attimi la risposta e con le pupille ancora fisse alle stelle - tu credi che se una donna non è come tu immagini debba essere, non potrà mai far parte della tua vita? »

« E non è naturale questo? Aspirare ad un’immagine perfetta della donna? Non è in ciò la felicità concreta dell’uomo? »

Cimino di Lentini sapeva che Sarina s’era infatuata di lui. Aveva sempre provato questo sentimento sin dal primo giorno che aveva messo piede nella sua casa. La madre, assieme al fratello Cosimo, contrattavano sulle sue condizioni di servitù, ma lei non staccava un attimo gli occhi dalla figura di Cimino. Raggiunto l’accordo di tenere Cosimo a badare ai cavalli e alla poca terra intorno alla casa e Sarina alle faccende, lei aveva sorriso della decisione, iniziando a fantasticare sul bel cavaliere dagli occhi chiari e dai gesti garbati che le smuovevano forti e irrefrenabili sensazioni. 

Una sera, mentre il fratello Cosimo era a sbrigare un servizio per il padrone, lei si fece trovare sdraiata sulla panca della veranda, facendo finta di essersi addormentata e con le nude gambe non accavallate, consapevole che sotto il vestito non indossava indumenti di ‘riparo’. 

Un altro giorno, che lo avvertì arrivare di spalle, fece finta che non ci fosse. E si ventilò il viso alzando l’orlo della lunga veste. 

Nei pranzi, gli si piazzava in silenzio di fronte senza staccarsi un attimo dalla sua presenza, se non per servire. 

Al mattino, inoltre quando usciva di casa, l’osservava  sempre allontanarsi facendo finta di chiudere le finestre. 

Assorto nei suoi pensieri, Cimino di Lentini, si convinse che a Ganzirri, dormendo uniti nella barca, lei gli aveva tenuto le mani sulle caviglie durante tutta la notte.

« Io non so ragionare come te - riprese Sarina - non ho le tue belle parole per idealizzare un uomo. » 

« Ma volendo, ne saresti capace. »

« No, non credo di esserne capace! Io, senza aspettare un uomo in particolare, quando l’ho visto per la prima volta, sapevo che era lui... »

« E lui lo sa? Non ti sei chiesta se è felice delle tue intenzioni? »

« No, no, proprio no, non me l’ho sono mai domandato, ma, adesso, ripensandoci, non so cosa dire. »

 

Le stelle ora giocavano a migliaia sugli occhi di Sarina e il suo cuore s’inceppo’ come un fulmine nella terra, pronto ad esplodere in caso di pioggia. 

Non pianse nel sentire l’uomo che amava parlare con distacco di lei, come se non Sarina, ma un’altra donna avesse viaggiato con lui,   un’altra donna vuota di  sguardi e di debolezze d’amore. Né in passato, per Cimino di Lentini, avevano avuto significato le notti insonni che aveva perso ad aspettarlo dietro l’uscio di casa  per poi correre nel proprio  letto e lasciare la porta aperta, sperando che lui la raggiungesse. Così, nel buio che l’avvolgeva, lo teneva fisso nei suoi pensieri, dilaniante come una scure che affonda nella carne. 

Si ricordò anche, di quando, una notte, gli aveva raccontato che un ladro si era avvicinato alla casa ed armeggiato inutilmente cercando di scardinare la porta, per intenerirlo. Cimino, di fronte alle sue disperate lacrime, aveva palesato il dispiacere di non essere arrivato in tempo per affrontare il ladro, ma senza per questo prenderla fra le braccia e confortarla per lo scampato pericolo.

« Se è così - riprese Cimino incalzante - non devi macerare un solo tuo pensiero per lui, tu devi crescere, prendere le tue decisioni con distinta personalità, senza farti influenzare dalla sua presenza, senza aspettare il boccone di quell’ uomo come se fossi  il suo cane. »

« Perché non mi hai parlato così prima, nella tua casa in Sicilia? » fece Sarina cupa e amareggiata.

« Perché prima ero il tuo padrone. » rispose asciutto Cimino di Lentini.

« Ed ora sei  null’altro che un amico? »

« Un amico sincero, Sarina. Quando si è adolescenti, si scambia facilmente l’infatuazione per amore. »

« Ma io sono già una donna ed ho un cuore per amare! »

« L’amore non matura solo col cuore… »

« Dici che devo aspettare? »

« Non me, Sarina, io non tocco la mano di una  fanciulla, se è chiaro dentro di me che il suo è un sentimento puerile e non docilmente contraccambiato. L’amore si riconosce, lasciando maturare e viaggiare il fondo della ragione, come ho detto prima, non solo  il cuore. » 

« Già. - fece Sarina con un filo di voce  - Corrisponde a verità che tu sei discendente del poeta Giacomo da Lentini! »

« E’ mio lontano antenato, ma non amo la poesia, né ci ho mai messo ragione in vita mia, anche se non c’è oggi un siciliano che non scriva  versi o non canti per le strade una ballata dei Paladini di  Francia. » rispose.  

« Non scrivi versi, ma sei un biondo paladino, e in questo viaggio mi hai affiancato e difeso, rischiando la tua vita. » insinuò lei a muso asciutto, come a difendere per pochi attimi, nuovamente la sua posizione.

« Come un fratello, Sarina. E anche tua madre ho cercato di difendere, senza riuscirci, come fossi suo figlio. » confermò con malinconia Cimino di Lentini, mentre lei si allontanava senza più parlare.

Dopo, nel cuore della notte, Sarina si affiancò al fratello che montava di guardia e che sgranò gli occhi vedendo la sorella e perdendo, a mano a mano, quella sonnolenza che è tipica di chi monta di guardia durante la notte.

« Perché non dormi? - palesò - Sarai stanca del viaggio. »

« Non sono stanca più di voi e voglio confortare i vostri turni di guardia, è il mio contributo a questo viaggio. »

« Sei stata con Cimino durante il suo turno? »

« Non dovevo? »

« Tu sai che io sono geloso anche della mia ombra, e tu sei una donna, un frutto della Sicilia. »

« Ma non per lui, per Cimino sono una sorella. »

« E così dev’essere, non permetto a nessuno di mancarti di rispetto. O ti ha mancato di rispetto? »

« Te l’ho detto, per iddu sugnu nà sorella. »

« Ti ha parlato delle sue intenzioni, dove ha voglia di arrivare alla fine di questo viaggio? »

« Con me non si confida. »

« La tua voce, soru mia, dimostra ciò che pensi, quando parli. »

« E’ un difetto? »

« Sì, se è mia sorella a soffrire. »

« Perché pensi a questo? » 

« Tu lo ami, non ci piove, sorella mia. »

« Io amarlo? »

« Sì, e con la dolcezza e le passioni nascoste delle vere e sane donne siciliane… ma, attenta, che non ti faccia soffrire! »

« Non lo farebbe, nemmeno se io volessi, stai tranquillo. »

« E’ proprio come ho sempre capito, lo ami, dunque? »

« Ti ricordi quand’ero bambina che staccavo le code alle lucertole e aspettavo ore e ore sapendo che sarebbero ricresciute? »

« Oh, se lo ricordo, quante ne abbiamo fatte! »

« Ecco, non è più come quando ero bambina, non aspetterò che in lui cresca o maturi l’amore come fosse una coda di lucertola. Così ho preso delle decisioni. »

« Che decisioni? »

« Questo non è un viaggio da donna. »

« Cosa te lo fa credere? Prima non tenevi tanti discorsi. E’ per lui? »

« No, è che sto crescendo e lascio le illusioni. »

« Non dire fesserie. Ti ha toccato forse? »

« In che senso? »

« Non fare la scema. »

« No, assolutamente! »

« Tu, però, lo volevi. »

« Io volevo solo che m’amasse. »

« Ti ha detto chiaramente che non ti ama?’

« Non me l’ha detto perché non mi ha mai amato. »

« Prima cosa intendevi che questo non è un viaggio da donna? »

« Che vi lascio. »

« Come sarebbe che ci lasci? E dove vai? Dove puoi andare? »

« Ricordi Ciacciareddu che l’aveva preannunciato? Dovevo nascondermi, chiudermi in convento, senza nessuno che mi vedesse viaggiare. E tu, me frati devi accettare la realtà della mia decisione, alla prima possibilità di incrociare un convento, mi fermerò. »

« Io non sono d’accordo. Ne hai parlato con Cimino? »

« No. E’ una cosa mia e tua se vuoi, altrimenti… »

« Altrimenti cosa, io non sono d’accordo! »

« Ascolta, me frate se non ci fossi stata in questo viaggio, se io non mi fossi intestardita di stare al vostro fianco, fermandomi a Reggio Calabria in mano alle suore, voi avreste corso meno pericoli, vi sareste mossi in un altro modo, con più equilibrio, più celermente. Rifletti, anche se mi vuoi bene, io sono d’impaccio. »

« Tu sei mia sorella. »

« Sì, ma mi proteggeresti di più, nascosta in un convento, sarei certamente più al sicuro e tu potresti venirmi a prendere quando vuoi! »

« Sei cocciuta. »

« Rifletti… » disse,  poggiandogli la testa sulla spalla.

« Io sono contrario. » ripeté lui, senza pronunciarsi con la stessa forza di prima.

« Non parliamone più per stanotte, ti prego, e domani non accennarne a Cimino, te lo chiedo per favore, e se è il caso, se si presenterà l’occasione, decideremo. »

 

L’indomani mattina, preparati i cavalli, si apprestarono a partire, c’era l’odore del mare e l’aria sapeva di cocomero appena tagliato, grazie ad un venticello che spirava dal sud. 

Sarina era pallida e non aveva assaggiato cibo. Rifecero la trazzera per portarsi sulla strada che doveva condurli verso Crotone. Alla fine della stradina, c’era un drappello di soldati aragonesi che li bloccarono. 

« Dove andate? »  chiese il giovane ufficiale pieno di boria come una botte senza storia e senza vino.

« Siamo diretti a Crotone. » rispose Cimino di Lentini.

« Da dove arrivate? »

« Da Soverato. » mentì.  

« Siete di Soverato? »

« Sì. »

« Avete dormito in piena campagna? »

« Sì, signor ufficiale, eravamo stanchi e i cavalli avevano bisogno di ristoro. »

« Avete corso un bel rischio a pernottare di notte all’aria aperta in questa zona. » proruppe  fissando Sarina.

« Non sapevamo che questo punto fosse pericoloso, comunque non è successo nulla, segno che c’è una buona sorveglianza da parte delle autorità territoriali. »

« Chi è la señorita? »

« Mia sorella. »  rispose Cosimo.

« Vi somiglia, messere. »

« Lo dicono tutti, purtroppo… » 

« Cosa andate a fare a Crotone? »

« Andiamo a trovare il fidanzato di mia sorella che è un marinaio. » puntualizzò Cosimo sicuro di sé, e Sarina fece un segno affermativo col capo, sorridendo.

« Andate e fate buon viaggio. » augurò il giovane ufficiale, corrispondendo al sorriso della donna.

I tre s’avviarono al piccolo trotto, felici che l’ufficiale aragonese ignorasse i dialetti meridionali, altrimenti la bugia di Cimino di Lentini, cioè di essere della città Soverato, sarebbe stata scoperta. 

L’ufficiale avrebbe dovuto notare la cadenza diversa, anche se vicina e somigliante, tra la parlata siciliana e quella calabrese. Crotone non era troppo distante e la campagna conservava ancora alcune parti di splendore delle antiche distese seminate di grano, le bionde colline di cereali e di frutti. Questo non sminuiva la pesante recessione che si manifestava vivida in quella regione. Si poteva benissimo rilevare che grandi porzioni di terra erano incolte e le architetture greche e normanne si sfarinavano. Le fondamenta d’antichi edifici in disuso, erano impiegate dai calabresi nelle nuove costruzioni per risparmiare sull’acquisto di  materie prime, con grave danno alla storia delle civiltà. Solo gli artigiani, nelle botteghe per lavorare il ferro e il rame, davano segni di piena vitalità. 

Costeggiarono stretti lo Ionio, ammirando Isola di Capo Rizzuto, compatta nelle sue basi. 

Non era raro osservare le donne più benestanti che si affaccendavano nella preparazione della liquirizia, a stendere panni o funghi secchi da seccare al sole. Alcune, imbacuccate nei vestiti neri e il fazzoletto sui capelli che nascondeva il viso alla maniera araba, erano intenti a preparare nelle case dalla porte aperte, rosoli e prodotti caseari. Altre tagliuzzavano la frutta davanti all’uscio per approntare piccole quantità di marmellate. Nella classe più  popolare, segno di grave decadimento e  lacerante carestia, si notavano spesso, anche sulle donne i vestiti rattoppati e le scarpe mal conciate.  

Le signore più anziane vendevano ceppi di verdura, i giovani manciate di  frutta, che magari erano state raccolte di straforo nelle campagne altrui. 

Poi, il ciabattino curvo sulla panchetta, i maniscalchi sudati davanti al fuoco della fucina e vari artigiani di piccola portata che urlavano nelle piazze i loro mestieri e intrallazzi. 

Man mano che si addentravano verso la città di Crotone, i tre notarono che la gente si faceva più cordiale, i contadini salutavano al loro passaggio, i bambini alzavano la mano, come se ci fosse già l’influenza delle città più a nord, o come se fossero rimaste tracce profonde della civiltà classica. In primis la scuola medica di Alcmeone e il soggiorno per vent’anni di Pitagora, istituendo una scuola di filosofia scientifica. 

Prima di entrare a Crotone, osservarono stupiti i resti del tempio di Hera, con un’alta colonna ancora intatta dell’architettura greca.

L’entrata della città era fortificata da alte mura e il mercato si trovava alla sinistra dell’entrata. Si ammiravano in parte intatte le magnifiche costruzioni greche e normanne e gli abitanti in fondo si mostravano gentili, nonostante  i patimenti  dell’epoca. Stupiva anche che gli uomini fossero alti e muscolosi e le donne guardassero l’interlocutore in viso senza provare timidezza. Era evidente che la loro storia trovasse radici di grande civiltà e storia sportiva, delle quali non si erano ancora smarrite del tutto le orme.

« Andiamo direttamente al porto, proviamo a vedere che aria tira! » propose con un sorriso Cimino di Lentini, deciso ad imbarcarsi.

« Puoi dirci, per favore, dove hai intenzione di andare e di fermarti? » intervenne con rigido  cipiglio Sarina, anticipando  il fratello.

« Adesso che siamo abbastanza lontani dalla Sicilia e dal primo tratto di stivale dell’Italia, posso dettagliarvi le mie intenzioni. Ho  sentito parlare di una città moderna, in rigoglioso sviluppo storico, artistico e letterario! In questa città ho intenzione di recarmi, dove si dice che tutto stia nascendo, Firenze! »

« Io ho deciso di fermarmi. » disse Sarina decisa.

« Fermarti? » s’interrogo’ Cimino di Lentini, posando gli occhi sul fratello.

« Io non sono d’accordo! » rispose Cosimo.

« Ne avete già parlato? »

« Di sfuggita. » confermò Sarina.

« E dove vuoi fermarti? »

« Qui, a Crotone o nei dintorni, se trovo un convento di suore disposte ad ospitarmi. »

« Io non te lo permetto! » s’intromise ancora Cosimo.

« Non sono più un’adolescente o una serva - disse rossa in viso - e farò a modo mio, anche se fratelli o non fratelli, non sono d’accordo con me! »

« Allora è vero - disse adirato e cupo il fratello - che se una delle nostre donne attraversa lo stretto di Messina, non è più lei, non è più siciliana, cambia. »

« E’ inutile ragionare ora, - s’intromise Cimino - c’è tempo. Per il momento andiamo al porto per vedere se ci sono imbarchi e per dove. »

Il porto era ampio, abbastanza capiente per ospitare più velieri e altri mezzi. C’era una feluca araba, un veliero veneziano e alcune barche. L’interno era un formicaio, pescatori sfornavano come pane cassette di pesce. Un uomo, il banditore, stabiliva i prezzi e gli acquirenti  alzavano la mano per accaparrarsi  la merce migliore. Marinai arabi scendevano dalla feluca, mentre il veliero veneziano stava ultimando il carico per apprestarsi a partire. Molti soldati controllavano ogni cosa coadiuvati da ufficiali comunali per il visto e i pagamenti doganali.

« Quel veliero - indicò Cimino di Lentini - sventola le insegne della Serenissima e starà partendo per la splendida città di Venezia, ma distante da Firenze. »

« In ogni caso prima di partire bisogna risolvere la mia situazione. » riconfermò a muso stretto Sarina.

« Non vuoi capire che non è il caso, ah! » disse a voce alta Cosimo.

« Cosa vuoi impormi, me frate, la tua età che è appena maggiore della mia? » riprese Sarina, sfidando il fratello apertamente.

« Proprio! - rispose lui - Hai l’obbligo di ascoltarmi, sono  uomo, anche! »

« Ma non sei il mio padrone, e l’età, quando si è cresciuti, ha relativa importanza, non conta più se tu sei il fratello maggiore ed io la sorella minore, si ascolta solo lo spessore della ragione. » rimarcò senza spostare di un centimetro le sue intenzioni,  mentre Cimino di Lentini si stava staccando da loro, attirato da un forte trambusto dietro una barca issata su alcuni trespoli.