Presentazione

Con questa raccolta Ferdinando Giannone ed Elisabeth Guggeri raccolgono una serie nutrita di brevi racconti dal tono fedriano che nascondono sempre una morale, una feroce considerazione, una metafora o un velenoso sguardo sulle antinomie della nostra vita.

Sovente divertenti, talvolta caustici, spesso accattivanti e capaci di portare in superficie la vera essenza di alcune vicende esistenziali che diventano "simbolo d'un modo di osservare il mondo", di certo con uno sguardo acuto e direi quasi scaltro, nonché senza mai perdersi in pretestuosi giudizi o inutili giri di parole, gli Autori raggiungono sempre lo scopo che si erano prefissati centrando l'argomento, scavandolo fino al limite estremo e sviluppandone la problematica con innegabile arguzia.

Vi ritroviamo una personale galleria di personaggi, esseri umani e animali, che, pagina dopo pagina, vengono presi in esame: continue allusioni, spunti divertenti estrapolati dalla vita quotidiana, ironie sui comportamenti, sulle contraddizioni del nostro tempo, sulle manie dilaganti e sulla maleducazione imperante, sulle miserie umane che vengono chirurgicamente sezionate o indagate sotto la lente d'un personale microscopio.

Rivoli di fiele scendono sulle vicende che sconquassano per la loro capacità di mettere alla berlina i gesti e le azioni che ogni giorno affrontiamo e spesso non analizziamo a fondo: insomma ci troviamo davanti ad un proverbiale "accanimento" allo scopo di penetrare nelle distorsioni dell'animo umano, nel tentativo di rendere palese la "crudezza" della vita, disvelare gli inganni, le falsità e le menzogne che ci sommergono.

E poi, gli Autori, sono esemplari nel prendere a pretesto alcune situazioni e renderle accattivanti, quasi a farne un "simbolo" del nostro tempo: un mondo di maschere che disperatamente cercano di camuffarsi, di farsi più belle di quello che sono, offrire una ingannevole immagine di sé, truffare i sentimenti o tradire la più sincera aspettativa.

Tanto per fare alcuni esempi che possono dare un'idea della "proverbiale" galleria giannoniana-guggeriana, ecco la viperetta dai sinuosi movimenti che piace tanto ai maschi e si crede l'unica sulla faccia della terra eppure rimane gabbata dal viperotto che certo non è uno stupido; la gran dama che sgomita ed urta i passanti pretendendo di avere ragione; e poi la donna che giura di dormire sempre sola e "prende" quattro mariti in vent'anni o la moglie che si rifà il naso proprio quando il marito per motivi di lavoro è fuori casa per qualche giorno. In questo breve racconto il dialogo tra i due coniugi è specchio esemplare dello stile letterario di Ferdinando Giannone e merita di essere riportato: "Io ormai ero convinta di farlo... disse lei in un soffio come se questo fosse toccato dal veleno. Non risposi. La osservai. Non ebbi dubbi. Me n'andai subito, ma piano, come un necroforo che porta una bara sulle spalle. Forse l'interno di un bar mi sarebbe stato più dolce, più famigliare d'ora in poi."

L'efficacia narrativa restituisce il vero volto del nostro vivere e gli Autori cesellano con mano sapiente la raccolta di esperienze, reali o fantasiose che siano poco importa, mai dimenticando una sorta di tono affabulatorio che avvolge il lettore e lo accompagna fino all'ultima pagina, sempre centellinando la rappresentazione favolistica con l'anima raziocinante del narratore, e costantemente ammaliando con brevi discorsi che rendono ogni racconto un'astuta trovata.

Massimo Barile

 

Introduzione

Leggendo i brani di Elisabetta Guggeri e di Ferdinando Giannone, "Racconti dell'anno 2000," non nascondo che ho avvertito una piacevole sensazione. Ci sono scrittori che prima di sedersi al computer, osservano per ore l'alba, sentono nascere in loro la poetica e cantano versi come fa il vento fra le antiche canne. Altri scrittori osservano attentamente, giorno dopo giorno, i propri simili, i ponti, le strade, le luci e le città e creano romanzi o racconti. Ed è questo che probabilmente hanno fatto Guggeri e Giannone nel concepire il volume "Racconti dell'anno 2000".

Gli autori, osservando con attenta curiosità la globalità della società moderna, hanno creato una sorta di puzzle dal volto umano, innestando i pezzi agli animali che acquistano di conseguenza parola ed intelletto. Non solo, ma con gli uomini, hanno operato in totale senso inverso, intercalando loro atteggiamenti che sono tipici degli animali domestici. In questo modo, presumo, siano nati i racconti di Guggeri e Giannone, calibrando anche le parole, i fatti e il preciso lato morale, confermato al termine di ogni rigo da loro scritto.

Fare un paragone con i racconti di questi due scrittori, (del primo mi sono già occupato per il romanzo "Le mani nel buio" e un volume di poesie "La possibilità e l'impossibilità d'amare,) ho dovuto fare ricerche nella mia mente, scomodando Esopo e La Fontaine. Il risultato è stato che i racconti di Guggeri e Giannone sono talmente liberi, attuali e ricchi di fantasia da farmi gridare al miracolo in questo momento d'incertezza letteraria, dove tutto, spesso, rimane ombra e malinconia.

L'uomo, ha già affermato l'antropologo Darwin, scrivendo volumi, che a me paiono vangeli, è un'evoluzione naturale della scimmia. Ora chi ci dice che l'evoluzione della specie non potesse avvenire, o non possa ancora subentrare, per un altro animale? Mettiamo un leone. O una farfalla. O un suino. È così che naviga l'idea psicologica del nucleo principale dei racconti dell'anno 2000. Gli animali si integrano nella società moderna con i suoi antichissimi difetti e che si mostrano così simili agli uomini nei seguenti brani... "L'asino che era furbo e non 'somaro' come spesso si pensa, sapeva che nella legnaia c'era la maschera di uno stallone nero, la prese e la indossò, presentandosi dietro le chiappe della cavallina..."

Poi la testardaggine di una leonessa che preferisce pagare le multe piuttosto che ascoltare il marito... "Se vuoi è possibile non pagare la multa, facendo così..."

"Chi ti ha chiesto qualcosa!" lo interuppe subito Leonia, andando di corsa a pagare la multa.

E ancora, suini evoluti che amoreggiano in morbidi letti anziché in una porcilaia... "Sì ma il nostro D.N.A, cara Cecilia, è di maialini..."

"Il tuo, forse, Giagià, non il mio; io ormai sono una signora civilizzata... l'amore, insomma, lo voglio fare al pulito, comodo, in casa!"

Oppure la fame del lupo feroce che non si ricrede... "Grazie di che?" si stupì l'amico.

"Di avermi permesso di conservare il mio posto in Paradiso."

"E tu vuoi il Paradiso dopo avermi istigato ad uccidere...?"

La delusione di una farfalla al primo contatto con altri animali... "Una vanessa dei Ninfalidi, appena evolutasi su un cardo, si adagiò sul naso di un alano di passaggio. Bell'esemplare quel massiccio cane. Rossastro. Possente. Occhi enormi e tondi. E zampe ritte come pioppi."

"Che cosa fai, carino? Dove vai tutto così pulito ed agghindato?" chiese la farfalla aprendo la sua livrea dai colori 'impomatati'..."

L' egoismo di un figlio di lince canadese... "Su, papà, svelto è mio quel cuore di lepre!"

"Non posso mangiarlo io stavolta?" osò l'enorme lince con le orecchie lunghe e aguzze 'inchiodate' da ciuffi di peli ingrigiti dagli anni.

"E perché dovresti mangiarlo tu? È mio come sempre!" urlò impaziente la giovane lince.

I discorsi di una moderna femmina di lombrico... "Una femminuccia di lombrico si trovò a passeggiare... Si era appena allontanata da una 'lombricaio,' una di quelle 'taverne' sotto terra dove con altri suoi simili aveva gozzovigliato..."

La vipera svampita... "Una 'signorina' della famiglia dei Viperidi uscì dalla sua tana.

Lentamente.

Poi si stiracchiò.

Era una 'viperetta' già cresciuta che piaceva ai maschi..."

Non da ultima la lumaca bavosa... "Preferirono tacitare i morsi della fame, al pensiero d'ingoiare un ammasso di bava..."

E infine tanti altri animali litigiosi e figure umane che si raccontano per mano degli autori in maniera schietta, senza fanfare o minuziosaggini "descrittive." In ogni racconto, emerge sempre qualcosa di nuovo e di umano che non lascia spazio alle interpretazioni. Ogni pagina è vivida come le foto dei nonni che, a guardarli una sola volta, si intuisce all'istante pensiero e sentimento.

Dicevo sopra, che ho scomodato Esopo e La Fontaine che, in ultima analisi, credo si possano comparare a Giannone e Guggeri, non perché ci siano attinenze copiative, ma per l'assoluta forza narrativa dei nostri autori, per la poetica che emerge in ogni loro pensiero che lascia stupefatti e piacevolmente sorridenti.

Azeglio Degli Alfieri

 

Racconti dell'anno 2000

 

Intemperanze

Un gallo fece «gravida» una gallina che estrasse dal suo corpo un uovo.

Nato il pulcino, i due genitori litigavano per chi doveva avere più spazio con il figlioletto e a chi costui doveva concedere più affetto.

Il figlio, divenuto un galletto dal becco aguzzo, gli speroni sui tarsi forti, la cresta dura e fiammeggiante, si avventò sui genitori, beccandoli furiosamente sul collo e sulle cosce fino a farli sanguinare in più parti.

Da allora i genitori fecero un tacito accordo; il gallo cantava solo al mattino e la gallina faceva un inutile coccodé per tutto il giorno.

Il galletto, pentito della sua azione, fece una riflessione.

"La cosa peggiore in un pollaio è che i figli non vanno d'accordo con i genitori!".

 

Un Lombrico Moderno...

Una femminuccia di lombrico si trovò a passeggiare sul terreno erboso.

Sospirò, cercando a pieni polmoni l'aria fresca del mattino.

La creatura si era appena allontanata da un lombricaio, una di quelle «taverne» sotto terra dove con altri suoi simili aveva gozzovigliato, ballato, bevuto e fornicato senza per questo considerare le apparenze.

Si sa i lombrichi hanno cinque cuori, quindi sono pieni di passione e portati ad amare.

Ora, nella timida alba in cui il sole s'apprestava ad iniziare il suo «turno di lavoro», la signora avvistò una lumaca; un maschio dal piglio serioso, con una magnifica corazza a righe chiare sul dorso.

"Che cosa fai, maschietto? Dove vai in questa bella mattinata?" chiese sicura di sé.

"Vo' in cerca di qualche tenero germoglio..." rispose serafica la lumaca, movendosi con esasperata lentezza.

"E non hai fretta?"

"No... perché dovrei averne?"

"Vuoi fare l'amore con me?" chiese tosto il lombrico senza badare alle formalità com'era sua consuetudine.

"Piano... - rispose - io non sono veloce come te..."

"Non vuoi farlo!" sbottò lei risentita.

"Non è detto, ma tu cosa vuoi in cambio..."

"Oh, per chi mi hai preso? Non sono una puttana io, ho solo cinque cuori e voglia di far l'amore..." rispose come in cantilena.

"E lo fai così... senza un minimo di conoscenza, senza chiedere nulla in cambio?" si stupì la lumaca cominciando a dare di bava.

"Oh, che credi? Io lo faccio solo per amore e per amore soltanto, lo dice anche il poeta! insistette tosta la femmina di lombrico.

"No, forse è meglio di no..." fece lui.

"Non vuoi, allora?" riprese lei.

"Io non ho cinque cuori come te che puoi dividerli a chi vuoi, io ne ho uno solo e lo riservo per un grande e indissolubile amore!" concluse la lumaca come a liberarsi di un peso.

"Campa cavallo, allora! E sei anche bavoso!" proruppe lei, sgattaiolando svelta nella «taverna», dove l'aspettava il mucchio nell'attesa.

 

I Tre Asini

Un asino di nome Zureddu, proprietario di un bel ristorante sulla via principale della città, «beccò» il suo cuoco, l'asino Omero, che per sola e intima cattiveria orinava nella minestra dei clienti.

Così il padrone lo licenziò all'istante senza i relativi giorni di preavviso.

Omero, lesto lesto, per tutta risposta, si rivolse ad un giudice asino che emanò una sentenza a suo favore, imponendo l'immediato reintegro al lavoro perché licenziato non per «giusta causa».

Insomma, per il giudice orinare nei cibi di pubblico consumo non era reato.

Purtroppo un magistrato non si serve del solo codice per emanare un verdetto, ma anche della sua mente che più è cocciuta e più fa sentenze strane.

In ogni caso, l'asino Zureddu calmato il suo giusto furore, si rivolse all'eminente togato: "Signor Giudice, la prego - disse - venga a mangiare presto e gratis una buona minestra nel mio ristorante. Faremo cucinare il cuoco Omero, e così giustizia sarà fatta!"

 

Cuore Di Lepre

Un cucciolo di lince dei rossastri canadesi, si accodava sempre al padre per cacciare.

Al piccolo felino piacevano molto le lepri da mangiare, principalmente il cuore di questi mammiferi che il genitore, anch'egli ghiotto, cedeva volentieri al figlio ogni volta che ne scannava una con le sue forti unghie.

Un giorno, papà lince, dopo un'estenuante caccia, trattenne un cuore di lepre con la zampa, indeciso se cederlo al figlio.

"Su, papà, svelto è mio quel cuore di lepre!" proruppe il figlio ormai cresciuto.

"Non posso mangiarlo io stavolta? osò l'enorme lince con le orecchie lunghe e aguzze «inchiodate» da ciuffi di peli ingrigiti dagli anni.

"E perché dovresti mangiarlo tu? È mio, come sempre!" urlò impaziente la giovane lince.

"Sono anni che io non mangio un cuore di lepre... - fece papà lince con l'acquolina in bocca e aggiunse - e poi l'ho cacciato io, sono vecchio... sono tuo padre!"

"Ascolta, papà - disse il figlio cambiando tono di voce e strategia - tu cedimi il cuore di questa lepre ed io mi occuperò di te nella vecchiaia!"

"Possiedi una mente labile, figliolo... - proseguì il padre che non aveva avuto mai nulla dal figlio - già m'avevi promesso che non avrei dovuto più cacciare alla mia età e... invece, sono con le unghie su una lepre!"

"Che cosa significa questo? Sei ancora forte!"

"E tu giovane ed aitante..."

"Voglio quel cuore!" riprese ad urlare il figlio.

"Vai tu a cacciare!" impose stavolta il padre, fermo nella sua decisione.

"Non ne ho voglia, e poi c'è già un cuore... basterà per entrambi!" sbottò con veemenza come se fosse lui a concedere qualcosa al padre.

"Ah è così... - fece il padre dopo averlo scrutato per alcuni secondi - D'accordo, divideremo in due questo mio cuore... Ormai sono certo che anche in punto di morte, tu mi chiederai sempre il cuore che io caccerò!"

 

In Centro

Camminavo per strada, per la mia strada al solito modo, guardando diritto davanti a me...

"Oh, pardon" mi uscì spontaneo quando una signora tutta imbellettata e carica di grossi pacchi mi spintonò.

"Ma insomma, stia più attenta, accidenti a lei!" gracidò la gran dama.

Mi resi conto solo in quel momento che era stata proprio lei ad urtarmi, poiché aveva incrociato la sua amica del cuore e naturalmente si era distratta fermandosi a parlarle.

Poi, procedendo per la sua strada, la mia sorte era toccata infatti ad altri passanti regolarmente urtati dalla signora di cui stiamo parlando.

Camminare, sgomitare, urtare e farsi ragione è di moda ormai; una caratteristica della nostra moderna «educazione»!

 

Nuovi Bimbi

Al nipotino di appena tre anni i nonni mostrarono alcune foto di familiari che lui conosceva bene.

Sorrideva.

Indicava.

Ammiccava.

Accanto alla foto della sua cuginetta egli notò un bambino a lui estraneo.

Dopo averlo osservato attentamente, accigliò le sue chiare ciglia, esclamando: "Chi è bimbo?!!!"

La gelosia ormai si affaccia presto nell'essere umano.

 

Guardando Gli Altri

Erano in tre sotto la pensilina ad aspettare l'autobus.

Il cielo era di un bel cilestrino e il sole s'affacciava nudo, agitato.

Uno dei tre uomini dall'aria insofferente, si mise un dito nel naso.

Scavava.

Sorrideva mosso dal piacere.

L'altro, con aria annoiata, sbadigliava.

"Che cafone, quello! - pensò l'uomo che continuava a lasciare il dito nel naso - Sbadiglia senza mettere la mano sulla bocca!"

"Che odioso, quello! - fece il secondo uomo, parlando a bassa voce - Si scava il naso per la strada come fosse solo al mondo!"

L'altro uomo, il terzo, alzando il lembo della maglietta dalla sua pancia, li osservava col viso truce.

"Che maleducati, quelli! - imprecò l'uomo cominciando a grattarsi notevolmente l'ombelico - Uno sembra che stia sfogliando un fiore nel suo naso e l'altro sbadiglia con la bocca da cretino!"

I tre continuarono a parlare con se stessi, senza tralasciare di fare tutto ciò che volevano in mezzo alla gente.

 

La Prima Delusione

Una vanessa dei Ninfalidi, appena evolutasi su un cardo, si adagiò sul naso di un alano di passaggio.

Bell'esemplare quel massiccio cane.

Rossastro.

Possente.

Occhi enormi e tondi.

E le zampe ritte come pioppi.

"Che cosa fai, carino? Dove vai tutto così pulito ed agghindato?" chiese la farfalla aprendo la sua livrea dai colori «impomatati».

"Vado ad un concorso di bellezza!" rispose l'alano.

"Posso affiancarmi a te?" fece la giovane farfalla.

"Per me fai come vuoi - disse l'alano - ma mettiti sulla coda, lì non mi farai prurito."

Nello spiazzo c'erano più di mille cani di tutte le razze.

L'alano si affiancò ad una barboncina interamente riccioluta, con l'interno delle orecchie rosate e un fiocco di seta rossa sul capo.

La barboncina, ultimate le consuete civetterie, odorò deliziata le zampe posteriori dell'alano, accorgendosi dell'intrusa.

"Chi sei tu?" Chiese senza salutare.

"Non ho ancora un nome - disse la farfalla - mi sono evoluta da poco..."

"Ah, sì, smamma, capito? Bill è mio!"

"Smamma tu! - s'impuntò la farfalla, aumentando i colori sulle ali - Io l'ho visto per prima!"

"Bene, te la sei proprio cercata..." fece la barboncina, alzando la zampa e tirandosi appresso la farfallina che malconcia dovette battere in ritirata.

Poi la cagnolina si stropicciò sul pelo morbido di Bill che sorrise compiaciuto.

"Chi era quella? Cosa voleva?" disse il grosso cane, dimenticandosi d'averla tenuta addosso.

"Oh, nulla, una sciocchina alle prime armi... non ha ancora capito che deve evitare di farsi scarrozzare da uno sconosciuto più bello e più forte di lei!"

 

Quartieri Bene

La strada era di quelle antiche.

I grandi palazzi dalle facciate tardo Barocco e le porte rifatte in vetri e maniglie d'ottone lucidate di fresco.

Una ragazzina, con uno zaino sulle spalle, stava ben adagiata sul muretto che cingeva il giardinetto con pochi alberi e l'erba incolta.

Stava mangiando un panino.

Accanto, posata su quel muretto, teneva una lattina di Coca Cola che di tanto in tanto portava alla bocca.

Una signora dall'aria distinta, vestita di bianco, uscì dalla porta a vetri accompagnata da un cagnetto nero che ringhiava e scodinzolava come una campana.

La donna si avvicinò alla ragazza, fermandosi a gambe ferme sotto i suoi occhi.

"Senta, signorina, spero non abbia intenzione di porre la lattina lì, dopo aver terminato di mangiare e di bere; la porti con sé, mi raccomando, e la butti poi nel sacco della spazzatura!"

"So come devo comportarmi, signora! - rispose subito risentita la ragazza - Io non lascio mai i rifiuti per strada!"

La donna, che percepì come un rimprovero il tono aperto della ragazza, si avviò senza più degnarla di uno sguardo.

La seguiva il suo cane che stava defecando, lasciando una traccia di sporcizia sulla strada fino a quel momento pulita.

 

Motivi Di Addio

La donna stava sdraiata nel gran letto a baldacchino moderno, sotto le lenzuola ricamate a fiorellini rosa.

Dormiva.

Le luci soffuse incutevano quiete alle pareti screziate dalle ombre.

Le tende erano tirate e la televisione spenta.

La donna sentendo aprire la porta della sua stanza si svegliò, stirando le braccia.

Ero io, suo marito, che rientravo dopo giorni di duro lavoro.

"Come ti sembra?" mi chiese prima ancora che io chiudessi la porta dietro le mie spalle.

"Il naso?" feci io, cercando un filo di luce viva sul suo viso.

"Certo! Che cosa sennò! Non è bello?" disse risentita e con un sorriso a bocca stretta.

Non sorrisi.

Guardai il naso risultato di una rinoplastica.

Guardai il soffitto e il resto della stanza.

"L'hai fatta senza avvertirmi..." dissi io in una nota di voce che non sapeva ferire.

"Sei stato via per diversi giorni e volevo farti una sorpresa." rispose come se tutto fosse dalla sua parte.

"Sai che ero contrario." dissi ancora con una punta di insoddisfazione.

"Caro, io ormai ero convinta di farlo..." fece lei in un soffio come se questo fosse toccato dal veleno.

Non risposi.

La osservai.

Non ebbi dubbi.

Me ne andai subito, ma piano, come un necroforo che porta una bara sulle spalle.

Forse l'interno di un bar mi sarebbe stato più dolce, più famigliare d'ora in poi.