Presentazione

È una storia misteriosa carica di presenze inquietanti, di palpiti di poesia e d'amore.

Sembra di rivivere atmosfere lontane nel tempo, quando nelle grotte del Tassilli o di Altamira uomini dediti alla pastorizia e alla cacciagione, dipingevano con terre colorate e latte di capra gli scenari che erano passati davanti ai loro occhi nelle lunghe giornate senza tempo.

Nel libro scorrono paesaggi, uomini, donne, animali, con la cadenza di tamburi lontani che scandiscono pericoli e ricordi di amori senza fine.

Nel libro «Il paziente inglese» c'è una grotta chiamata "dei truffatori" dove una donna, aspettando l'uomo che ama, muore e tutto questo era scritto proprio nelle pitture preistoriche: un destino ineluttabile.

Il libro di Ferdy Gianon (Ferdinando Giannone), non si può spiegare perché ogni parola sfuggirebbe dalla realtà come un animale impaurito.

Si deve soltanto ascoltare la voce che giunge dal mistero, dove un vecchio dalla lunga barba può indicare la strada per ritrovare la verità.

In quelle figure di cavalli, di cervi, di tori, tracciate da uomini antichi si può ritrovare la nostra identità che spesso si annida nella grotta della nostra memoria.

Romano Battaglia

 

L'uomo di Lascaux 

Passioni e amori nel Paleolitico di un uomo meraviglioso che vive in ogni Tempo

 

A mio nipote Vincent Ilon Giannone

 

"Possiamo dividere, ce n'è abbastanza per me e per voi!" disse Ilon prontamente ai due uomini che si pararono di fronte a lui con fare minaccioso.

Uno dei due, quello con i capelli arruffati e il viso più inquieto come se il sangue gli scorresse più veloce sotto la pelle, rispose secco: "No! A te la testa e una zampa! E a noi tutto il resto!"

"Ma io l'ho cacciato e ucciso... - tentò di farsi ragione - E poi ci sono altri animali da cacciare in questa foresta e anche nella pianura..."

Ilon aveva parlato più sereno possibile.

Non cercava problemi né voleva creare in ogni caso reazioni violente.

Fece per abbassarsi nell'intento di dividere in parti uguali l'animale ucciso.

I due, con prontezza e senza dire altro, alzarono le mani e con pietre affilate che nascondevano nel pugno, lo colpirono ripetutamente alla testa.

Preso alla sprovvista, e già privo di forze per la lotta appena sostenuta con il giovane orso, Ilon cadde in avanti perdendo conoscenza.

Piano piano riuscì a svegliarsi dal torpore, si alzò con una sensazione di non esistenza, come se tutto si fosse fermato tranne il suo cuore.

Ci volle un po' di tempo prima di capire cosa fosse accaduto.

Dell'orso da lui ucciso gli erano rimasti solamente la testa e la zampa.

E il suo primo pensiero fu per la sua donna che lo aspettava.

Stava per imbrunire e capì di non avere più il tempo di cacciare e uccidere un'altra bestia.

Afferrò con veemenza i due pezzi dell'animale, avviandosi ad Ovest verso la caverna dove c'erano la donna e la sua dimora.

Correva Ilon, correva, come se un bianco lenzuolo di vento fosse dentro di lui.

Lunghe spine e pietruzze appuntite gli laceravano la pelle; entravano anche tra gli interstizi delle sue dita, senza risparmiargli le unghie lunghe che diventavano più scure per il doloroso impatto.

Di tanto in tanto, frettolosamente, estraeva dalla palma dei suoi piedi gli aculei più pericolosi e fastidiosi.

In basso la terra perdeva chiarore, ma mobili le prime stelle e la luna ombreggiavano il suo viso smunto che l'andatura sostenuta costringeva a tenere rivolto in su.

Prima di arrivare alla sua caverna percepì l'odore della sua donna; il senso dell'odorato era spiccato e fluido nella natura di Ilon; egli con l'istinto penetrante di un animale, avvertiva la presenza della sua donna come se gli fosse accanto.

La sentiva a sé, stretta come un manto di gazzella indossato al mattino prima di staccarsi dalle sue braccia e uscire da casa.

E per questo che, Ilon, spesso costretto a stare fuori un'intera giornata per cacciare cibo e pelli, non si sentiva mai solo.

Lei, Oseane, era un'anima in lui presente, era sua.

L'uomo, anche se primitivo, percepisce di continuo le giuste sensazioni, le fatalità d'ogni giorno con le prerogative del pensiero che è nella sua mente.

Pensiero che a volte rende un uomo felice perché vuole che sia così; a volte, invece, cerca l'infelicità perché egli è già infelice nella sua mente.

E non sono sufficienti le invenzioni più innovative per fargli cambiare maniera di vivere, le questioni d'ogni giorno.

L'umano è padrone di ogni tempo; arriva l'uomo di Neanderthal, l'uomo sapiens sapiens; l'uomo "Vivens", ma nulla cambia; e l'uomo assomiglierà sempre più all'uomo.

Nella caverna il fuoco al centro era quasi spento, il lume di sterco posto accanto al giaciglio di Oseane si stava affievolendo.

Lui gettò per terra il cibo che aveva portato e si inginocchiò al capezzale di lei che nell'estremo pallore sorrideva dolce come ad incoraggiare la presenza del suo uomo in quel luogo.

Ilon disse, rincuorandola e sfiorandole il viso con le dita: "Attizzerò subito il fuoco e metterò sterco chiaro al lume, cucinerò sul fuoco la parte migliore dell'orso che ho portato e mangeremo assieme!"

"Sì..." disse lei mesta, afferrandogli una mano e aprendo la bocca ad un sorriso dolcissimo che le immalinconiva i grandi occhi scuri.

Questo perché Oseane era da tempo sofferente.

L'anno precedente, una pioggia come non s'era mai vista, aveva invaso la caverna occupata dai due amanti; e lei era rimasta per troppo tempo toccata da quell'acqua spietatamente fredda che le stava causando brividi e malori continui.

Ilon gettò legna e sterco piuttosto scuro d'animale sul fuoco che, alimentato, riprese ad avvampare, scaldando l'ampia caverna.

Poi alimentò il lume con sterco chiaro manipolato come un sottile serpente piegato su se stesso; così la caverna si riempì di luce.

Afferrò poi lesto la zampa dell'orso, la scuoiò e la gettò sul fuoco; e di lì a poco si sparse l'odore buono della carne che arrostiva.

Si avvicinò alla sua donna rendendosi conto che stava male; era calda e l'affanno più consistente; sembrava un piccolo cucciolo d'aquila che, forte da adulto, mostrava tutta intera la sua debole vulnerabilità appena nato.

"Fra poco mangeremo." disse Ilon chinandosi su di lei e odorando i suoi lunghi capelli neri e agitati come un mare arricciato dal freddo.

"Aspetta..." disse lei fermandolo per il corpetto peloso.

"Ti ascolto..." proferì lui con calore.

"Mangia tu... Io non ho fame." fece lei.

No, tu devi restare cosciente. La carne che è sul fuoco ti darà forza." disse con cura e lasciando che una lacrima gli solcasse il viso.

"No, no...!" esplose lei.

"Ti prego, non dirlo nemmeno per gioco che non mangerai. - riprese lui - Io voglio che tu sia forte. E devi reagire. Reagire e mangiare."

"No, ascolta..." si fece lei implorante.

"No, tu devi essere cosciente. - ripeté Ilon - Io... ti aiuterò io a mangiare."

"Non preoccuparti... Sono felice, sai..." fece lei con le labbra come segnate da una matita di un colore brutalizzato.

"No! La felicità è nella guarigione della tua carne! Devi superare tutto ciò... Io ti aiuterò a guarire!" urlò ancora Ilon.

"Ascolta... Ho freddo... Vuoi farmi felice?"

"Sì."

"Scaldami... Fai l'amore con me, ora."

"Cosa...? no, non è possibile..." disse Ilon, sfiorandole la fronte con le dita.

"È possibile... Facciamo l'amore. Accoppiamoci come sempre, ora!" fece lei incalzante e cercando di imporre a se stessa la sua voce consueta.

"Ma... stai male..."

"Non sto male. Io lo voglio!"

"No."

"Sì."

"Amore... è impossibile." rispose Ilon non più sicuro di poterla quietare.

"È possibile... Io sto bene, starò bene. Sono io a pregare te... Io prego te... Ti prego." finì col dire lei sempre più implorante come davanti ad un tenero dio che ascolta le preghiere.

Ilon osservò le unghie smussate della sua donna che cominciavano a diventare viola cupo.

Le dita dei piedi bluastri.

Il viso ancora intatto ma di un bianco che gli ricordava la luna attardatasi in un lattiginoso mattino d'estate.

Ci fu silenzio.

Fuori le fronde degli alberi si baciavano l'un l'altra a loro volta baciate dal vento.

Ilon la guardò negli occhi.

Era come osservare un canarino ferito.

Non ebbe esitazioni.

"Aspetta un attimo." disse, avviandosi nella parte più stretta della caverna.

Qui, su una larga impalcatura di pietra rosso sbiadito, esistevano delle cavità naturali a guisa di ciotoline piene di pigmenti ottenuti da terre rese collanti da grassi animali o vegetali.

Ilon si sedette per terra.

Intinse le dita nei colori e iniziò a dipingersi il viso con linee rette o zigzagate.

Poi sul petto, all'altezza del cuore, disegnò sette quadratini che raffiguravano le splendide Pleiadi, costellazione detta anche delle Sette Sorelle.

Finito di tatuarsi, Ilon si avvicinò ad Oseane che fece un gesto alzando la mano dal basso in alto, come se l'aria dovesse giocare con lei, come se il tempo non fosse più suo nemico.

Si lumeggiò, osservando il suo uomo così deciso, splendido e pieno di colori; forte come mille tori che lei aveva visto più volte nella pianura quando l'estate capriolava sulle messi mostrando il suo viso più dolce.

Ilon, in silenzio, si portò teneramente sopra la sua donna.

Prestò attenzione ad usare i suoi gomiti come due potenti leve.

Così facendo, rimase muto, delicatamente sospeso nell'aria; sfiorava solamente i suoi fianchi.

Era nudo l'amato amante e il suo pube appena appena soffiava alcune parti del corpo di Oseane.

Librato nel vuoto, con le braccia ai due lati di lei, mimava un amplesso inesistente.

Lei trascorse alcuni attimi in sorridente agonia, convinta di essere realmente penetrata e sfregata dentro nel pieno dell'amore.

Poi Ilon si avvide che Oseane non respirava più ed era serena; era come se lo spazio attorno a lei si fosse mutato in nuovi colori di luce.

Si mise tutto di lato e strinse la sua mano che tenne per ore.

La zampa di orso era diventata anch'essa prima fuoco e poi cenere perché abbandonata a se stessa.

La storia di Ilon e Oseane era cominciata insieme, affine nei fatti e carica di dolorosissimi eventi negativi.

I genitori di lui erano partiti in gruppo per visitare e studiare un territorio lontano e non avevano più fatto ritorno, quando lui era ancora giovinetto.

Quelli di Oseane erano stati sbranati da un branco di iene chiazzate che li aveva sorpresi un brutto pomeriggio lungo il fiume.

La loro comunità, gli aurignacesi, popolo di gran cultura e di vaste proporzioni, amava spostarsi a piccoli gruppi, viaggiando perché sentivano forte il desiderio della conoscenza e dell'avventura.

Capaci di grandi risorse; erano i soli in tutto il territorio che vivevano in ampie caverne scavate a schiera dalla natura, sollevate da terra e poste su un'immensa parete di roccia rossa.

Le abitazioni situate a qualche metro d'altezza, davano loro una certa sicurezza da attacchi di animali feroci, permettendo anche di controllare eventuali intrusi e scoraggiare gli aggressori.

Tali antri, visti nell'assieme e da lontano, erano come rossi alveari di grandi e solide proporzioni.

Possedevano anche una superba cultura, positiva e molto avanzata.

Avevano inventato o perfezionato colori ricavati da terre ferrose e simili, nonché colori ricavati da foglie e da frutti che usavano con gusto e con spiccato istinto per la bellezza.

Coloravano abbondantemente la pelle del loro corpo, compreso il pene, ed ogni altra parte intima e nascosta.

Vestivano elegantemente e con civetteria usando anche, in diverse ricorrenze, piume di struzzo che attaccavano abitualmente sulla spalla sinistra.

Oseane era bella e semplice; parlava pochissimo, ma i suoi occhi erano la lingua della sua anima; immacolati, esprimevano illimitati sentimenti di indulgenza .

Lui, Ilon, aitante, ritto come un virgulto in crescita tenuto da un bastone, sapeva bene come muoversi.

Già cacciatore sin da ragazzo; pronto a tutto e felice di correre e rincorrere ogni animale del suo territorio.

Anche se di giovane età, essi si guardavano con interesse, aiutandosi l'un l'altra nel bisogno.

Qualora un altro giovane per invidia o gelosia parlava male di Ilon, lei sapeva come zittirlo; o apriva i suoi grandi occhi parlanti, e l'altro li abbassava; o adoperava la sua voce che, incisiva e da lei poco usata, era fortemente persuasiva.

Ilon, a sua volta, cacciava per la giovane Oseane scorte di cibo di animali d'ogni sorta.

Un giorno, portò ad Oseane tre code di toro nero oltre ad una buona parte della loro carne che lei accettò, considerandoli pegno d'amore.

Per questo tutta la comunità fu concorde nel sostenere che il giovane Ilon aveva nel petto un immenso cuore di toro!

Il sistema di caccia di Ilon era molto semplice ed efficace.

Scavava una fossa più piccola della lunghezza dei tori in maniera che solo le zampe e una parte del corpo vi entrassero.

Poi seguiva i tori da lontano e quando uno di questi si isolava, lui lo stuzzicava con i gesti o con un lungo bastone per farsi inseguire.

E quando il toro era troppo vicino a lui, e ne sentiva il soffio furente, la potenza e lo zoccolo scalpitante, egli faceva veloce il giro di un albero disorientando l'animale che rallentava la corsa.

Dopo il gioco diventava più semplice; egli di albero in albero si portava presso la fossa preparata precedentemente; e poi in un'ultima rincorsa... lui spiccava un agile balzo e l'animale rimaneva incastrato senza possibilità di scampo.

Ad Ilon ripugnava uccidere se non per necessità; e mangiare lo era.

Ma non avrebbe mai potuto uccidere un suo simile né fargli del male.

Spesso, molto spesso, fra i giovani della comunità scoppiavano violente baruffe; giocavano ad una finta guerra che talvolta sfociava con il ferimento o la morte di qualcuno.

Ilon era stato più volte coinvolto in queste dispute animalesche, ma egli non aveva cagionato mai a nessuno ferite permanenti, né la morte.

D'altronde, non c'era fra i suoi amici, una sola arma da taglio o a punta penetrante che riuscisse a scalfirlo; i suoi movimenti erano quelli di un ghepardo adulto che agile e muscoloso corre e salta di roccia in roccia per giocare o squartare un'imberbe preda.

Poi scoppiò una guerra fra comunità diverse.

E molti non avevano nella memoria ricordo di un simile evento.

Probabilmente era per questo che i ragazzi erano portati a giocare, a sfogarsi con un finto conflitto, mutilando spesso i propri corpi.

Nessuno di quei ragazzi aveva visto morire bruciati dal fuoco o spaccati da pietre affilate masse di persone o un bambino.

Insoddisfatto destino è quello che si cerca l'uomo che quando è in pace vuole la guerra come fosse il desiderio di una passeggiata.

E viceversa quando è in guerra, vuole la pace.

Ora, nella comunità di Ilon e Oseane, gli anziani stavano zitti e corrucciati.

Essi ricordavano bene le guerre passate; i tanti feriti, le mutilazioni, i morti, le devastazioni, il fittissimo dolore.

Ma i giovani inneggiavano.

Preparavano le armi più sofisticate da poter usare in combattimento.

E ne parlavano fra di loro.

Ebbri di guerra e di risa e già, senza che fosse ancora avvenuto, contavano i morti da mostrare.

Ilon si rese subito conto di quanto accadeva.

Non era più una rissa casuale fra ragazzi.

Ma una vera guerra con tutte le disgrazie che avrebbe portato a ciascuno di loro.

Con tutte le lusinghe dei potenti che vogliono vincere; di ragazzi che muoiono; della disfatta sia come sia; del più debole che cade; dell'incitamento alla battaglia; dell'incitamento al corpo a corpo facendo pensare ad un ragazzo di essere invincibile e di poter uccidere senza essere ucciso; dell'incitamento al fanatismo senza ragione e senza sbocchi per chi lo attua; dell'incitamento al sacrificio per un ideale che è un inganno; dell'incitamento all'odio che è già forte nell'uomo perché perdente di ogni dignità umana; e, poi, c'è una strana guerra... un feroce lupo vestito d'agnello... che fa credere ad un fanciullo che uccidersi e uccidere è un ordine giustificato e divino.

Questa era la nuova e vera guerra per Ilon.

E lui era consapevole che in questo caso, di fronte ad un vasto conflitto, non sarebbero bastate le sue schermaglie, egli avrebbe dovuto uccidere.

"Perché?" si chiese osservando cupo le Stelle dell'Orsa Maggiore.

Non ebbe risposta.

Prese la sua decisione; disse a Oseane di seguirlo fuori della comunità, e dalla guerra, per un nuovo destino; lei lo fece.

Dopo la morte di Oseane, Ilon aveva vegliato per giorni la sua salma.

Lei di appena ventiquattro anni e lui di ventinove.

La loro storia d'amore era durata otto anni.

In questo tempo, non avevano mai conosciuto o parlato con altra gente.

L'amore li aveva così sorpresi da rifiutarsi di accettare ogni altro contatto con i loro simili.

Così impararono a conoscersi perfettamente come due leprotti in una tana, costantemente abbracciati e pieni di conforto l'uno per l'altra.

Ilon e Oseane, sapevano di ogni istante della loro vita; com'erano i loro giorni, cosa facevano, dove conducevano sempre i loro passi, il perché dei loro pensieri.

Se in loro c'era un motivo di stizza o se un piccolo malessere li sfiorava, loro sapevano di possedere dentro un mondo che li appagava.

Se stavano vicini si sfioravano o si baciavano o mettevano l'uno la mano nell'altra.

Anche se lontani per motivi di caccia o altro, i loro pensieri erano sempre uniti come se i loro corpi fossero contemporaneamente in più posti; come se avessero il dono di una magnifica ubiquità.

Il tempo scorreva ed essi avvertivano unicamente l'unione che li legava, il loro amore.

I giochi, le grandi capacità di lui, l'inflessibilità e la dolce tenerezza di lei, la primavera che apriva la caccia per raccogliere grosse scorte di cibo, le passeggiate, i lunghi silenzi nell'osservare il sole che perdeva il suo busto per far posto alla notte... tutto ciò ed altro avevano in comune i due amanti.

Ricordava questo, Ilon, e si sentiva solo.

Per giorni non aveva mangiato e né preparato lo sterco per accendere il lume.

Se ne stava al buio con gli occhi aperti e di giorno si recava presso lo specchio d'acqua vicino.

Qui si specchiava.

Qui si portava per interrogarsi.

Voleva toccare il suo viso e il suo corpo per rendersi conto se fosse realmente presente.

O se fossero, le sue domande, ombre destinate a liquefarsi con una nube di luce che lo avvolgeva come un'immensa pelle d'orso bianco.

Ma la natura fa il suo corso senza rimpianti.

E gli uccelli, con il loro fischiettare acuto, davano un senso alla vita.

Si rese conto di essere ancora vivo; di poter rilevare ancora il canto di un volatile che nascosto tra il fogliame verde degli alberi udiva.

Era ritornato a cacciare.

Ma non riusciva a mangiare tutto quello che uccideva, riducendo il suo peso di un terzo nel volgere di un anno.

Nonostante ciò, il fisico roccioso, la chioma folta e gonfia come di un immenso leone in corsa, i grandi occhi sfumati di color erba appena affacciatasi in superficie, mostravano ancora tutta la sua virilità.

Curioso per madre natura, non si accontentava di osservare con vuoto e leggerezza il mondo che gli apparteneva.

Con i suoi sensi, andava oltre l'immaginabile; se un animaletto si nascondeva; lui voleva saperne il motivo; indagava.

Così girava per la caverna, contemplando gli oggetti appartenuti a Oseane.

E naufragava nei quiz della mente chiedendosi "Perché sono così ferito e solo?"

Nella notte, poi, egli osservava per ore il cielo allargato di stelle, senza trovare conforto ai suoi quesiti; e ne soffriva perché non riusciva a porre le cose dove lui voleva; non poteva materializzare i suoi desideri; la sua donna non sarebbe più stata fra le sue braccia; e lui non era preparato al suo decesso, per lui non predestinato, ma voluto da un dio a lui "nascosto".

Non avendo ottenuto risposte che dissetassero il suo animo, intuiva istintivamente di trovarsi senza una possibile scelta; si sentiva come un insetto sulla lingua della morte che poteva essere solo sputato o ingoiato.

Nonostante questo, Ilon continuava a passare molta parte del suo tempo a rimuginare sulle incertezze della vita, sul perché gli uccelli volavano e la sua donna non poteva più nemmeno calpestare la terra.

Del perché lui si recava ancora a cacciare e la sua donna non era più accanto a lui.

I perché si accatastavano l'uno sugli altri senza speranza alcuna; senza che lui potesse trovare un lumicino per schiarire la sua anima.

Né eventi, né vento riuscivano a sgombrare la nebbia che avvolgeva la sua mente.

Un giorno, un immenso cane selvatico con gli occhi saturi di secrezioni, il muco fuoriuscito dal naso e la bramosia di azzannare e sbranare una preda, si portò cautamente alla caverna di Ilon.

Egli se ne stava seduto e girato di spalle alla luce dell'entrata.

Tutto avvenne nel volgere di un lampo.

Il cane balzò.

Ilon, che ne aveva sentito l'odore, si voltò tenendo in mano due pietre appuntite ed affilate; fece scattare le braccia, conficcando le armi nella gola della bestia che morente gli stramazzò addosso con il suo ultimo ululato.

Ilon, provato dalla cieca rabbia, il viso consunto dal furore, si alzò velocemente; afferrò per una zampa la bestia che si dimenava rantolante per l'effetto pre trapasso; la girò di pancia e le aprì il petto traendone il cuore ancora palpitante nello spasimo di morte.

Immediatamente, egli, sotto l'effetto di una furia cieca, gettò il cuore sanguinante della bestia nel vivido fuoco, facendolo bruciare fino a diventare pulviscolo di cenere.

Ilon stette con gli occhi fissi davanti a sé per parecchio tempo.

Il suo pensiero andò con insistenza all'ultimo amplesso non consumato con Oseane prima della sua morte.

Sentiva freddo.

Il braciere era acceso, e moltiplicava lingue di fuoco che proiettavano l'ombra di Ilon allungata sulle pareti.

Passò un giorno e una notte senza mangiare e dormire.

Dopo ventiquattro ore, raccattò tutto il cibo che possedeva; e lo fece arrostire sul fuoco a fiamma alta, mangiandone a sazietà.

Poi, rassettata la caverna, si avvicinò all'angolo più stretto di essa, dove egli conservava i colori.

Iniziò a dipingersi il corpo in maniera innovativa; segni di colore nero sulle palpebre; bianco sulle ciglia e rosso ribes sul viso. Le Pleiadi, furono da lui poste all'altezza del cuore.

Infine, fece scendere due larghe linee nere lungo le sue braccia in segno di lutto.

Dopo raccolse le pelli più pregiate e, legandole con una treccia di liana, se le caricò sulle spalle.

Lasciata la caverna, si avviò senza esitazione per un nuovo cammino.

Ilon, aveva sentito parlare di un popolo, composto per lo più di donne, che viveva sulle rive di un grande fiume più a Nord.

Egli camminò per giorni, arrivando a tarda sera alla meta.

Già da lontano si avvide di un grande fuoco e alla sua sinistra udiva distintamente le acque del fiume scorrere fragorose.

Prima di arrivare, Ilon, s'era fermato diverse volte per cacciare animali da pelliccia, trattenendo solo la carne necessaria per ristorarsi.

All'ultima caccia, al mattino, dopo aver attinto informazioni da viandante a viandante, sentendosi vicino al luogo cercato, aveva conservato un cosciotto di cinghiale che si portava appresso tenuto per mano.

Era una serata chiara con le stelle che sembravano azzuffarsi tanto erano fitte.

Forsennati grilli si mescolavano ai rumori di altri animali in una ventilazione di brezza serena che scendeva sul viso di Ilon.

Caricato di pelli e col cibo in mano, si presentò accanto all'immenso fuoco che illuminava le persone e il terreno circostante.

Fece un largo gesto di saluto, scaricando la sua mercanzia e sedendosi ad un angolo del falò.

Gli altri sorrisero ad occhi aperti o ridacchiarono senza tralasciare di osservarlo con attenzione e curiosità.

Erano quasi nudi; in nove, due giovanissime, cinque di media età, un uomo dagli anni indefiniti e lezioso nei gesti; l'ultima era sui trentotto, con rughe già tortuose sul viso; costei, adombrata dai suoi anni e talmente accigliata, da sembrare vestita di pesanti macigni.

Non tutti erano accanto al fuoco.

Ilon era rimasto stupito da tutta la teatralità del momento; la donna più anziana usava colori ricavati da frutti dai toni accesi, ma non per il viso o per il corpo; solo per la sua chioma che appariva rossa e cotonata, ricciuta come lana di pecora.

L'uomo dai gesti leziosi, chiaramente effeminato, indossava una striscia di pelle di cavallo pezzato che aveva attorcigliato dagli inguini al petto, lasciando scoperto l'ombelico; i suoi capelli erano giallo limone; ed aveva "depilato" metà della testa, usando le sue dita con unghie laccate di nero e curiosamente lunghe.

Le donne e l'uomo avevano ciascuno un ventaglio ricavato da larghe foglie, a forma ovale, legate l'una all'altra con piccoli pezzetti di legno, che usavano per lenire la calura o per nascondere alcune parti intime; questo, a seconda dei casi, per gusto o dell'atteggiamento che volevano assumere.

"Sei nuovo del luogo?" disse l'effeminato che si rivolse ad Ilon con un sorriso di circostanza.

"Sì, non sono una vecchia radice del posto; sono appena arrivato." rispose Ilon mostrando flemma per non far trasparire l'imbarazzo che sin dal primo istante s'era insinuato in lui.

"Hai strani colori sul tuo corpo..." riprese l'effeminato facendo scomparire il suo sorriso.

"Sono colori tratti dalla terra." disse Ilon potendo affrontare un argomento a lui ben noto.

"Interessante... Ma noi non li conosciamo; noi adoperiamo svariati colori dei frutti che anche mangiamo, no...?"

"Sono a conoscenza della tecnica dei vostri colori da frutto; quelli che utilizzate voi sono leggeri e acquosi, ma ciò non toglie che siano entrambi utili per dipingere e molto vigorosi per bellezza."

Ilon aveva ripreso la sua consueta padronanza.

Sapeva come ben guardare negli occhi un suo interlocutore, anche senza offenderlo.

Egli aveva imparato dalle bestie, prima e durante la lotta, la gestualità, gli scatti e la movenza dei lineamenti caratterizzanti.

"Oh, interessante... che novità, interessante..." esclamò l'effeminato, non del tutto convinto.

Una nuova cultura per lui doveva essere difficile da accettare.

"Ohilà! Che facciamo, giochi...?" si intromise la donna anziana dalla chioma cotonata, fissando Ilon e le sue pelli.

Una delle ragazze più giovani si era affiancata con foga alla donna.

Questa aveva tratti fini ma la voce era sgradevole e i capelli lunghi di colore rosa con qualche punta d'azzurro.

"Che fa qui quello; non ha ancora scelto, non ci guarda, e nemmeno si avvicina ad annusare le nostre cosce! Ehi! Se non ti andiamo... filare, filare, capito?" E terminò col fare un brutto gesto col segno di una mano portata sul pube.

Ilon non stava badando al parlare pesante e ai gesti della giovane.

Egli era attratto da un ciondolo che lei portava al collo raffigurante un pesce inciso su un pezzo d'osso di elegante fattura.

Sorrideva Ilon, avvicinandosi a lei che si ritrasse spaventata, pensando di aver esagerato nel suo comportamento.

"Non ti spaventare, voglio solo ammirare più da vicino quel tuo ciondolino che è bellissimo!"

La donna, pur non del tutto tranquillizzata, mise il pesce di osso in mano ad Ilon affinché potesse visionarlo.

Ma l'altra giovane ragazza insorse.

"Non farglielo vedere!" disse aspramente.

E spinse Ilon, togliendogli il ninnolo dalle mani.

Proseguì poi nel dire "Che diritto ha questo qua di guardare i nostri effetti personali! Nessun diritto hai tu! Fila! Fila!"

Altre ragazze si affiancarono a lei.

Urlavano, circondandolo e spingendolo.

Dod fece un balzo in avanti, intromettendosi a favore di Ilon.

"Su, su, smettetela, non si fa così, non si fa così... state diventando particolarmente volgari! Non mi sembra che il forestiero abbia cattive intenzioni.

È vero che non sei cattivo, è vero...?"

"Non solo non sono cattivo - disse calmo Ilon, riassestandosi i capelli che le donne gli avevano scomposto - ma non mi sono mai azzuffato per un motivo così banale. Se avessi saputo della vostra irascibilità, sarei andato altrove!"

Rispose la ragazza del ciondolo, oggetto della lite, e ancora accesa nell'animo.

E non che le altre lo fossero.

"E dagli a questo! Viene qua con un bel pezzo di carne e una dozzina di pelli, ci osserva come fossimo innaturali, non ci caca neppure e vuole anche sbalordirci facendo finta di ammirare i nostri oggetti artigianali. Oh, ma da dove arrivi tu? Vai ad annusare altrove, chiaro?"

Ilon, capendo che senza volerlo aveva causato la disputa, disse, cercando di smorzare le voci pesanti delle donne: "Io mi chiamo Ilon, e vengo da Sud, dall'alta Garonna. Non ho intenzione di fare male a nessuno. Scusatemi, sono un cacciatore che involontariamente ha offeso le vostre abitudini e la vostra suscettibilità. Sono veramente confuso, scusatemi."

Era sincero Ilon ma gli altri non ne erano convinti.

La donna dagli strani capelli cotonati e rossi, disse accomodante "Oh, non lacrimare, ora. Noi siamo pieni di questi ciondoli che ti piacciono..."

E trasse fuori di sotto le foglie alcuni ninnoli che gli mostrò, imitata dalle altre «signore» che esibirono oggetti incisi e intagliati in grossa quantità.

La donna dai capelli rossi proseguì, dicendo: "Per noi è normale creare di questi oggetti; è il nostro passatempo migliore, ma essi non ci danno da mangiare. Perciò abbiamo messo in atto altre armi, strumenti più adatti che ci procurano il sostentamento quotidiano..."

E la donna sorrise sguaiatamente, indicando in maniera plateale le parti intime con entrambe le mani.

Ilon non capì molto di quei gesti né cosa facessero quelle «signore» attorno a quel gran fuoco in un ambiente così surreale; i suoi sensi si erano bloccati ai ciondoli d'osso incisi con arte raffinata, da cui esse non traevano nessun'utilità se non quella d'adornamento.

"Ma ditemi, scusate, in che regione mi trovo?" chiese il giovane.

Rispose l'effeminato: "Oh poverino, carino, non lo sai?"

"Davvero, non lo so! La mia regione si trova distante da qui ed ho camminato per giorni e giorni."

"Ma tu provieni da un popolo o sei uno che ha vissuto sempre da solo?"

"Negli ultimi anni ho vissuto da solo, ma provengo dalla comunità degli aurignacesi."

"È un grande popolo?"

"Sì! Di superbi cacciatori! Capaci di magnifiche inventive! E siamo anche l'unico popolo che vive su un promontorio rosso come sangue di toro e con le caverne allineate per abitarvi ognuno di noi."

"Oh bello, bello, «bellissimo»! Mi piacerebbe viverci! In ogni modo, carino, tu ti trovi nel Perigord e noi siamo i magdaliani. Ma devo dire che non tutti i magdaliani sono simili. Siamo divisi da comportamenti diversi; ci sono gruppi composti di cacciatori, che vivono e mangiano bene, che poi sono i nostri migliori clienti e, altri, costituiti da artisti e da puttane e da famigliari ruffiani, che devono arrangiarsi per sopravvivere. Però ciò non toglie..."

Un'altra delle donne, con una vistosa cicatrice sulla fronte, dovuta ad un calcio di cavallo, così ampia da coprire parte della sua testa, cominciò a sbruffare visibilmente insofferente e infastidita.

Fece dei gesti inusuali, dicendo: "Smettetela con le vostre cancrene! Mi avete rotta come un uovo! E tu, vuoi deciderti a sceglierne una e farla finita e a non rompere più le fave! Su, deciditi!"

La ferita molto chiara sulla fronte della donna, confermava l'asserzione dell'effeminato; non tutti i magdaliani erano cacciatori, quindi capaci di difendersi da ogni attacco d'animale.

Ilon osservò attentamente la donna e rispose con gli occhi che cominciavano a rodersi di malinconia: "Non posso..."

"Non puoi cosa?" gli fece eco un'altra delle donne.

"Non posso così subito, non posso scegliere una di voi solo per una volta, all'occasione, al primo incontro; io devo innanzitutto innamorarmi..."

"Oh, poverino..." ribatté l'effeminato.

"Oh, ma che poverino e poverino! Perché cavolo sei venuto da noi, allora!" urlò aspramente la ragazza con la cicatrice in fronte che si sentiva punta sul vivo dalle ultime parole di Ilon.

"Sono solo di passaggio..." accennò Ilon non riuscendo a dire altro come se si sentisse in colpa.

Stava per intervenire l'effeminato ma sul sentiero che conduceva al grande fuoco, si avvicinò un uomo corpulento dall'aria seriosa ed accigliata con sulle spalle un giovane cerbiatto morto.

La donna dai capelli cotonati, proruppe ad alta voce, dicendo "Oh, arriva l'uomo di fine stagione con il solito cerbiatto! Preparati, Sesiel, vorrà te!"

E accompagnò il suo parlare rivolgendo un gesto volgare alla donna con la cicatrice sulla fronte.

L'uomo si avvicinò, abbozzando un inconsueto sorriso; posò il cerbiatto vicino al fuoco, prese Sesiel per mano e assieme si avviarono girando a destra.

In fondo c'era una ristretta capanna eretta di legni e frasche a forma di cono con le punte in alto ben solide.

E dentro, un giaciglio di foglie e un braciere acceso, circoscritto da grosse pietre dure.

Vi entrarono.

La donna dai capelli cotonati, si rivolse ancora ad Ilon, stuzzicandolo.

"Vedi come si fa? O tu non sei in grado? Sei forse sorellina di Dod?" e indicò l'uomo effeminato.

Questi, chiamato in causa, fu velocissimo.

Reagì